XIV domenica (anno C)- Andate

Il brano evangelico odierno è strettamente collegato a quello della sequela che abbiamo meditato insieme domenica scorsa: la missione è conseguenza della sequela!
Il dono della missione, su cui oggi vogliamo riflettere, non è un’azione tra tante, ma appartiene alla natura stessa del nostro essere cristiani. Essa non è un’imposizione, ma un’esigenza basata sulla condivisione della Parola che ci è stata affidata.
Gesù ne invia 72…tanto era considerato il numero dei popoli sparso su tutta la terra allora conosciuta; tutto il mondo, quindi, deve conoscere l’avvento del Regno di Dio. Tutta la Chiesa e quindi tutti noi, in forza del battesimo, siamo chiamati ad essere missionari. Generalmente nel nostro modo di pensare, questa parola evoca terre lontane, popoli sconosciuti, mondi sconfinati. Ma non è così! La missione del cristiano, infatti, parte “dal suo mondo”, dalla sua casa, dalla sua famiglia, dal suo ambiente di lavoro. È in tutti questi ambiti, da noi vissuti, che sorge l’esigenza di aprire le porte al Regno che è venuto, che viene, che sempre verrà.
Come fare ciò? La missione, qualsiasi essa sia, non va mai vissuta con superficialità, né va mai improvvisata, ma al contrario, essa ha bisogno di linee guida, di uno stile che il Signore stesso ci indica nel Vangelo.
Il cristiano missionario “non porta la bisaccia” (v. 4), non è cioè impedito da ricchezze o da eccessivi mezzi necessari all’organizzazione della sua azione, ma si fida più di Dio che di sé, delle proprie potenzialità, e dei suoi piani o progetti.
Il missionario è uno che non ha tempo da perdere in chiacchiere inutili e oziose: “Non salutate nessuno” (v. 4) perché ha fretta di arrivare al cuore del messaggio e di portarlo a tutti. È uno che si sofferma sull’importanza della Parola più che sulle parole, è uno che annunzia la Pace (v. 5), primo dono di Cristo risorto e segno messianico della presenza del regno. Per far questo, il discepolo inviato deve possedere lui per primo la pace, deve essere lui per primo, uomo di pace. Come si può donare qualcosa agli altri se prima non la si possiede?
E qui verrebbe proprio da interrogarci seriamente sul nostro essere cristiani: possiedo io, veramente dentro il mio cuore, la presenza del Signore con tutti i Suoi doni per condividerli con gli altri?
Credo che spesso vogliamo essere missionari solo a parole, con le nostre parole, facendo cadere nel vuoto l’invio del Maestro. Il Vangelo ci esorta a pronunciare poche parole: “Pace a questa casa” (v. 5) e non a fare lunghi comizi o pesanti prediche che non giovano a nessuno.
Certo, non tutti ci accoglieranno; il Signore è cosciente di ciò e ci prepara. Il rifiuto degli altri non deve rappresentare, però, una sconfitta per noi che ci impedisce poi di annunciare il Suo messaggio di Pace e di Amore. Nostro compito è quello di testimoniare la Sua presenza in mezzo a noi con lo stile tipico di Dio il quale si propone e mai si impone! Ognuno di noi è una persona libera di poter compiere scelte nella vita, l’importante però è che noi che abbiamo udito la Sua voce tante volte, non voltiamo le spalle al Maestro e “scuotiamo la polvere dai nostri sandali” (v. 11) per non farci intrappolare da ragionamenti “umani, troppo umani” privi di luce e di grazia.
Ma se l’annuncio viene accolto ed altri aprono il loro cuore al Signore, dobbiamo sì essere contenti, ma non fare di questo successo il nostro fine ultimo. Non importa se grazie a noi, molti verranno alla fede, ma c’è da meravigliarsi che i nostri nomi e cioè tutta la nostra realtà spirituale e corporale è già unita al Padre per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo, nella Sua dimora, nei cieli.
Apriamo prima noi il cuore all’annuncio della Parola, aderiamo con tutte le forze e la nostra stessa vita, senza inutili troppe parole, risplenderà di luce splendida, rischiarando l’umanità che spesso cammina nelle tenebre.
Nell’invio, non siamo soli perché il Signore è sempre con noi!
Sia questa certezza, la nostra forza!
sr Simona Farace, PME

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