XXXIII Domenica del t.o Anno A- Doni da custodire e condividere

«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni…” Questo è l’atteggiamento di partenza da parte di Dio, un Dio che consegna continuamente tutto fino a consegnarsi Lui stesso. Consegna la vigna, consegna i beni, consegna i talenti. Questa è una delle parabole della fede che Dio ha negli uomini. Non importa che siamo servi, si è degni di tutta la sua fiducia, ci rende degni il suo sguardo. Tutto sta nella nostra capacità di ricevere, accogliere, far fruttificare oppure sotterrare, bloccati dalla vita e incapaci di uscire dallo sguardo errato che si ha nei riguardi del padrone. Bisogna educare lo sguardo e gli occhi, sono stati fatti per scorgere anche al di là di ciò che si pensa.

La fiducia del padrone parte da uno sguardo reale e particolare su ognuno e, ad ognuno dà secondo le proprie capacità. Una scelta che spesso noi uomini vediamo come un “ fare le differenze”, mentre è un invito a prendere consapevolezza delle proprie capacità, a far fruttificare quanto ci è donato. Una capacità che Dio conosce più e prima di noi. In ogni moneta consegnata ci è data anche la possibilità di prendere coscienza di quanto possiamo ancora diventare. Oggi come talento ci viene consegnato il vangelo, la sua Parola, l’Eucarestia, la fede , la sua logica di misericordia e perdono. Attraverso di noi questi “talenti” possono fruttificare, diffondersi, moltiplicarsi,

Cosa ne facciamo di queste realtà- beni consegnati a noi? Sorge spontanea la domanda che esce dalla bocca di Gesù e suona come una sua preoccupazione: Quando il Figlio dell’uomo verrà troverà ancora fede sulla terra? Troverà certamente tanti che come i due servi non hanno esitato ad impiegare il loro talento, ma anche tanti altri che per paura avranno sotterrato senza aggiungere nulla di proprio a questo dono.

“Eccolo, è ancora tuo” dirà il terzo servo, ma Dio non consegna doni da custodire, ma da condividere, elargire, moltiplicare. Alla fine dovremmo poter rispondere: ecco ciò che è nostro Signore .

La risposta del padrone è sorprendente: “bene servo buono e fedele” non per la quantità del ricavato, ma per la fedeltà nel poco. Nella fedeltà è il segreto dei nostri frutti, quella fedeltà quotidiana dove ricordarsi che siamo in questo mondo per fiorire e non per rimanere sotto terra. Ci attende una gioia, un partecipare all’abbondanza di Dio. Così ogni qual volta che adoperiamo i nostri talenti scopriamo che invece di restituire ci è restituita la vita, la dignità, la fiducia, la gioia.

    suor Giuliana Imeraj

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