Migranti, il dovere della Chiesa e quello dei media

di Giulio Albanese (missionario e giornalista italiano, appartiene alla Congregazione dei Missionari Comboniani)

su AVVENIRE 11 agosto 2015

Ogni qualvolta papa Francesco affronta la questione migratoria, nel nostro Paese c’è chi non resiste alla tentazione polemica. Soprattutto, quando il Papa ricorda a credenti e non credenti che l’«accoglienza», di fronte a tanta umanità dolente proveniente dalla sponda africana, è sacrosanto dovere delle persone di retta coscienza. Siamo di fronte a un fenomeno epocale, rispetto al quale non è lecito stare alla finestra a guardare. Una di quelle questioni che andrebbero sottratte all’ordinaria contesa politica, al consueto scontro fra maggioranza e minoranze parlamentari. Una sfida culturale che supera la pura dimensione umanitaria, e impone un’operazione politica delle Istituzioni nazionali e sovranazionali tesa a realizzare e regolare “contesti sociali” che ci portino oltre le antiche chiusure degli Stati nazionali. Una prospettiva che carica la società civile, nelle sue molteplici componenti, della responsabilità di avvertire pienamente l’istanza della “globalizzazione dei diritti”.
Il primo impegno per tutti, ma davvero per tutti, è chiedersi quali siano le vere ragioni del grande esodo, rispetto al quale l’Europa, nel suo complesso, ostenta un algido cinismo. Guerre e sopraffazioni, certo. Ma quanto poco pesa nel nostro discutere, la miseria di popoli ai quali abbiamo imposto oneri a non finire e negato ogni rappresentazione mediatica per poter continuare a condurre un’indisturbata predazione delle risorse delle terre dove vivono… Che si tratti di minerali pregiati o di fonti energetiche, la dura verità, che alcuni vorrebbero non trapelasse mai, è che il mondo “civilizzato” ha ricevuto dalle periferie del villaggio globale molto più di quanto abbia restituito.
E poi non abbiamo solo tralasciato di spiegare che la mobilità umana, anche in circostanze estreme, può trasformarsi in forza propulsiva di sviluppo, ma purtroppo certa comunicazione ha colpevolmente limitato il tema dell’immigrazione alla cronaca degli sbarchi. E questo investe il concetto stesso di servizio reso dal sistema della libera informazione, la capacità di rappresentazione di realtà geograficamente distanti, ma anche dello stesso sistema Paese proprio nei suoi aspetti, per così dire, fisiognomici più complessi e anche scomodi. Fatto sta, che i neuroni dell’anima di interi settori di opinione pubblica, si sono spenti.
C’è addirittura gente che va a Messa, ma che non vive la carità né nei pensieri né nelle opere. E magari arriva a criticare l’ardore missionario di Francesco, giudicandolo “terzomondista”. Per non parlare degli accusatori più incalliti, laicisti e non solo, che rimproverano alla Chiesa di predicare senza, però, praticare. A questi detrattori-disinformatori, sulle pagine di “Avvenire”, si è replicato in più circostanze, con ricchezza di particolari, di dati e di esperienze, ma repetita iuvant. Negare che la Chiesa sia in prima linea nel servizio a tutti gli ultimi – a coloro che sono profughi e migranti, alle famiglie colpite dalla recessione, ai senza fissa dimora – è semplicemente fuori dal mondo. Per carità, tutto è perfettibile e potranno anche esservi state omissioni o negligenze – ce lo ricorda l’incessante sprone del Papa a fare di più e meglio, accompagnato ancora una volta dal lavoro dei cronisti di questo giornale –, ma l’impegno di moltissime Caritas e Migrantes diocesane e di una miriade di gruppi di volontari cattolici è sotto gli occhi di tutti. E cosa dire, poi, dei missionari italiani in giro per il mondo a fianco dei poveri? Quelli non contano?
Giorni fa, chi scrive ha incontrato una signora che si compiaceva per il cospicuo aiuto che, sotto forma di borse di studio, elargisce a una benemerita congregazione che opera nell’ambito educativo in Africa. Al contempo, però, ha espresso un severo giudizio sui migranti: secondo lei, in gran parte «terroristi» al servizio del jihadismo. La propaganda di sospetto e d’odio condotta da jihadisti e politici senza scrupoli lascia il segno, persino in persone generose e sensibili. Forse bisogna cominciare a domandarsi se, nella formazione impartita nelle parrocchie, nella cosiddetta pastorale ordinaria, vi sia un deficit di consapevolezza, non solo rispetto alla verità dei fatti, ma anche al dettato evangelico. Vittorio Bachelet, martire del Novecento, diceva: «Non si vince l’egoismo mostruoso che stronca la vita se non con un supplemento di amore».

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