CONVEGNO MISSIONARIO NAZIONALE – Una sintesi delle giornate di riflessione e condivisione

Dalla parte dei poveri – Condivisione e profezia del Regno,  è  il tema  della 13ª edizione delle Giornate Nazionali di Formazione e Spiritualità Missionaria  che dal 27 al 30 agosto ha visto riuniti ad Assisi tanti religiosi, missionari, laici.  Il tema delle giornate  riprende come sempre lo slogan della prossima Giornata Missionaria Mondiale 2015: Dalla parte dei poveri .Vere e proprie giornate di formazione alla spiritualità missionaria, perché la missione è prima di tutto un’esigenza che nasce dentro, si coltiva nell’ascolto e nell’approfondimento, parte dalla parola “Vangelo” e poi diventa gesto concreto di prossimità.

Partire dal Vangelo per stare dalla parte dei poveri è la prerogativa per una vera e propria missione, riscoprire la paternità di Dio credendo che il Padre vuole che i figli siano “di più” del Padre. Solo così forse capiremo che il Padre vuole una Chiesa che sia la casa dello straniero, il ricovero dove il buon samaritano accompagna l’uomo incappato nei briganti. Luca Moscatelli, biblista della Diocesi di Milano, attraverso la lectio sui versetti Isaia 57 ha messo  in evidenza l’agire di Dio che supera ogni attesa: “Dio non è che si degna di guardare in basso, Dio sta in basso dove stanno gli umili e gli oppressi, quelli piegati fino a terra… Dal basso verrà la bella notizia, dal basso arriva la solidarietà”. Non è questa la notizia straordinaria del Vangelo?

Attraverso un bellissimo viaggio nelle Beatitudini, padre Alberto  Maggi ci ha aiutato a capire ancora meglio qual è lo stile del servizio. Il Vangelo destabilizza i potenti, mette paura. Chi sta dalla parte dei poveri sceglie di vivere le beatitudini come conseguenza dell’accettazione di Gesù come modello di vita. Con Gesù infatti, Dio non è più da cercare, ma da accogliere. Beati i poveri in spirito allora significa beati coloro che per lo Spirito scelgono di condividere, di mettersi al servizio. Gesù infatti con questa beatitudine non ci chiede di spogliarci e non avere più nulla, ma piuttosto di condividere ciò che abbiamo, desiderare che l’altro abbia le stesse cose che abbiamo noi. Si tratta di fare la scelta del dono generoso, di decidere di portare Dio agli uomini attraverso la “Misericordia”.

Per fare tutto questo bisogna far i conti con i propri  “idoli” piccoli e grandi, bisogna fare i conti con il desiderio dell’uomo di sempre di scegliere la morte, eppure Dio ci invita, ci esorta, ci supplica quasi a scegliere la vita. Questo tema dell’idolatria trattato dal filosofo, Silvano Petrosino ha suscitato tanti interrogativi, ma soprattutto ha aperto davanti a noi un ampio spettro di visione su Dio e sull’uomo. Gli idoli sono sempre “una parte che il soggetto decide di vivere come il tutto”. Quella che Freud ha definito “la pulsione di morte” è sempre presente e porta l’uomo all’autodistruzione. Gli idoli  (il potere, la professione, la bellezza, la ricerca della perfezione…) sono di per sè un invito a fermarci, a riposarci, a non cercare e andare oltre…a morire. Ma nell’uomo vi abita anche una “essenziale inquietudine” uno spazio, una “apertura a” che ci rende non solo soggetti, ma uomini e donne vivi.

Dio ci ricorda questo quando ci dice di non idolatrare, ci dice di non scegliere la morte, di rimanere “aperti” perché a Lui sta a cuore la vita dell’uomo. Può diventare idolatria anche la stessa ricerca di dio tanto concentrata da farci dimenticare l’uomo, da non permetterci di guardare al fratello. Tutto ciò che impedisce l’incontro, la relazione, il bene dell’altro è idolatria perché “l’altro uomo è più santo della Terra Santa” (Levinas). Proprio di questa attenzione all’uomo e all’uomo povero  ha parlato la dottoressa Donatella  Turri attraverso la sua relazione: “I poveri li abbiamo sempre con noi?” La relatrice dopo una panoramica sulle nuove povertà evidenziava che più che di povertà nella società di oggi si tratta di “impoverimento”. Ciò che cresce non è la povertà, ma soprattutto la disuguaglianza. I poveri sono tanti. Troppi. Ma anche lei invitava a una lettura e ad una risposta a partire dalla Parola. Comprendere come si possono accompagnare i poveri alla luce del Vangelo. Bellissima l’icona che ha fatto da sfondo a questo approfondimento, la casa di Betania, interpretata anche come la casa del povero. La comunità di Betania è la comunità delle “differenze” che convivono. Il segreto sta nel dare tutto, come Maria. Il vero protagonista è il profumo che il dono lascia. È il dono creativo, sovrabbondante, sproporzionato, forse non necessario.  Ma è il dono che arriva in tutta la casa. La carità non è infatti un gesto eroico, ma comunitario. Non si possono amare le categorie, salvare le folle, non si può rispondere alla povertà come piaga sociale. Si possono invece amare le persone. Si può e si deve entrare in relazione con i poveri. Si può tessere la rete della condivisione. La carità è fatta di gesti creativi, profetici, eccessivi.

Il vescovo di Bergamo, Monsignor Francesco Beschi, che ha condiviso i lavori del Convegno, nella veglia di Preghiera ha lasciato tre indicazioni, e nello stesso tempo, provocazioni. Stare dalla parte dei poveri significa soprattutto RICONOSCERNE la dignità,  “convertirci alla “CONDIVISIONE”. Non basta servire i poveri, bisogna invece essere abbastanza umili da stare a tavola con loro. Ma c’è ancora di più, un ulteriore passaggio che monsignor Beschi esortava a fare: il “DISCEPOLATO”, metterci alla scuola dei poveri come ci si mette alla scuola del Vangelo. Ascoltare il povero per imparare da lui!

Un convegno ricco di spunti di riflessione, splendida occasione per un rovesciamento dei nostri punti di vista, del nostro modo di vedere e di apprendere il “Vangelo”. Guardare ai poveri non come coloro a cui dobbiamo solo tendere la mano, ma come coloro dai quali noi tutti umilmente attendiamo la “bella notizia”, l’annuncio di gioia, di fraternità, di condivisione che viene dal basso, dalla terra. Stare dalla parte dei poveri significa “abbassarci”.

suor Giuliana Imeraj

 

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