È ancora valido quanto scritto nel 1970 nel Documento di Base sul Rinnovamento della catechesi circa la catechesi dei segni liturgici:

  1. a) La catechesi inizia i cristiani a cogliere il valore dei segni liturgici con i quali Dio si rivela e si comunica... così i fedeli crescono nell'intelligenza del mistero cristiano, nutriti dei sacramenti pasquali (RdC 32).
  2. b) Il cristianesimo nasce ed è costituito da una serie ordinata di fatti e di parole che rivelano e attuano il disegno di Dio: interventi divini e risposte umane, culminanti nell'evento supremo che è Cristo. È una storia presente che rea1izza una promessa... e anticipa e prepara, in segni variamente efficaci, una pienezza definitiva e futura (RdC 78).
  3. c) Il catechista deve studiare e spiegare attentamente il senso, talora recondito ma inesauribile e vivo dei segni e dei riti liturgici, osservando non tanto il loro simbolismo naturale, ma considerando piuttosto il valore espressivo che essi hanno assunto nella storia dell’antica e della nuova alleanza. L’acqua, il pane, il radunarsi in assemblea, il camminare insieme, il canto, il silenzio lasceranno trasparire più chiaramente le verità di salvezza che evocano e misticamente realizzano (RdC 115).
  4. d) Per evitare il disagio di sistemazioni impersonali e dalla vita di fede, grande risalto occorre dare alla pedagogia dei segni, la quale trova la sua ultima ragione nella natura stessa del mistero rivelato. Il catechista sa rendere familiare ai fedeli il passaggio dai segni visibili agli invisibili misteri che in essi Dio fa conoscere e comunica. Distingue perciò la diversa natura dei segni e il diverso valore che ciascuno di essi ha in ordine al mistero. Come evita di presentare i segni senza riferimento al mistero, così evita di parlare del mistero senza il ricorso ai segni, in modo che l'incontro dei fedeli non sia con il Dio dei filosofi, ma con il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, con il Dio di Gesù Cristo e della sua Chiesa (RdC 175).

La mistagogia, attraverso il linguaggio dei santi segni, conduce nell'universo dello spirito alzando il velo e comunicando una nuova capacità visiva, quella cioè di fare esperienza della salvezza nell'oggi della celebrazione liturgica. Un’autentica catechesi sacramentaria, pertanto, va ben al di là di una semplice istruzione morale-intellettuale; mira piuttosto ad una conoscenza esperienziale dell'universo della fede, segnando il primato della vita sui concetti.

Si dovrà certamente parlare della natura, degli effetti dei sacramenti; ma punto di arrivo resta sempre l'intelligenza del mistero e la sua effettiva partecipazione nella celebrazione liturgica per prolungarsi poi nella vita e nella missione.

Questa del resto è la metodologia catechistica di sant'Agostino, il quale, nel suo De catechizandis rudibus, afferma chiaramente che il termine ultimo e la finalizzazione della catechesi è la charitas: «Chi ti scolta, ascoltando creda, credendo speri, sperando ami» (IV, 8).

                                                                                          don Franco Bartolino