La nostra Congregazione in terra Africana quest΄anno ha accolto altre cinque adolescenti nel Progetto per lo sviluppo della donna. Sono venute a vivere con noi: Elisa, Liberata, Jevista, Merinda e Matrida, che formano con le altre un gruppo di dieci studenti. Tutte hanno iniziato l΄anno scolastico a fine gennaio nella scuola Secondaria  di Kunzugu, per completare i loro studi e avere la possibilità di sognare un futuro migliore.

In questa realtà non sempre è possibile avere il futuro che si desidera.

Sappiamo bene che la realizzazione dei sogni dipende anche delle possibilità che vengono offerte, per questo portiamo avanti questo progetto con l΄aiuto di Dio e con la generosità di tanti che come noi credono che queste ragazze possono avere un futuro migliore.

                                                                                                   suor Jenniffer

Il Messale Romano è determinante per comprendere il senso profondo del mistero eucaristico a partire dalla sua concreta celebrazione: “la migliore catechesi sull’Eucaristia e la stessa Eucaristia ben celebrata”. Nella celebrazione, l’esperienza concreta precede sempre la riflessione su di essa. Da ciò deriva la necessita, per coglierne il senso profondo, di introdurre direttamente alle modalità con cui il rito avviene.  

La prima conseguenza importante di tale approccio alla mistagogia e quella per cui il tempo nel quale avviene l’esperienza celebrativa non deve coincidere con quello in cui se ne può e se ne deve parlare. Il momento della Messa e quello della catechesi non sono sovrapponibili e interscambiabili fra loro, ma sono ambedue necessari. La spiegazione del “che cosa” si celebra e del “come” partecipare ad un rito deve avvenire altrove rispetto all’accadere del rito.

La seconda conseguenza dell’approccio mistagogico e relativa all’importanza di intrecciare i diversi momenti formativi intorno al centro celebrativo. Alla ricerca di un metodo formativo rispettoso della natura dell’Eucaristia e della pratica iniziatica che essa richiede, si propone di articolare la catechesi mistagogica sull’Eucaristia intorno a tre verbi: introdurre, esercitare, riprendere.

  1. Per entrare nell’esperienza viva e fruttuosa della celebrazione eucaristica è importante introdurre al senso globale del rito eucaristico e alle modalità con cui esso avviene. È necessario che si conosca cosa si deve “fare” nel rito, cosi da potervi partecipare in modo adeguato.
  2. A celebrare si impara celebrando e l’attenzione all’atto celebrativo è la porta di ingresso alla capacita di celebrare. La celebrazione proporre forme di esperienza rituale nell’itinerario catechistico ed ha una intrinseca rilevanza pedagogica nell’incrocio dei gesti sacramentali del rito con i gesti simbolici della vita.
  3. Per lasciarsi plasmare dal rito non e sufficiente la sua sola esecuzione puntuale. L’esercizio rituale va accompagnato con la capace di rileggere l’esperienza vissuta in relazione agli eventi salvifici narrati dalle Scritture e in relazione agli eventi della vita che dal sacramento si lasciano illuminare.

                                                                                                        don Franco Bartolino

"Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia". ( Lc.2,12 )

Carissime sorelle,

nel Vangelo della messa della notte di questo Santo Natale 2020 è risuonato per noi, come per i pastori, l'invito a riconoscere il Messia atteso, il Verbo incarnato, il Salvatore del mondo nella figura di un bambino povero, debole, impotente, "avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia".

Il "segno" è l'umiltà di Dio, è l'amore con cui Egli ha assunto la nostra fragilità, i nostri limiti, i nostri desideri.

Il "segno" è un Bambino piccolo, che si lascia toccare, che ci guarda con occhi pieni di tenerezza e chiede il nostro amore...

" Ascolta figlia mia, i vagiti del Redentore, intendine il profondo significato e le forti aspirazioni che ti suggeriscono" (Lampade viventi pag. 65).

