III domenica di Pasqua- Mi ami?

Il testo evangelico odierno può dividersi in tre momenti: la pesca miracolosa – il pasto comunitario in riva al lago – il dialogo tra Gesù e Pietro; tutti e tre le parti manifestano l’immagine della Chiesa nascente.

I discepoli sono impegnati nel loro lavoro di sempre: la pesca, immagine anche della missione della Chiesa la quale senza Gesù non può far nulla (Gv 15,5). È con Gesù che qualsiasi attività trova il suo compimento e la sua pienezza (v.6).

La Chiesa, infatti, comunità di coloro che hanno fede nel Risorto, annunzia il Cristo tornato dai morti e riesce nella sua impresa non per le proprie forze e capacità, ma grazie alla presenza del Signore che salva.

Anche per noi, uomini e donne impegnati nel campo pastorale delle nostre parrocchie e non, vale questo principio: è solo con il Signore e grazie a Lui che spesso riusciamo in tutte le nostre opere; è la capacità dataci dalla grazia che ci aiuta a riconoscere “il Signore” (v.7), che fa di noi delle persone diverse, capaci di credere sempre anche nelle difficoltà e avversità. E il Signore si incontra nel pasto comunionale (seconda scena del Vangelo di oggi), nello spezzare insieme il Pane della Parola e dell’Eucaristia. È proprio il Signore a preparare per noi una mensa e lì, continua a distribuire personalmente i pani e i pesci (v.12) rinnovando così il prodigio della moltiplicazione dei pani e l’offerta nell’ultima cena.

La figura degli apostoli che ricevono e accolgono da Gesù il pasto, è immagine della Chiesa di tutti i tempi che celebra la presenza di Cristo nell’Eucaristia che rinnova e salva la Sua Chiesa.

In questo gruppo di discepoli, Simon Pietro sembra occupare una posizione di rilievo: è sempre presente nel racconto di tutte e tre le scene: va a pescare, si tuffa quando riconosce la presenza del Maestro, vive un profondo dialogo con Lui in cui gli chiede prova del suo amore.

Tre volte Pietro, nel racconto della Passione, aveva rinnegato il Maestro (Gv 18,17) e tre volte gli viene chiesto ragione del suo amore in un crescendo sempre più profondo.

La lingua greca, infatti, in base alla quale è stato redatto il Vangelo di Giovanni, utilizza tre sfumature diverse per indicare i gradi dell’amore: eros, amore sensibile molto legato alla sfera corporea; filia, amore di amicizia; agape, amore totale e incondizionato.

Gesù usa queste sfumature fino a far confessare a Pietro il suo agape, la sua disposizione, cioè a dare la vita per il gregge che deve pascere. Solo allora, potrà seguirlo (v. 19).

La domanda che Gesù rivolge a Pietro nel Vangelo odierno, è posta a ciascuno di noi. Quanto e come amiamo il Signore? A volte, a parole, il nostro amore sembra profondo e sconfinato, ma poi al minimo ostacolo, ci arrestiamo esausti…

È forse un amore troppo umano che cerca ancora segni per credere… c’è bisogno però di sperimentare e di vivere lo stesso amore che il Maestro ha per noi: l’agape, la capacità di donarci sempre a Lui e ai fratelli senza remore e senza limiti ad immagine di Cristo che ha dato tutto se stesso per noi.

L’esperienza di questo amore ci apra il cuore e ci spinga verso gli altri con disponibilità e apertura di mente e di cuore.

sr Simona Farace, PME

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