Nella Liturgia della Parola e indubbiamente il senso dell’udito ad essere particolarmente coinvolto, la dove Dio parla al suo popolo, per nutrirlo con la sua Parola, e il popolo risponde a questa Parola con parole di fede, acclamazioni e preghiere. In questo dinamismo dialogico, l’udito si apre all’ascolto, la voce si dispiega nel canto e nell’acclamazione, gli orecchi si affinano alla profondità della comunicazione, la mente e il cuore si dilatano nella meditazione, nel giusto equilibrio tra parola e silenzio.

Sebbene la nuova edizione del Messale ci consegni intatto il progetto rituale della Liturgia della Parola, senza variazioni rispetto alla precedente, molto e il lavoro da fare perché nelle nostre assemblee eucaristiche si passi dal “leggere le letture” al “celebrare la Parola”: la messa in opera della Liturgia della Parola e spesso ancora alquanto didattica, per cui quanto viene proclamato e accolto come un messaggio da leggere e da spiegare, più che come una Persona da incontrare e un Evento da celebrare.

Ciò appare in modo evidente dalla gestualità impiegata nell’atto di proclamare e ascoltare la Parola (in piedi, seduti, con lo sguardo rivolto all’ambone per il Vangelo) e dal coinvolgimento dei sensi (si ascolta, si vede, si percepisce il profumo, si bacia), dall’importanza del silenzio, del canto, del luogo dal quale si proclama, dei ministri, dei libri utilizzati.

Sul versante dell’ascolto, si tratta di formare ad una proclamazione preparata e capace di favorire una migliore accoglienza della Parola; di educare alla bellezza del silenzio che attende, riceve, custodisce nel cuore la parola del Signore. Anche una migliore adeguatezza dell’aula può far si che si possano arginare quei disturbi uditivi e visivi che segnalano una percezione ancora insufficiente della presenza di Colui «che parla, quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura» (SC 7).

                                                                                                                     don Franco Bartolino

L’azione liturgica dell’Eucaristia è chiamata a coinvolgere totalmente il corpo personale e comunitario dei fedeli nel Mistero della Pasqua del Signore. In questo incontro tutti i sensi del credente sono raccolti e coinvolti, in una progressione che va dal vedere all’ascoltare, sino al contatto più intimo che si dà nell’esperienza del mangiare e del bere.

I riti di inizio

 All’inizio è coinvolto in modo particolare il senso della vista. Nei riti della soglia, che hanno per obiettivo quello di radunare la comunità e disporla alla celebrazione, l’assemblea assume la propria fisionomia di corpo radunato intorno alla mensa della Parola e del Pane, per riconoscersi fin da subito come corpo di Cristo e famiglia di Dio.

Radunandosi “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, l’assemblea si riconosce già visitata dalla presenza del Signore promessa a quanti si radunano nel suo nome (cf. Mt 18,20).

Il Kýrie eléison, che nella nuova edizione del Messale e stato custodito nella lingua originale con cui i vangeli sono stati scritti, e un rito autonomo rispetto all’atto penitenziale: e una acclamazione a Cristo e nello stesso tempo un’invocazione dello sguardo del Signore misericordioso su di noi, per accogliere la sua benevolenza e il suo perdono.

La nuova edizione del Messale ci riconsegna la forma rituale dei riti di inizio senza variazioni di rilievo. Sappiamo come negli affanni della vita sia particolarmente difficile attraversare la soglia della preghiera per sentirsi coinvolti nella dimora della liturgia: per questo motivo, la cura per i riti di inizio e per i suoi gesti che vanno alla ricerca del Signore misericordioso costituirà un punto di particolare importanza nella recezione della nuova edizione del libro liturgico.

                                                                                                       don franco Bartolino

 

 

Sul versante della bellezza evangelizzante della liturgia, e importante rileggere le indicazioni del libro liturgico nella direzione di un’arte del celebrare che scaturisce da una complessiva e armonica «attenzione verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parola e canto, gesti e silenzi, movimento del corpo, colori delle vesti liturgiche. La liturgia, in effetti, possiede per sua natura una varietà di registri di comunicazione che le consentono di mirare al coinvolgimento di tutto l’essere umano» (Benedetto XVI, Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, n. 40).

