Il Triduo Pasquale, con il suo esordio sacramentale nella Messa «Cena del Signore», costituisce il centro e il cuore di tutto l’Anno liturgico. È opportuno richiamare che il Triduo Pasquale non è una preparazione alla solennità di Pasqua, ma costituisce la celebrazione della Pasqua, distesa nei tre giorni «del Cristo crocifisso, sepolto e risorto» (Agostino).

Il Messale presenta il Triduo come un’unica grande celebrazione; ci dà infatti delle indicazioni rituali che non sono presenti in nessun altro momento dell’Anno liturgico: colui che presiede saluta l’assemblea all’inizio della Messa «Cena del Signore» e la congeda con la benedizione finale solo alla fine della celebrazione della Veglia Pasquale. La Messa «Cena del Signore» non si chiude con il congedo: l’assemblea si scioglie in silenzio.

Nel Venerdì Santo la “Celebrazione della Passione del Signore” inizia con la prostrazione, perciò senza riti di introduzione, e termina senza benedizione, nel silenzio.

La Veglia Pasquale inizia con il lucernario, senza segno di croce e senza saluto. Solo alla fine della Veglia ritorna la benedizione e il congedo dell’assemblea. E il modo rituale, indicato dal Messale, per invitare i credenti a confessare la fede nel Crocifisso Risorto: senza la Passione e la morte, la Risurrezione sarebbe un trionfo che non tocca il dramma della storia; senza la Risurrezione, la Croce sarebbe la fine di tutto.

Il Crocifisso, invece, con la sua morte fa morire la morte e con la Risurrezione ci fa passare verso la vita che non passa. Il Mistero pasquale e la celebrazione del nostro passaggio al Padre attraverso la passione di Gesù.

                                                                                                        don Franco Bartolino

Il Messale Romano scandisce l’anno liturgico attraverso il ritmo settimanale della domenica. È il giorno del Signore vittorioso sulla morte, in cui con il dono dello Spirito fa nuova la creazione e la storia. È il giorno della Chiesa, in cui la comunità cristiana e convocata in assemblea per celebrare l’Eucaristia. È il giorno dell’umanità rinnovata dalla Pasqua e perciò giorno di gioia, di riposo e di carità fraterna. La relazione tra questo giorno, momento centrale della vita di una comunità cristiana e il ritmo annuale e sostenuta dal centro stesso del mistero creduto e celebrato: la Pasqua.

Le condizioni con cui oggi viene celebrata l’Eucaristia nel giorno del Signore sono sensibilmente mutate, sia sul piano socio-culturale, a motivo di un maggiore individualismo e di un affievolito senso di appartenenza, sia sul piano ecclesiale, per la scarsità di presbiteri e la disaffezione del mondo giovanile.

Sono convinto, pero, che questa situazione ci apra e ci spinga alla ricerca fruttuosa di nuove possibilità di vivere la fede. La piena valorizzazione del Messale Romano può senz’altro portare i fedeli, attingendo alla ricchezza della parola pregata e nutrendosi del cibo di vita, a crescere nella fede e nella comunione fraterna.

                                                                                                      Don Franco Bartolino

 L’Anno liturgico e il respiro mistagogico della Chiesa: su di esso si struttura il catecumenato, la pastorale dell’evangelizzazione e della missione. La sua celebrazione scandisce i ritmi del cammino, ispira e orienta gli itinerari di fede della comunità e offre loro un centro.

L’Anno liturgico si presenta come una grande mistagogia che, ispirata dalla narrazione della storia della salvezza proposta dal Lezionario, diventa preghiera nelle antifone, nelle orazioni e nei prefazi del Messale, così da poter introdurre i fedeli ad un’intelligenza progressiva e ad una esperienza concreta di tutto il mistero della fede. La celebrazione dell’Anno liturgico annuncia e rende presente il Mistero di Cristo nella sua pienezza. I credenti vi partecipano a tappe scandite di domenica in domenica, di festa in festa.

La Chiesa, con la sua sapiente pedagogia, ci prende per mano e ci invita a riferire la nostra esistenza a quella di Dio Padre, ci dà la grazia di comunicare agli eventi decisivi della vicenda di Gesù, di “unirci ai suoi misteri” e di dare alla nostra vita l’apertura verso l’eternità. I cosiddetti “tempi forti”, il “tempo ordinario” e il santorale trovano il loro punto di riferimento consueto nel susseguirsi delle celebrazioni domenicali cosi come viene proposto dal MR. E perciò il Messale uscito dalla riforma liturgica e ora rivisto in base alla terza editio typica a dare corpo all’itinerario dell’anno.

L’alternarsi di tempi forti e di tempi ordinari crea un ritmo, una successione differenziata che ci sottrae alla monotonia con cui percepiamo il tempo che passa. Le antifone proprie di ogni domenica e festa intonano il senso di ogni singola celebrazione eucaristica, le danno volto e colore. Le orazioni e i prefazi offrono alla preghiera dell’assemblea quel tono grazie al quale i giorni e i tempi vengono gustati nella loro novita, aperti alla speranza e alla grazia. Nel corso delle varie celebrazioni vengono narrati e cantati i singoli atti salvifici di Cristo, affinché i fedeli possano entrare in contatto con Lui e siano ripieni della grazia che da essi scaturisce.

