Suor Arta, missionaria in Tanzania dal 2017, è in partenza dopo un tempo di ricarica fisica e spirituale. Le abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza e le sfide educative che raccoglie quotidianamente nel Villaggio dei bambini.

Stai per tornare in Tanzania, chi ti aspetta nel villaggio San Francesco?

Il villaggio è una grande famiglia: ci sono 54 bambini tra orfani e bambini con storie difficili di povertà; ci sono tre suore, due suore brasiliane e una italiana; ventisei ragazze, tra studentesse e aspiranti suore. Poi troverò Franco Testa e i volontari che attraverso l’associazione Africaintesta si avvicendano e danno il loro contributo e la loro amicizia.

Com’è organizzato il Villaggio e come si svolge la giornata dei bambini?   

Attualmente noi ospitiamo cinquantaquattro bambini, che diciamo “i nostri”. Infatti, consideriamo cosi quelli che vivono nel villaggio giorno e notte, e poi ci sono gli “esterni” che vengono invece solo per frequentare la scuola. Per quanto riguarda l’organizzazione e la scansione della giornata: dalle ore 8 alle 4 del pomeriggio è il tempo scuola, i bambini sono accompagnati nelle attività dai loro insegnanti, pranzano a scuola, giocano, fanno i compiti; dopo le 4 del pomeriggio iniziano poi le attività extrascolastiche, che comprendono la cura del giardino, dell'orto, la cura degli animali, i giochi all’aperto e così si arriva fino a ora di cena per le 19,30, e poi a nanna.

Quali sono le problematiche più grandi vissute dall'infanzia nel villaggio?

La cosa più problematica che noi notiamo, e che ci preoccupa, è la condizione di salute dei bambini. Li abbiamo accolti nel villaggio ed essi avevano alle spalle situazioni di povertà e disagio che hanno lasciato dei segni nel fisico e non solo. Facciamo un po'di fatica a sostenere questa situazione, cioè cercare di curare tutti e fare in modo che ognuno stia bene.  Inoltre, i bambini in Tanzania non sono abituati ad essere curati… Questo nostro impegno, la cura, l’attenzione nei loro confronti a loro sembra una cosa strana. Non sono abituati ad avere qualcuno che si prende cura di loro.  Ci accorgiamo che a volte anche per  i bambini risulta faticoso tutto questo, perché sono abituati a cavarsela da soli. Sono portati a vivere alla giornata, senza troppo ordine, senza troppe regole, e le regole nel villaggio sono necessarie visto che siamo in tanti! E’ faticoso entrare in alcuni ritmi di attività e di studio, spesso non sono abituati a studiare. In Tanzania lo studio finisce con la scuola, non si concepisce lo studio a casa. Noi cerchiamo di educarli alla lettura come attività piacevole, avvicinarli ai libri non solo per studio…!

Tu accompagni un gruppo di ragazze nella scoperta della loro vocazione… Quali sono le sfide più grandi nella formazione lì in Tanzania?

Accompagno queste ragazze insieme a suor Jenniffer. Sono tante e quindi abbiamo deciso di dividerle in due gruppi: il gruppo di quelle più grandi che accompagno io e l’altro gruppo guidato da suor Jenniffer.  La sfida più grande, a mio avviso, è quella di far prendere loro coscienza di quello che ognuno è. Occorre pazienza per accompagnarle nella scoperta del loro mondo interiore, far loro considerare la profondità dell'animo umano. Spesso le loro relazioni sono superficiali, non sono educate ad ascoltarsi, ad esprimere i loro desideri, i loro sogni, a raccontarsi. Ripeto loro che siamo persone, che siamo delle meraviglie, che la vocazione religiosa non si può scoprire se non in un cammino che sia umano. Hanno bisogno di fare esperienza di fiducia, di accoglienza e piano piano di maturare dentro questi sentimenti per poterli comunicare.

Alcune di loro sono accompagnate da circa due anni e dei piccoli segni già sono visibili. Anche lo studio che abbiamo proposto loro sin dall’inizio aiuta in questo cammino di crescita e di consapevolezza di sé, oltre ad essere un’opportunità per il loro futuro. Anche in Tanzania adesso le cose stanno cambiando. Anche lì sono diffusissimi i social media e c'è una grande corsa verso tante aperture, magari anche così superficiali verso il mondo occidentale. Con lo studio si cerca di dare degli strumenti, di stimolare un senso critico per affrontare meglio anche la vita sociale.

C’è un episodio significativo in questa sfida formativa che ci puoi raccontare ?

Un episodio che mi è rimasto molto impresso riguardo a una delle ragazze: ho parlato tante volte della centralità della persona umana, dell’importanza della famiglia, di vivere con delle persone che ti vogliono bene, con degli affetti. Dopo qualche mese una delle ragazze che vedevo pensierosa, triste mi dice “perché non possiamo avere anche noi una famiglia normale, per esempio mia mamma ha fatto tanti figli con più uomini, alla fine nessuno di noi figli è in contatto con l’altro”.  Questo mi ha fatto comprendere più da vicino come le esperienze di ognuno segnano il percorso e quanta delicatezza è necessaria per far sì che ognuna possa accogliere il proprio passato e poter arrivare a costruire delle relazioni significative.