Occorre, a questo proposito, ribadire che il Messale non e semplicemente una raccolta di “testi” da comprendere e proclamare, ma pure e soprattutto un libro che indica “gesti” da porre in atto e valorizzare, coinvolgendo i vari ministeri e l’intera assemblea. La bellezza della liturgia scaturisce dall’armonia di gesti e parole con cui si e coinvolti nel mistero celebrato. I diversi linguaggi che sostengono l’arte del celebrare non costituiscono dunque un’aggiunta ornamentale estrinseca, in vista di una maggiore solennità, ma appartengono alla forma sacramentale propria del mistero eucaristico.

Già nella Presentazione CEI alla seconda edizione del MR (1983) si intuiva l’importanza dell’arte di celebrare: «La celebrazione eucaristica non sarà pastoralmente efficace, se il sacerdote non avrà acquisito l’arte del presiedere, e cioè di guidare e animare l’assemblea del popolo di Dio» (n. 9). L’espressione che inizialmente era applicata al presidente, ma che e presto stata estesa all’intera assemblea celebrante, manifesta una attenzione urgente per attuare l’autentico spirito della riforma liturgica. Ci si e accorti che non basta eseguire, tanto meno improvvisare la nuova forma rituale, ma occorre agire nel modo più consono alla verità dell’azione liturgica.

Ai numeri 38-42 di Sacramentum caritatis (2007) l’ars celebrandi e compresa come l’arte di celebrare rettamente e in modo adeguato i riti liturgici, secondo due direzioni fondamentali: l’obbedienza alle norme liturgiche e l’attenzione alle forme di linguaggio previste dalla liturgia. Sul primo versante si ricorda che «l’ars celebrandi scaturisce dall’obbedienza fedele alle norme liturgiche nella loro completezza, poiché e proprio questo modo di celebrare ad assicurare da duemila anni la vita di fede di tutti i credenti, i quali sono chiamati a vivere la celebrazione in quanto Popolo di Dio, sacerdozio regale, nazione santa (cf. 1 Pt 2,4-5.9)».

A distanza di oltre cinquant’anni dall’inizio della riforma liturgica, siamo più consapevoli di quanto l’obbedienza liturgica sia una virtù da esercitare con sapienza e, appunto, con arte, perché le parole e i gesti della liturgia non appaiano estranei e forzati, ma capaci di toccare le menti e i cuori di quanti sono disponibili ad entrare nella dimora della liturgia. In gioco e la capacita dell’azione liturgica di apparire non come un’azione nostra ma della Chiesa e, più in profondità, del Signore: di questo parla la fedeltà a un’azione che ci precede e che non e posta nelle nostre mani per essere manipolata e manomessa.

                                                                                                                don Franco Bartolino

Esiste una relazione intrinseca tra l’esperienza della preghiera e l’esperienza della liturgia. Ciò che il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma della preghiera, intesa come “relazione viva e personale con Dio”, può essere affermato a buon diritto di ogni celebrazione liturgica, in particolare della Messa, che costituisce la fonte e la forma del pregare cristiano. «Per mezzo dei riti e delle preghiere», la celebrazione eucaristica ci dona di entrare nel mistero della fede e di “comprenderlo” sempre meglio (SC 48). Il MR, che contiene il progetto rituale della Messa, può dunque essere considerato a buona ragione come un libro di preghiera non semplicemente perché in esso sono contenute le preghiere da dire durante il rito, ma perché in esso e custodita la norma e la forma della preghiera liturgica, che ha caratteristiche proprie e particolari.

