Intervista a suor Tiziana- Esperienza di juniorato internazionale. Formazione e missione

Suor Tiziana Piccolo ha vissuto in Brasile un’esperienza di formazione con le altre juniores pme brasiliane e peruviane. Al suo rientro in Italia le abbiamo rivolto alcune domande.

Com’è stata l’esperienza formativa in Brasile?

L’esperienza in Brasile è stata molto bella, a tratti faticosa, ma alla fine molto molto preziosa e significativa.

L’incontro con popoli, lingue e culture diverse mi ha messo profondamente in discussione a livello personale, comunitario- ecclesiale e sociale. Oggi le differenze generano tante tensioni e conflitti che si possono superare solo se ci esercitiamo in un dialogo continuo, in un’apertura di cuore non fatta solo di parole, ma di gesti, di sorrisi, di accoglienza, di silenzi, di attesa, di rinuncia ad affermare le proprie ragioni, di impegno a metterci in discussione coltivando, nel proprio cuore, la comunione come fondamento della convivenza delle diversità.

L’esperienza brasiliana mi ha permesso di conoscere le nostre suore di oltreoceano e le nostre missioni in questa terra. Il Brasile è una confederazione di 26 stati, la nostra congregazione è presenti in quattro di essi: in San Paolo con tre case in Barretos, Olimpia e Jaborandi; in Goias con una casa in Itumbiara; in Parà con una casa ad Oriximinà e in Minas Gerais con una nuova missione cominciata da poco in Cachoeira Dourada.

Abbiamo visitato cinque delle sei realtà oggi operanti in questi territori, abbiamo condiviso con le suore il lavoro, le attività e l’ansia missionaria. Ad Olimpia e ad Itumbiara le suore dirigono una creche dove vengono accolti bambini dai 6 mesi ai 4 anni che è paragonabile alla nostra scuola dell’infanzia, inoltre portano avanti il “progetto meninas” per le bambine dai 6 ai 10 anni che non possono essere seguite dai genitori e che vivono in situazioni che sfiorano la povertà; in Oriximinà, Jaborandi e Cachoeira Dourada il lavoro è prettamente pastorale, cioè animazione della parrocchia e cura delle anime.

Quali i momenti più significativi?

Tutti lo sono stati, ma l’esperienza che più della altre mi porto nel cuore e non dimenticherò facilmente, é quella fatta ad Oriximinà, nello stato del Parà. La città dove vivono le nostre suore si trova nel territorio della foresta amazzonica e si sviluppa lungo il Rio Trombetta. Conta una popolazione di 70.000 abitanti, ma destinata ancora ad aumentare con la conseguenza di un’ulteriore espansione del nucleo abitativo verso l’entroterra della foresta.

Per queste caratteristiche troviamo una pluralità di realtà: gli abitanti del Rio chiamati “Riberinhos” che dimorano su case a palafitte; quelli del centro propriamente urbanizzato sulla terraferma; quelli delle periferie della città equelli della foresta fino alle tribù indiane.

Ad Oriximinà c’è un’unica parrocchia che ha una grande devozione per Sant’Antonio (nel mese di agosto fanno un grande festa con la processione sul fiume), ad essa sono collegate tante comunità, precisamente 118, sono sparse per il suo immenso territorio. I sacerdoti che si occupano di servire l’area pastorale sono quattro e fanno parte della congregazione del Verbo Incarnato.

Nel Bechi, al km 12, un’area nella foresta amazzonica, pochi giorni dopo il nostro arrivo, si è tenuto un momento formativo: “la santa missione popolare”, a cui noi abbiamo partecipato. È stato impressionante veder arrivare un bel gruppo di persone con uno di quei camion che normalmente trasportano animali e scendere da esso famiglie intere con bambini, anche molto piccoli. Tutti si sono ritrovati nel luogo della chiesa e tra preghiere, canti, danze, ascolto della Parola, riflessione, testimonianze hanno vissuto il loro momento di formazione, a cui non poteva mancare il momento di convivialità offerto dalla comunità ospitante. È una chiesa viva, giovane, prevalentemente animata dai laici che sono molto impegnati nella vita pastorale della parrocchia.

Quanto tempo hai trascorso in Amazzonia?

In Amazzonia abbiamo trascorso un mese bellissimo, ma anche faticoso per il clima molto caldo. Eravamo tre juniores: io e le due suore peruviane Deysi e Yodmi. Abbiamo accompagnato il lavoro delle nostre suore che vivono ad Oriximinà: irma Eleusa, Marivone e Luzia. Così siamo state con loro nella missione popolare fatta da suore e laici, una mattinata per incontrare la gente nelle loro case, conoscere le loro necessità e situazioni, pregare con loro e per loro e invitarli a partecipare alla vita della comunità.

Altro momento significativo è stata la formazione dei ministri straordinari dell’Eucaristia: una sala piena di persone, desiderosa di ascoltare per crescere nella loro fede e di prepararsi sempre meglio per il loro ministero. Per i giovani c’è il lavoro vivace della pastorale giovanile, per gli anziani la pastorale della salute, per i bambini quella della crianza, Insomma la Chiesa brasiliana è organizzata per stare vicino e dalla parte del popolo.

Le suore lavorano molto perché la vita sia vissuta come vocazione, anche nella loro casa periodicamente incontrano un gruppo di ragazze per fare insieme un cammino di fede e di discernimento vocazionale, con un’iniziativa che prende il nome di Devoc.