Qual è il rapporto del popolo con la Fede, con il Vangelo?

 La gente in Tanzania, ma forse tutti gli africani, hanno un rapporto molto forte con la fede, in realtà, sono un popolo credente, profondamente credenti, a prescindere dalla religione. E questo si vede in tutti i momenti, una fede molto semplice, quotidiana… Ci fa sorridere, ma loro il nome di Dio ce l'hanno sempre in bocca “Se Dio vuole…”, “Dio ci aiuti…”,  “Il Signore non ci abbandona…”.  A volte veramente fa commuovere  sentire queste espressioni di fede, perché magari chi le pronunzia ha delle situazioni così povere…Anche davanti ad un bicchiere d'acqua trovano motivo di ringraziare Dio, questa educazione alla religiosità avviene nelle famiglie. In Tanzania sono in buona parte musulmani, anche se nella zona dove siamo noi la maggioranza sono cristiani, non cattolici. Nascono chiese ogni giorno, la gente è attratta dal religioso e tende a seguire chiunque si presenti come un buon oratore. La Chiesa Cattolica resta il maggiore punto di riferimento per quanto riguarda anche la formazione umana e culturale. Monsignor Renatus, prima vescovo di Bunda e ora arcivescovo di Mwanza, ha investito molto nell’educazione e istruzione attraverso la costruzione di scuole. Crede molto nella formazione umana per migliorare la società. 

Quali sono le necessità più grandi del villaggio?

Il nostro scopo, quello a cui tendiamo, è far sì che possiamo essere autosufficienti per il domani. Ovviamente per fare questo domani bisogna investire oggi; attualmente stiamo cercando di investire nell'agricoltura e nell’allevamento degli animali. Ciò permette di mantenere il rapporto con la cultura e le risorse locali. La coltivazione della terra, la cura degli animali rappresenta una forma di sostentamento per il villaggio, ma è anche una prospettiva di lavoro per i bambini, una volta cresciuti. Educare a lavorare e a poter vivere liberi con il proprio lavoro. Oggi nel villaggio abbiamo una piccola fattoria con mucche, maiali, capre, pecore, conigli, galline, tacchini… Ci servono ovviamente per vivere e quindi così in questo modo abbiamo sempre le uova fresche per i bambini, la carne, il latte.  Quest'anno abbiamo anche lavorato nelle risaie e abbiamo avuto un raccolto di 15 sacchi di riso pari a 1500 kg.

…Stiamo insegnando alle ragazze e ai bambini a lavorare il latte, quindi che è possibile produrre il formaggio (in Tanzania non esistevano i derivati del latte); stiamo insegnando a fare il pane, i biscotti…Sono delle piccole cose utili per la loro vita. Questi bambini, queste ragazze usciranno da lì con un sapere. E’ fondamentale imparare ad utilizzare le materie prime, che ci sono in Tanzania, ma purtroppo manca la conoscenza e l’esperienza.

Ci sono dei progetti che possiamo sostenere?

Noi portiamo avanti il progetto dello studio per le ragazze. Offriamo la possibilità di studiare alle ragazze che vengono da famiglie povere, che non avrebbero nessuna chance. La prima ragazza che abbiamo sostenuto finisce il suo ciclo di studio nel mese di novembre… Poi in base ai risultati degli esami potrà continuare gli studi o iniziare a lavorare. La scuola in Tanzania è molto selettiva e meritocratica.  E’ un progetto di sostegno e di promozione umana che potete sostenere.

Poi c’è il progetto “Costruiamo il villaggio”…Il numero di bambini che chiede di essere accolto è sempre più grande e il villaggio si sta espandendo. Abbiamo la necessità di nuove costruzioni, così come la necessità di  migliorare le strutture del villaggio, perché ovviamente è stato costruito con dei criteri e oggi, vivendoci, vediamo che ci sono comunque delle modifiche e dei miglioramenti. Esempio la pavimentazione, la controsoffittatura nelle classi…Poi abbiamo necessità dei contenitori per conservare l'acqua piovana, non bastano mai, perché quando inizia la stagione della secca, andiamo poi in difficoltà per l'acqua.

Un'ultima cosa, suor Arta: un saluto per quelli che leggeranno l'articolo?

…Ciao! Mi piace più che altro fare un invito. Vi invito a venire in Tanzania e vedere questa realtà… perché  per quanto uno possa raccontare, e tu suor Viola lo sai benissimo, la realtà vissuta è un'altra cosa. Quando si vive è differente, quindi vi invito a poter sperimentare di persona la missione. Abbiamo tanto spazio, abbiamo possibilità di ospitarvi…Quindi, karibuni!

                                                                                                                               a cura di suor Viola

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