XXXII domenica t.o. (anno c) – Il Dio dei viventi

Il brano evangelico di questa domenica ci riporta la discussione dei sadducei con Gesù sulla fede nella risurrezione. Essi gli pongono una domanda insidiosa attraverso la storia di una donna che era stata moglie di sette fratelli, deceduti uno dopo l’altro. Gesù risponde con autorevolezza, interpretando diversamente l’idea della risurrezione: Egli rivela che questo mondo passa e che nella novità del Regno dei cieli non conterà più la necessità inscritta nella vita biologica di uomini e donne.

Il mondo che viene è una realtà altra da quella che conosciamo, vi entreranno quanti saranno ritenuti degni, “i benedetti del Padre” (Mt 25,34).

Noi cristiani siamo i testimoni della risurrezione; dicendo che il nostro Dio è il Dio dei vivi e non dei morti, facciamo un’affermazione che non riguarda solo l’aldilà, ma anche il presente.  Dio dei vivi, di chi già oggi è veramente impegnato nella vita per migliorare la storia dell’umanità. Vita che non può finire perché è la stessa vita di Dio, che continua al di là della morte fisica.  E’ la sicurezza cristiana della nostra vita, dalla cui certezza scaturisce la gioia e la pace.

L’insidia tesa a Gesù dai suoi oppositori gli offre l’occasione per approfondire e dilatare la meraviglia del suo Vangelo per noi e per tutta l’umanità. La perla che scaturisce dalla Parola di oggi è          la vocazione di tutta la storia e di ogni realtà umana ad essere segno. Segno di Lui, che raccoglie e porta a compimento la profezia di Israele ed entra in ogni spazio della creazione e della storia per farne “segno”    di Sé. Anche le pieghe e i drammi più dolorosi possono diventare orizzonte del suo mistero di amore e novità di vita.

Oggi Gesù considera e illumina la realtà profonda dell’amore che unisce l’uomo e la donna, realtà che fin dal principio è chiamata ad essere segno privilegiato del mistero dell’Amore e del mistero stesso di Dio.

Egli rivela che la norma riguardo alla discendenza, disposta dalla legge mosaica, era transitoria nell’attesa della sua venuta e della pienezza di grazia che avrebbe portato. Perciò “quelli che sono giudicati degni della vita futura e della e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito…”.

Gesù ci lascia intravedere una realtà completamente diversa da quella che viviamo in questo mondo. Dopo la nostra morte, se giudicati degni della risurrezione, diventeremo figli di Dio, vivi nello spirito ed in intima comunione tra noi nell’unico amore che tutti attrae ed unisce.

Possiamo quindi dedurre che, pur non annullando quegli affetti e vincoli umani che ci hanno legato quaggiù, in cielo vivremo la pienezza dell’amore, che non ammette differenze e gradi. Per noi cristiani l’argomento definitivo, fondamentale per la nostra fede, è legato alla risurrezione di Cristo.

Il Dio in cui crediamo è un Dio che non vuol essere considerato come Dio dei morti, ma come il Dio dei viventi, perché la sua Parola, la sua presenza, il rapporto di alleanza che egli instaura con noi, ci strappa alla morte e ci lancia in un’avventura protesa verso l’eternità.

                                                                                                                                            sr Annafranca Romano

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