Mi ha anche impressionato vedere come si stia sviluppando un nuovo insediamento in una zona assai periferica della città che la prefettura non ha ancora raggiunto con strade, elettricità, acqua etc. Le persone più povere invadono, puliscono e recintano un’area sulla quale costruiranno una casa molto semplice in legno o mattoni appena avranno la possibilità. La Chiesa è attenta a questi potenziali centri abitati che si vanno fondando e si fa vicina, costruendo alla stessa maniera e nella stessa zona una specie di chiesa

La comunità ecclesiale dell’area periferica di cui sto raccontando si chiama “Gesù misericordioso”, e anche il territorio in cui sorge viene identificato con lo stesso nome. In realtà è uno spazio vastissimo di terra con poche case che sorgono qua e là, ma destinate ad aumentare. Con alcuni aiuti giunti dall’Italia in questa stessa area è stata costruita una “Padaria”, una panetteria e un pozzo artesiano che serve tutte le persone della zona. Certo non è comodo come avere il rubinetto in casa, ma è di certo meglio di niente. Nel cassetto la nostra congregazione ha vari progetti per questa terra e in particolare per questa area periferica: costruire un “Comedor”, un grande refettorio con cucina, per assicurare un pasto completo alle famiglie più povere e una Creche che accolga i bambini affinchè possano studiare, giocare ed essere accompagnati nel percorso di crescita. Il terreno dove sorgeranno queste strutture è già recintato e appena ci saranno gli aiuti necessari inizierà l’opera, nel frattempo non vogliamo smettere di sognare in grande e per il bene.

Come vive la Chiesa in Brasile?

Innanzitutto c’è da dire che la vita della Chiesa in Brasile è il popolo stesso, nel senso che sacerdoti e religiosi/e sono numericamente pochi per servire aree così grandi e densamente popolate. La sinergia che c’è con i laici permette di arrivare lontano. Il popolo è molto religioso e partecipa attivamente alla vita ecclesiale, coinvolgente e vivace, che a sua volta regge anche quella sociale. Il rito è partecipato e molto sentito: tutti cantano, pregano e si rendono disponibili per i vari servizi addirittura con una turnazione. Trovandoci in un territorio di missione, anche la Chiesa vive in prima linea raccogliendo le istanze, le urgenze a cui di volta in volta far fronte. A tal proposito, mi raccontavano che anni fa molti bambini morivano per la malnutrizione, oggi invece grazie al lavoro capillare svolto dalla pastorale della Crianca (pastorale del bambino) che accompagna il piccolo dalla gestazione ai 6 anni d’età assicurando sostegno alla madre dal p.to di vista materiale e spirituale, questo problema è stato vinto, ma la Chiesa resta a fianco di questa categoria per prevenire le infezioni e l’obesità. Un’altra pastorale interessante è quella chiamata “del dizimo”, le persone come le prime comunità cristiane danno parte dei loro guadagni per le necessità dei più poveri, sentivo parlare del 10% del loro salario, anche i bambini versano ogni mese il loro dizimo pari a due reali che in euro sono meno di 50 centesimi. L’economia è molto debole, basti pensare che 1 euro equivale a poco più di 4 reali, ma sfiorare in molti casi la soglia della povertà non è un impedimento a condividere anche il poco che si ha.

Sei stata anche nelle favelas?

Si, siamo state nella favelas di Villa Prudente con irma Marivone, la quale ha vissuto più di tre anni in questo luogo per un progetto pastorale intercongregazionale. Non è facile entrarvi, perché c’è molto spaccio di droga, in realtà a prima vista un po’ tutto lascia a desiderare, le abitazioni sono fatiscenti e alcuni vicoli sono delle vere e proprie intercapedini tra una casa e l’altra, dove a stento passa una persona.

Anche qui, la cosa più stupefacente per me è sempre il lavoro che riesce a portare avanti la Chiesa. Innanzitutto stando in mezzo al popolo, vivendo negli stessi luoghi e assumendo le stesse difficoltà, ma soprattutto offrendo speranza con occasioni d’incontro, dialogo e crescita che favoriscono il riscatto sociale e il bene comune. Anche in questo luogo ci sono tantissime brave persone che fanno silenziosamente il bene. Siamo entrate anche in alcune case e anche questa è stata un’avventura, a volte pericolosa, perché le scale a chiocciola esterne erano strette e ripide, a volte sorprendente…In una casa di due sposini, gli ambienti seppur piccoli erano arredati con gusto e cura e in bella esposizione risaltava una collezione di più di 1500 oggetti che rappresentavano rane di tutte le dimensioni e fatti con molti materiali. La casa molto spesso ti racconta qualcosa delle persone che ci abitano, e nella favelas con mio grande piacere queste visite mi hanno fatto scorgere tanta felicità, tanta solidarietà e tanto desiderio di costruire il bene.

Cosa hai portato nel bagaglio dal Brasile, come cosa preziosa?

Dal Brasile mi sono portata in primis lo slancio missionario e tanta gioia di vivere, che vorrei diventassero sempre più una mia cifra, con le caratteristiche tipiche di questo popolo: l’allegria, l’accoglienza, il rispetto delle diversità, il profondo spirito di fede e la capacità di cogliere e ringraziare Dio per tutti i suoi doni.

Ringrazio Dio e tutta la congregazione per avermi offerto questa occasione e per il lavoro silenzioso e continuo che ogni suora fa nella Chiesa di Dio, che è nel mondo.

  a cura di viola mancuso, pme

One thought on “Intervista a suor Tiziana- Esperienza di juniorato internazionale. Formazione e missione

  1. Ida

    Dalle parole salta immediatamente agli occhi l’entusiamo con cui ti sei data in questa esperienza. Una descrizione attenta capace di far sentire il lettore come dentro ad un film-almeno per me. L’impegno che vede coinvolti anche i laici dovrebbe essere anche nostro, qui nella realtà sociale che viviamo. Grazie della condivisione. Ida

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