Qualunque celebrazione liturgica non e mai riducibile alle sole preghiere-parole, di cui peraltro non e mai priva. Una celebrazione e intrinsecamente composta da una molteplicità di “linguaggi”, tra i quali certamente spicca quello propriamente verbale, ma non e possibile ridurre la preghiera liturgica alle sole preghiere da dire. Nella celebrazione eucaristica si attiva un ricco linguaggio costituito da una variegata gamma di modalità espressive: accanto alla parola di Dio proclamata e alla partecipazione al banchetto del Corpo e Sangue del Signore, vi e la ricchezza del linguaggio rituale costituito dalle parole della preghiera, dal silenzio, dal canto e dalla musica, dai gesti e atteggiamenti del corpo, dagli spazi liturgici, e ancora dalle vesti e dai colori, dalle luci e dai profumi. Nella celebrazione liturgica, e in particolare nell’Eucaristia, la preghiera si manifesta nella sua radice e nel suo cuore, come una relazione, un incontro fatto di gesti e parole.

La partecipazione “piena, consapevole, attiva e pia” all’Eucaristia e sempre una partecipazione insieme personale e comunitaria. Perché tutti si esprimano in una preghiera comunitaria, ciascuno deve pregare; perché tutti partecipino a un rito, ciascuno deve coinvolgersi. Ma perché la preghiera di ciascuno corrisponda alla preghiera di tutti, c’è bisogno di gesti e parole condivise, cosi che la preghiera di ciascuno possa confluire nella preghiera della Chiesa. Il libro del Messale, a questo proposito, offre indicazioni precise perché i gesti e le parole siano comunitari. Il fatto che la preghiera liturgica sia quasi sempre formulata al “noi” spinge a uscire da se stessi, dalla ristrettezza delle proprie visioni individuali della preghiera, per entrare in una preghiera universale, di tutti e per tutti. Nella preghiera liturgica, ciascuno canta, si muove, prega all’unisono e in sintonia con la preghiera di tutti, cosi che sia un solo corpo più grande, il corpo dell’assemblea radunata, a pregare.

 

                                                                    don Franco Bartolino

Tutti sono invitati ad entrare nella dimora della liturgia, dove Gesù accoglie all’unica mensa del Pane e della Parola persone di età e condizioni diverse: i singoli e le famiglie, i piccoli e gli anziani, i giovani e gli adulti, i discepoli del tempo ordinario e gli ospiti delle celebrazioni straordinarie, i malati e i più sani, chi festeggia e chi e nel lutto, chi porta disabilita e chi li accompagna, chi conosce tutti e chi conosce nessuno, chi e nato in Italia e chi vi e arrivato dopo un lungo viaggio. Perché questo possa accadere, è necessario affinare un’arte celebrativa che miri a coinvolgere tutti nell’unico gesto comune, piuttosto che a coinvolgere soltanto alcuni nei diversi servizi da compiere. In questa attenzione ad una liturgia inclusiva non mancheranno attenzioni particolari, perché ciascuno possa sentirsi a casa nella dimora dell’Eucaristia.

In un tempo di crescente mobilità, dei fedeli e dei pastori, è evidente che questo cammino di preparazione e di formazione debba oltrepassare il livello parrocchiale e della singola comunità, alla ricerca di uno stile celebrativo condiviso e convincente. Perché questo accada è necessario attivare e rafforzare i cammini formativi e gli orientamenti pastorali a livello diocesano. Si tratta di riconoscere il legame intimo di ogni singola celebrazione con la liturgia presieduta dal vescovo della Chiesa locale.

Come ricorda il Concilio Vaticano II «il vescovo deve essere considerato come il grande sacerdote del suo gregge […]. Perciò bisogna che tutti diano la massima importanza alla vita liturgica della diocesi che si svolge intorno al vescovo» (SC 41). Non si tratta di identificare in modo assoluto nella celebrazione, che ha luogo nella chiesa cattedrale, il modello di ogni celebrazione e nella presidenza episcopale il modello di ogni presidenza liturgica, ma di ricercare e di affinare, nella vita liturgica -che si svolge intorno al vescovo e secondo le sue direttive -  la proposta di una forma celebrativa sufficientemente coerente e condivisa.

La ricerca convinta di uno stile condiviso del celebrare rappresenta una delle esigenze più grandi dell’attuale momento ecclesiale, rispetto al quale l’uscita della nuova edizione del Messale può costituire un motivo di impegno e di rilancio della formazione liturgica.

                                                                                                                                                              don Franco Bartolino