​Bimba diabetica morta in mare Il peso atroce dell’ignavia

di Marco Tarquinio

Da AVVENIRE 18 luglio 2015

Non ha più vita e neppure volto quella bimba. Ma non potremo dimenticarla, e non dobbiamo. Aveva 10 anni appena. La guerra l’ha strappata alla terra in cui era nata, la Siria. Uomini crudeli hanno fatto affari sulla debolezza e sulla disperazione sue e della sua famiglia e persino sulla piccola scorta di insulina che per lei, piccola malata di diabete, era lasciapassare dell’oggi e del domani. Un viaggio lento e duro, che le ha succhiato via ogni stilla di vita e di forza, l’ha uccisa. Il mare, per il gesto straziante e pietoso di un padre, se l’è presa.

Aveva 10 anni appena, e un visino che nessuno potrà più vedere e che forse non conosceremo mai. E a noi, da questa parte del Mediterraneo, non resta che misurarci con la sua morte di bimba. Un culmine d’ingiustizia e di dolore, di violenza e di inerzia che si dice in una sola fragile creature spezzata e perduta, in una figlia che avrebbe potuto essere nostra e che in effetti un po’ lo era, come ogni generato di donna e uomo sulla faccia della Terra. Un culmine di smarrimento che ha il volto rimosso e infine inesistente di migliaia e migliaia di altri assassinati per forzata migrazione, e delle infinite sofferenze loro e dei sopravvissuti. 

Ferite mortali e cicatrici anche per la nostra anima e per ogni risvegliata coscienza, ma che ostinatamente quasi nessuno ha visto, pochi hanno sentito e pianto, troppi – soprattutto in questi giorni d’irose intolleranze e di aizzate tentazioni della porta chiusa – hanno evocato solo per sospetto e imprecazione. Tutto questo c’è in questa morte bambina, e infinitamente vecchia. Perché questa sola morte basta a consegnarci il peso atroce della nostra ignavia.

Ecco il frutto dell’incapacità di impedire il terribile protrarsi di una guerra che una parte del nostro mondo, con cieca supponenza, ha contribuito ad accendere. Ed ecco il prezzo, che tutti dovrebbero finalmente sentire come intollerabile, dell’assurdo e disumano rifiuto di aprire corridoi umanitari per i bambini, le donne e gli uomini in fuga dalle città e dai villaggi trasformati in campi di battaglia militare e di pulizia etnica, ideologica, religiosa.

È facile dire: “Sono stati gli scafisti”. Ma chi ha messo in mano agli scafisti, e più ancora ai trafficanti che scafi e scafisti organizzano, la vita e la morte di persone che abbiamo il dovere umano di assistere e di accogliere? Non ha più vita né volto quella bimba spezzata e perduta. Ma ha il nome di ogni figlia e di ogni figlio. E che neppure per lei ci sia stata una strada aperta, una via sicura per la salvezza e il domani dice con definitiva forza di quanto male ci stiamo rendendo complici. Ce ne sarà chiesto conto, sta scritto. Ma già ora ci è chiesto.

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