Nella celebrazione dell’Anno liturgico, si ripercorre l’intera vicenda del Cristo, culminante nella Pasqua-Pentecoste. E Lui il centro e il protagonista, sua e la Parola proclamata, e Lui che spezza il pane e ci nutre della sua stessa vita di Figlio, perché anche noi viviamo da figli. Da Lui viene l’invito a partecipare al banchetto della vita, con Lui, per mezzo di Lui e in Lui ci si rivolge al Padre: tutto e finalizzato all’incontro con Lui, fino al giorno in cui Egli sarà tutto in tutti.

Valorizzando le possibilità di scelta previste dal MR, sarà importante far percepire la varietà che l’anno liturgico comporta: cosi, ad esempio, oltre ai colori delle vesti liturgiche, la scelta di canti  “riservati” a un determinato tempo liturgico, le differenze di ornamentazione (fiori, decorazioni…), la presenza o l’omissione di gesti rituali (come l’incensazione) sono elementi che, nel fluire dei testi biblici e liturgici, aiuteranno la comunità che celebra a meglio percepire e celebrare la diversità e l’unita di “tempi e stagioni” della vita della Chiesa.

 

 

Tutti i sacramenti trovano la ragione del loro legame costitutivo nel fatto di essere sgorgati, secondo la felice immagine patristica, dal costato aperto di Cristo sulla croce. L’esistenza umana del credente, con le sue delicate fasi e soglie di passaggio, e ospitata dall’Eucaristia: in essa riceve forza, da essa e plasmata, ad essa e orientata.

Il cammino di iniziazione cristiana, con i suoi graduali passaggi, ha come punto di riferimento la possibilità di accedere all’Eucaristia. Veniamo battezzati e cresimati in ordine all’Eucaristia (Sacramentum caritatis, 17), che mantiene vivi in noi i doni del Battesimo e della Cresima. Proprio in quanto dono che si riceve ogni domenica, essa può essere ritenuta il sacramento della maturità cristiana.

Nel sacramento della Penitenza, il battezzato peccatore e accolto, illuminato e accompagnato dalla cura materna della Chiesa perché, lasciandosi toccare con mano dalla misericordia del Padre, già sperimentata nel Battesimo, ritorni a partecipare con cuore nuovo, libero e grato all’Eucaristia. Nella stessa struttura rituale dell’Eucaristia sono molti gli elementi che invitano a riconoscere il peccato e a invocare la misericordia del Padre.

Nella prova dall’esito sempre imprevedibile della malattia grave, l’Eucaristia e donata come viatico e si accompagna al sacramento dell’Unzione degli infermi, come forza e conforto.

Il sacramento dell’Ordine si comprende alla luce dell’Eucaristia, per la quale e disposto e, al tempo stesso, in rapporto al Corpo ecclesiale di Cristo, di cui il ministro ordinato e al servizio perché al popolo pellegrinante nel tempo non venga a mancare ciò che e necessario per vivere come comunità della nuova alleanza, tempio della lode e casa della carità.

Presiedere l’Eucaristia esige pertanto che ogni azione e parola lasci trasparire il primato dell’azione di Cristo e perciò venga evitato ogni atteggiamento che possa dare la sensazione di cadere in forme di personalismo o di protagonismo. L’alleanza nuziale, infine, conserva anch’essa uno speciale rapporto con l’Eucaristia, perché entrambi sono manifestazione del dono nuziale di Cristo per la Chiesa, sua sposa.

Se risulta utile richiamare la relazione costitutiva tra l’Eucaristia egli altri sacramenti, e però necessario interrogarsi sui tempi e i modi opportuni di realizzare questo legame nella pratica liturgica. L’eventuale celebrazione degli altri sacramenti nel contesto dell’Eucaristia crea una situazione delicata, che interpella l’ars celebrandi della comunità tutta. Non sempre questo inserimento e possibile e conveniente, ma in ogni caso si tratta di un’opportunità per riscoprire il carattere eucaristico di tutta la vita cristiana.

                                                                                                                    don Franco Bartolino

Nella liturgia eucaristica e il progressivo venire a contatto con il gesto di amore di Gesù che dona la vita, attraverso le mani che si aprono (presentazione dei doni), si alzano a benedire e rendere grazie, si tendono a invocare (epiclesi) e si elevano ad offrire (preghiera eucaristica), per poi aprirsi ancora a stringere nel segno di pace, a spezzare nella frazione del pane e a ricevere il Dono nella comunione.

La comunione eucaristica e il culmine del contatto spirituale, che si fa assimilazione e gusto, per “gustare e vedere come e buono il Signore” (cf. Sal 34,9). L’intimità e l’immediatezza dei fanno della comunione eucaristica la sorgente e il culmine di una mistica cristiana che non teme di consegnare il dono più spirituale nell’esperienza più materiale.

Al linguaggio intenso del tatto e del gusto corrisponde il linguaggio intenso e sfuggente dell’olfatto, che accompagna silenzioso i vari momenti della Messa, sottolineando soprattutto le fasi di passaggio: l’incenso nella processione iniziale, nella proclamazione evangelica, nel passaggio alla liturgia eucaristica, durante l’offertorio.

                                                                                                                  don Franco Bartolino