Quanto bisogno di tenerezza ha oggi il mondo e noi non possiamo essere indifferenti.

Il Natale del Signore ci spinge a fare come Lui.. "seguire la piccola via" (M. Ilia) scendere, abbassarsi, consegnarsi...con mansuetudine, mitezza, bontà.

" Questo per voi  il segno..." Segno di speranza, segno di amore, segno di vita nuova.

E noi siamo segno della tenerezza di Dio per i fratelli  tutti?

Auguri di un santo e sereno Natale, il Bambino Gesù ci benedica.  sr Patrizia

Dio è entrato nella storia. Da quel giorno nessuno potrà più accusarlo di essere nei cieli, lontano perché Lui è qui, presente, in mezzo a noi. Mi stupisce e mi affascina questo Dio così innamorato di noi da diventare uno di noi per rivelarsi e farsi conoscere. Avrebbe potuto scegliere mille altri modi per mostrarsi vicino all'uomo e invece sceglie di abitare la nostra carne e trasfigurarla.

Sceglie Betlemme, una stalla ed è così che l'Eterno entra dentro la nostra storia e viene ad abitare tra gli uomini. L'immensità che neppure i cieli possono abbracciare, è stretta tra le braccia tremanti di una giovanissima adolescente. Se vogliamo comprendere fino in fondo il Natale, dobbiamo eliminare tutte le scorie che abbiamo appiccicato a questa festa. E allora ben venga questo Natale strano, insolito, molto simile a quel primo Natale. In fondo se ci pensiamo bene anche allora c'era ben poco da festeggiare. Un bambino che nasce solo, in messo ad una strada e nell'indifferenza del mondo.

Il Natale da sempre conserva un velo di tristezza perché è il racconto di un Dio che si fa uomo nell'indifferenza degli uomini. Certo, ci deve essere spazio per la gioia e la dolcezza, ma Natale non è solo questo. Questo Natale un po' strano ci ricorda forse, finalmente, che questa festa, tutta questa attesa è per Lui! Per quel bimbo indifeso che deve essere nutrito al seno della madre, cambiato, coccolato e curato.

A Natale non celebriamo un ricordo, ma una profezia. Natale non è una festa sentimentale, né tantomeno la festa della bontà ma il giudizio sul mondo. Da quella notte il senso della storia ha cambiato direzione: non dobbiamo più sforzarci di raggiungere Dio perché è Lui che ci viene incontro.

Allora buon Natale! Dio stanco di essere frainteso, quest’oggi ha scelto di raccontarsi.

                                                                                                                      don Franco Bartolino

Da domenica prossima 29 novembre, prima di Avvento, sarà in uso nelle parrocchie della Diocesi il Nuovo Messale Romano. Apriamo la rubrica “Vivere la liturgia” di don Franco Bartolino, parroco della Cattedrale di Pozzuoli e liturgista. La rubrica ci guiderà tra le novità del Messale appena pubblicato e ci introdurrà nel Mistero che celebriamo.

La liturgia, che in modo del tutto speciale comunica la vita divina e la capacità di amare, costituisce un affacciarsi del Cielo sulla terra, poiché esprime la bellezza dell’amore di Dio rivelatoci nel Mistero pasquale.

Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor.

Diceva i vescovo Mariano Magrassi a un corso di aggiornamento per i Vescovi sulla liturgia nel lontano 1988: “La liturgia non è una cosa da fare, è una persona da incontrare!”. Se noi non mostriamo lui e il suo volto, se non facciamo incontrare il Cristo la nostra azione è fallimentare.

