V domenica di Pasqua – Nel dono un nuovo umanesimo

“Rimanete in me e io in voi…” è l’invito che Gesù rivolge ai suoi amici nel discorso di congedo, prima “di lasciare questo mondo” (Gv 13, 2), e che oggi rivolge a noi nella 5^ domenica di Pasqua…Ancora una volta Gesù, per dire cose importanti, vitali utilizza un linguaggio semplice, immediato; richiama scene di vita quotidiana ed elementi tratti dalla natura. Ricorre ad una metafora per ribadire quanto aveva cercato di comunicare ai suoi discepoli durante il tempo vissuto con loro, quanto aveva comunicato nell’ultima cena con la lavanda dei piedi e la consegna del comandamento dell’amore. “Io sono la vite …e voi i tralci”: per Israele, per i discepoli, la vigna era evocativa del rapporto del popolo con Dio, evocativa della cura, dell’attenzione di Dio e dell’infedeltà reiterata del suo popolo. Gesù anche in questa metafora fa un passaggio ulteriore, inaugura quella nuova, inedita alleanza nella quale la vite è lui, connesso strettamente alle sue creature che sono i tralci…Siamo una cosa sola: vite e tralci sono strettamente connessi e interdipendenti, la vite produce di più e meglio se i tralci sono potati. E le radici, la linfa che passa attraverso vite e tralci è la stessa. Gesù è inclusivo davvero, ci siamo tutti con lui, nella diversità delle nostre identità e carismi: non siamo entità contrapposte, non c’è più quella dinamica improduttiva  “noi e voi” che ci contamina. Ciò che conta è divenire suoi discepoli, compiere le opere che egli compie e anche di più grandi.

“Rimanete in me e io in voi”: l’invito di Gesù è controcorrente e provocatorio. In un contesto che continuamente ci chiede mobilità, velocità, efficienza…la parola del Vangelo ci chiede di fermarci, di stare, di abitare il silenzio e le parole…E’ necessario lasciar maturare dei processi che richiedono tempo, che sono condizione di una vita sensata, di una pienezza di vita.

“Rimanete in me e io in voi” è l’esperienza che Gesù rende possibile nel dono dell’Eucaristia. Dio sceglie di fare comunione con noi non donandoci qualcosa, ma offrendo la sua vita, “ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e … facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 7-8).                                    C’è un segno che dice in maniera inequivocabile l’appartenenza a lui: una vita donata;  una vita mite, umile, generosa che diventa speranza e seme di un nuovo umanesimo.

Viola Mancuso pme

 

 

 

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