IV domenica di Quaresima- Dammi il patrimonio che mi spetta!

Quante volte, con questa espressione suggeritaci dal Vangelo odierno, ci siamo allontanati da Dio Padre, con la pretesa di vivere da soli la nostra vita…

È la stessa esperienza di questo figlio minore, il quale pur avendo sete di comunione (v. 16), vive male le sue relazioni e, pieno di “cose”, immagini di apparente felicità, lascia la casa paterna in cerca di una vita migliore. Una volta finiti i beni, sperimenterà solitudine e angoscia profonda (v. 14) fino a sentirsi esiliato da se stesso e dagli altri… toccherà il fondo e così deciderà di rientrare in se stesso, di guardarsi dentro, di scoprire le cause della sua sofferenza e di “convertirsi” (v. 18). Scoprirà che più di beni materiali, ci sarà bisogno di profonda umiltà e di riconoscimento delle proprie miserie per ristabilire l’unica cosa che conta: la relazione con il Padre e con gli altri.

Al suo ritorno, pur se tutto lacero e lurido, troverà il Padre ad aspettarlo, il quale, vedendolo da lontano, scenderà in fretta per accoglierlo…. È questa la gioia dell’incontro con il figlio perso, morto, ma ritrovato e tornato alla vita (vv. 24,32).

Soffermiamoci per un attimo sulla figura del Padre; alla richiesta di eredità del figlio (che lo dichiarava così già morto) (v. 12) avrebbe potuto lapidarlo secondo le leggi della Torah ebraica (Dt 21,18-21), eppure, in umiltà, accetta la decisione del figlio, permettendogli di essere così come egli stesso desidera essere e vivere. È un Padre, Dio, sì onnipotente, ma che proprio nella Sua onnipotenza si ritira per farci posto, anche quando decidiamo in cuor nostro di vivere “lontano” da Lui. A Dio non spaventa il nostro peccato, ci lascia fare ciò che desideriamo, attendendo però pazientemente il nostro ritorno a Lui… non gli importa cosa gli diremo, quali parole pronunceremo, quali scuse troveremo, non vuol sapere nulla! Solo desidera ridarci la nostra dignità perduta (vv. 22-24) e fare festa con noi e per noi.

“Quanto più la sofferenza scaverà nel nostro cuore, tanta più gioia potremo contenere” (Tagore): non è questa l’esperienza del Padre? Soffre non solo per il distacco dal figlio, ma soprattutto perché questo figlio tanto amato, non riesce a centrare gli obiettivi (senso del peccato) e, dopo aver tanto sofferto, gioisce fortemente per la “conversione” e il ritorno a casa del figlio.. la dimora si riempie di gioia, ma qualcuno non vi partecipa. È il secondo figlio, il maggiore, colui che non si è mai allontanato da casa, forse con il corpo, fisicamente, ma con il cuore, sì! È un figlio che si volge più verso il giudizio (v. 30) che alla misericordia e non riesce così a far spazio agli altri.

La parabola raccontata da Luca, non ha un finale ben preciso; non sappiamo se il figlio maggiore condividerà la gioia della festa. Forse l’evangelista vuol farci immedesimare nei personaggi presentati; infatti anche noi a volte siamo figli minori, quando ci allontaniamo da Dio, ma a volte siamo anche il figlio maggiore il quale, chiuso nel proprio egoismo, non si apre alla gioia e alla relazione con i fratelli.

Viene naturale allora chiedersi:

“Che faremo, andremo alla festa dei fratelli?” Instaureremo una relazione fraterna con loro?

In questo profondo periodo di quaresima, se ci pesa qualcosa sul cuore, corriamo verso il Padre che ci attende, ritorniamo a casa e ristabiliamo l’armonia spirituale della nostra interiorità e, seppur ci stesse qualcosa di troppo grave, ricordiamo sempre che dio è più grande del nostro cuore (1Gv 3,20).

E che il perdono ricevuto dal Padre nel sacramento della riconciliazione, diventi dono per i fratelli che forse hanno mancato verso di noi.

sr Simona Farace, P.M.E.

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