La nuova edizione italiana del Messale Romano costituisce una occasione preziosa per recuperare il dono di celebrare la liturgia della Chiesa con il Messale di Paolo VI. Il nuovo Messale, in effetti, per quanto nuovo nell’edizione grafica e nella traduzione dei testi, non sarà nuovo nella sua sostanza: esso, infatti, riprende fedelmente l’edizione italiana precedente, la quale costituisce a sua volta un adattamento molto fedele dell’edizione latina del MR di Paolo VI.     

            Il libro del Messale non è solo uno strumento per la celebrazione, ma è, prima di tutto, un testimone privilegiato di come la Chiesa abbia obbedito al comandamento – che è pegno, dono e supplica d’amore – di spezzare il pane in memoria del Signore. Le sue pagine custodiscono la ricchezza della tradizione della Chiesa, il suo desiderio di immergersi nel mistero pasquale, di attuarlo nella celebrazione, di tradurlo nella vita. Anche la materialità del libro è preziosa. Forse qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un supporto ormai superato: la tecnologia digitale mette oggi a disposizione altri mezzi che sembrano offrire molti vantaggi pratici, come, ad esempio, la continua possibilità di creare aggiornamenti. Il libro liturgico è, in qualche modo, “icona” della preghiera ecclesiale, rimando concreto alla traditio viva, alla quale è doveroso sempre riferirsi per celebrare nella Chiesa «in spirito e verità» (cf. Gv 4, 23-24).

            La Liturgia è certamente una realtà viva, che cresce e si rinnova nel suo attuarsi. Tuttavia, tale sviluppo si realizza sempre in obbedienza alla fede, nel solco di una tradizione viva, con rispetto religioso per il suo mistero e valutandone l’efficacia pastorale. Un testo in aggiornamento continuo e immediato – e pertanto non sufficientemente ponderato secondo criteri ecclesiali – rischia di perdere solidità, forza, autorevolezza, connotando di precarietà le singole successive acquisizioni, che meritano invece di essere fissate come momenti significativi di un percorso di Chiesa.

            Questo è ciò che il libro garantisce: un punto fermo, carico di tradizione, capace di custodire la memoria delle celebrazioni che hanno nutrito schiere di martiri, pastori, vergini, sposi, santi, e capace di offrirsi, anche oggi, come pietra miliare di un percorso di crescita. Libro “sigillato” per custodire la bellezza della verità del mistero pasquale; libro “aperto” per garantire lo sviluppo della sua conoscenza ed esperienza orante.

            Il Messale, unitamente al Lezionario, concretizza per noi la norma della celebrazione dell’Eucaristia. Anche in questo per l’assemblea che celebra svolge un prezioso servizio, in quanto «le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento di unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò esse appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e della partecipazione attiva» (Sacrosanctum Concilium, 26). Ogni celebrazione liturgica è indisponibile a stravaganze di arbitrarie sensibilità o a eccentriche manifestazioni di protagonismo, ma non è nemmeno prigioniera di sterili rubricismi e di vuote esteriorità. La norma che il Messale ci offre è garanzia e sostegno dell’arte del celebrare: essa è precisa come le regole dell’armonia ed è libera come la musica. Il libro liturgico ci offre nel programma rituale la partitura: l’azione celebrativa ci dona l’originalità di ogni esecuzione.

            Lasciamoci plasmare dai gesti e dai “santi segni” della celebrazione, nutriamoci con la lectio dei testi del Messale. Ci esorta papa Francesco: «Sappiamo che non basta cambiare i libri liturgici per migliorare la qualità della Liturgia. Fare solo questo sarebbe un inganno. Perché la vita sia veramente una lode gradita a Dio, occorre infatti cambiare il cuore. A questa conversione è orientata la celebrazione cristiana, che è incontro di vita col “Dio dei viventi” (Mt 22,32)».

                                                                                                                                  don Franco Bartolino

 

"Tu, Signore, tu sei nostro padre, da  sempre ti chiami  nostro  redentore.  Perché, Signore,  ci  lasci  vagare lontano dalle tue vie  e lasci  indurire il nostro cuore, così che non  ti  tema?  Ritorna  per amore dei  tuoi servi, per amore delle  tribù, tua  eredità ... Se tu squarciassi i cieli e scendessi…” (Is. 63,16-19).

    Carissime sorelle,

“ Tu, Signore, tu sei nostro padre”( Is.63,16) è la prima parola con cui si apre il nuovo anno liturgico. In questa prima domenica di avvento: tempo di attesa, attesa di un incontro, dell’ incontro con il nostro Dio e Padre, che si rivela a noi quale Verbo incarnato nel piccolo Bambino di Betlemme, la preghiera del profeta Isaia, ancora una volta ci sorprende… “ Ritorna, Signore per amore dei tuoi servi”.( Is.63,17) Non siamo noi che, con le nostre forze, con i nostri meriti ritorniamo a Lui, ma è Lui che ci raggiunge là dove siamo… smarriti, paurosi, fragili, in un tempo così difficile, incerto, tempo di sofferenza e solitudine.

     La pandemia ci ha rivelato una certa debolezza e fragilità della nostra vita, del nostro modo di pensare, di progettare e di agire. L’impotenza di fronte alla sofferenza fa vacillare la nostra debole fede e crescono l’angoscia e la paura di fronte al domani. Siamo consapevoli della drammaticità di questo momento storico, della complessità del nostro quotidiano convivere con un nemico invisibile e pericoloso.

     Dobbiamo riprendere forza, la forza del Vangelo, rieducarci alla fiducia, ascoltando le grandi parole della fede e della speranza.

     Accogliere la sfida della fede, della speranza, dell’amore ed incamminarci in questo tempo di Avvento, tempo di contemplazione silenziosa, fissando lo sguardo su Dio, sulla sua fedeltà che è più grande di ogni smarrimento, sul suo amore di Padre… ”Tu, sei nostro padre: noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti siamo opera delle tue mani”.(Is.64,7)

    “ Vieni Signore Gesù. Maranatha!” Iniziando così l’Avvento facciamo nostro il grido che è certezza di una presenza, speranza di una pienezza di vita con il Signore.

“Se tu squarciassi i cieli e scendessi…”(Is. 63,19) è una grande invocazione di speranza, l’invocazione di un dono che è già stato fatto. Gesù Cristo ha già squarciato i cieli ed è disceso in mezzo a noi perché nessuna situazione di disagio, di incertezza di peccato fosse senza uscita.

     Tempo di avvento…tempo di “prossimità”: tutto si fa più vicino: il cielo alla terra, Dio a noi, noi agli altri, noi a noi stessi. Siamo chiamati oggi a vivere la “prossimità”, farci “prossimo” dei fratelli, avvicinarci, ridurre le distanze, metterci in ascolto paziente dell’altro, non importa se in “presenza” o attraverso quelle forme di comunicazione a “distanza” con le quali stiamo prendendo familiarità, l’importante è esserci e diffondere la speranza, virtù per eccellenza dell’avvento, che ci fa guardare con fiducia e coraggio al domani.

     Avvento: tempo di un’ attesa che diventa vegliare… “ Vegliate!” (Mc. 13,37). Come sentinelle nella notte restiamo vigilanti nella fede, nella preghiera, attente a riconoscere i segni della venuta del Signore in tutte le circostanze e in tutti i momenti della vita.

“ Vieni, Signore Gesù, maranatha!”…Squarcia il cielo delle nostre notti e inonda della tua luce il nostro cammino.

                                                                                           Il Signore ci benedica

                                                                                                   Suor Patrizia