XXIII domenica del t.o. (anno C) – Vivere da discepolo

La Parola di questa XXIII domenica del Tempo Ordinario è chiara ed inequivocabile. Alla folla che lo segue, Gesù ricorda le condizioni necessarie ed indispensabili “per essere discepoli”. La sua predicazione ha successo, gli ascoltatori, pronti ad accompagnarlo lungo la strada, sono molti; ma Gesù, vuole accanto a sé discepoli disposti a seguirlo ovunque, per questo si volta indietro per guardare quella folla e rivolgerle parole capaci di fare chiarezza nei cuori. Parole dure, che chiedono di combattere contro se stessi. Appare subito evidente che la sequela implica scelte coerenti e coraggiose, fino alla rottura dei legami familiari e alla rinuncia a se stessi. Fare il vuoto dentro di sé per far posto a Dio, al suo messaggio, alla salvezza, agli altri; lasciare tutto, abbandonare le sicurezze acquisite, mettersi in cammino verso una meta incerta, fidandosi solo della Parola di Dio. Gesù avverte:” Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre…non può essere mio discepolo”.

E’ un forte richiamo a qualcosa di più grande, ad un di più che l’uomo non riesce ad intravedere. Egli   sfida a desiderare una gioia più grande, suscita una nostalgia profonda; anche se siamo piccoli, poveri e peccatori ci spalanca un orizzonte più ampio; chiede di metterlo al primo posto, prima ancora dei legami familiari; di accogliere che ci saranno difficoltà; di non fare affidamento sui beni materiali, ma solo su di Lui. Solo se Dio è al primo posto si è capaci di un amore sano al proprio padre, alla propria madre….  E’ duro il linguaggio che Gesù usa per invitare i suoi e con loro tutti noi, a seguirlo in modo totalizzante: Egli esige un distacco radicale da ogni legame terreno. Arriva a dirci che dobbiamo avere un’interiore disposizione a dare perfino la nostra vita, se ci è richiesta, come testimonianza di fedeltà a Lui. La radicalità evangelica, per quanto difficile, è comunque praticabile con la forza della fede e l’intensità dell’amore a Dio. Ci invita a godere le gioie più profonde, sapendo che sono caparra della vita futura.

                Gesù non vuole essere un Messia a buon mercato, per questo è forte nelle sue affermazioni, perciò dice:” Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”.

Con questa espressione non indica la fatica di testimoniare il Vangelo, in una società che stenta ad accoglierlo. La croce di cui parla è il segno di un amore supremo: quel legno, portato sulle spalle dall’Uomo sofferente verso il Golgota, è lo strumento con il quale ci è stato rivelato tutto l’amore che il Padre ha per i suoi figli. Il peso che Gesù pone sulle spalle di ogni discepolo, che decide di seguirlo, è il peso dell’amore.      Un amore esigente, che tutto chiede, che mette gli altri al primo posto e noi all’ultimo, che ci spinge a donarci nella vita quotidiana a coloro che camminano accanto a noi. Non siamo dei super eroi destinati a sopportare la sofferenza. La croce per noi   diventa un trampolino di lancio; se accogliamo qualsiasi incomprensione, imprevisto, sofferenza, ci accorgiamo che anche il dolore può salvare; la croce è provvisoria, è necessariamente fragile, a volte insopportabile, ma non mancherà la ricompensa.

                Vivere da cristiani, seguire l’esempio di Gesù, significa andare controcorrente, impegnarsi in un’esigente lotta spirituale. Egli non offre facili illusioni e immediati piaceri a basso costo, ma fiducia ed abbandono in Lui, che per primo ha vissuto l’esperienza del farsi dono fino alla croce.

                 Chiediamo al Signore che ci aiuti a portare ogni giorno la nostra croce affinché, per mezzo di essa, possiamo annunciare il grande amore e l’infinita misericordia che ha per ciascuno di noi.

sr Annafranca Romano

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