L'Anno liturgico ci educa a questa verità e alla bellezza di certi giorni e di alcuni momenti. Una bellezza da ricercare, da coltivare, da riscoprire personalmente e con le nostre comunità nelle celebrazioni liturgiche. Al riguardo ritengo sia importante riconoscere il positivo che già c’è: quante belle celebrazioni, vive e vivaci, partecipate e solenni, grazie alla preparazione e ad una collaborazione diffusa. Possiamo notare anche oggi in molti casi una vera e propria arte del celebrare (ars celebrandi), non come qualcosa tipico del “teatro”, ma vera e propria specifica arte che “comporta competenza, rigore, serietà, qualità (actuosa partecipatio). Qualcuno rimpiange la solennità, la sacralità del passato; sta a noi farla rivivere, ma seriamente e consapevolmente, dando spazio al silenzio, alla verità dei segni, al rispetto dei testi. L’appiattimento, la banalizzazione e la improvvisazione non si trovano prescritti nelle indicazioni della riforma liturgica.

Da domenica 29 novembre, prima di Avvento, nelle parrocchie della nostra diocesi sarà in uso il Nuovo Messale Romano. Abbiamo chiesto a don Franco Bartolino, parroco della Cattedrale di Pozzuoli e liturgista, di introdurci nel mistero che celebriamo attraverso la rubrica "Vivere la liturgia".

Nel 1983 la CEI pubblicò una Nota pastorale a vent’anni dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium dal titolo “Il rinnovamento liturgico in Italia”. Fin dalle prime pagine sotto il titoletto “Una presidenza da esercitare” si trova scritto: “Per coloro, che in virtù dell’Ordine sacro sono chiamati ad esercitare il ministero della presidenza, risuona tuttora l’ammonimento dell’Apostolo: “Chi presiede lo faccia con diligenza” (Rm 12, 8). Da ciò deriva loro il dovere di apprendere e di affinare l’arte di presiedere le assemblee liturgiche al fine di renderle vere assemblee celebranti, attivamente partecipi e consapevoli del mistero che si compie (PO 5).

E più avanti con un altro titoletto “Un servizio da prestare” continua: “Attenzione particolare dovrà essere dedicata a quei fedeli che collaborano all’animazione e al servizio delle assemblee. Consapevoli di svolgere un vero ministero liturgico (SC 29), è necessario che essi prestino la loro opera con competenza e con interiore adesione a ciò che fanno. Nell’esercizio del loro ministero essi sono ‘segni’ della presenza del Signore in mezzo al suo popolo. Con la molteplicità e nell’armonia dei loro servizio - dalla guida del canto alla lettura, alla preparazione della mensa, dalla presentazione dei doni alla distribuzione dell’Eucaristia - essi esprimono efficacemente l’unità di fede e di carità che deve caratterizzare la comunità ecclesiale, a sua volta segno e sacramento del mistico corpo di Cristo”. Un’armonia di competenze e collaborazioni diverse, una ministerialità diffusa che dice la bellezza della comunità e della sua liturgia.

L’arte del celebrare dunque interessa tutti e soprattutto chi esercita un ufficio, un compito, un ministero. Quindi riguarda noi che per vocazione, siamo tra i primi protagonisti di una buona celebrazione, che si compie con un’arte che le è propria.

Certamente Dio non ha bisogno della nostra bellezza ma la vuole per noi, come ci ricorda il testo di un Prefazio che ci invita ad avere la consapevolezza che "Tu, Signore, non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie; i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva".

In occasione del Congresso Eucaristico Nazionale di Milano il cardinale Carlo Maria Martini nella sua lettera “Attirerò tutti a me” del 1982 affermava: “L’esperienza insegna che dietro un imperfetto celebrare c’è un vivere anch’esso imperfetto. Se l’Eucaristia è il centro della comunità, essa ne diventa anche un po’ lo specchio. C’è dunque una ragione profonda, tratta dal dinamismo stesso della celebrazione, che ci invita a leggere in trasparenza liturgia e vita”. Potremmo dire cioè di una comunità: mostrami come celebri e ti dirò chi sei; dalla tua Eucaristia domenicale riconosciamo la tua bellezza.

Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium afferma: “La comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre festeggiare. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione. L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi” (n. 24). Evangelizzazione, carità e liturgia: insieme possono fare il cristiano e il mondo in cui vive più bello.

                                                                                                                                     don Franco Bartolino