Sul versante della bellezza evangelizzante della liturgia, e importante rileggere le indicazioni del libro liturgico nella direzione di un’arte del celebrare che scaturisce da una complessiva e armonica «attenzione verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parola e canto, gesti e silenzi, movimento del corpo, colori delle vesti liturgiche. La liturgia, in effetti, possiede per sua natura una varietà di registri di comunicazione che le consentono di mirare al coinvolgimento di tutto l’essere umano» (Benedetto XVI, Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, n. 40).

Occorre, a questo proposito, ribadire che il Messale non e semplicemente una raccolta di “testi” da comprendere e proclamare, ma pure e soprattutto un libro che indica “gesti” da porre in atto e valorizzare, coinvolgendo i vari ministeri e l’intera assemblea. La bellezza della liturgia scaturisce dall’armonia di gesti e parole con cui si e coinvolti nel mistero celebrato. I diversi linguaggi che sostengono l’arte del celebrare non costituiscono dunque un’aggiunta ornamentale estrinseca, in vista di una maggiore solennità, ma appartengono alla forma sacramentale propria del mistero eucaristico.

Già nella Presentazione CEI alla seconda edizione del MR (1983) si intuiva l’importanza dell’arte di celebrare: «La celebrazione eucaristica non sarà pastoralmente efficace, se il sacerdote non avrà acquisito l’arte del presiedere, e cioè di guidare e animare l’assemblea del popolo di Dio» (n. 9). L’espressione che inizialmente era applicata al presidente, ma che e presto stata estesa all’intera assemblea celebrante, manifesta una attenzione urgente per attuare l’autentico spirito della riforma liturgica. Ci si e accorti che non basta eseguire, tanto meno improvvisare la nuova forma rituale, ma occorre agire nel modo più consono alla verità dell’azione liturgica.

Ai numeri 38-42 di Sacramentum caritatis (2007) l’ars celebrandi e compresa come l’arte di celebrare rettamente e in modo adeguato i riti liturgici, secondo due direzioni fondamentali: l’obbedienza alle norme liturgiche e l’attenzione alle forme di linguaggio previste dalla liturgia. Sul primo versante si ricorda che «l’ars celebrandi scaturisce dall’obbedienza fedele alle norme liturgiche nella loro completezza, poiché e proprio questo modo di celebrare ad assicurare da duemila anni la vita di fede di tutti i credenti, i quali sono chiamati a vivere la celebrazione in quanto Popolo di Dio, sacerdozio regale, nazione santa (cf. 1 Pt 2,4-5.9)».

A distanza di oltre cinquant’anni dall’inizio della riforma liturgica, siamo più consapevoli di quanto l’obbedienza liturgica sia una virtù da esercitare con sapienza e, appunto, con arte, perché le parole e i gesti della liturgia non appaiano estranei e forzati, ma capaci di toccare le menti e i cuori di quanti sono disponibili ad entrare nella dimora della liturgia. In gioco e la capacita dell’azione liturgica di apparire non come un’azione nostra ma della Chiesa e, più in profondità, del Signore: di questo parla la fedeltà a un’azione che ci precede e che non e posta nelle nostre mani per essere manipolata e manomessa.

                                                                                                                don Franco Bartolino