Gesù, in aperto contrasto con i devoti del tempo, distingue la Legge di Dio da quelle derivanti dalle tradizioni degli uomini e risponde alle provocazioni dei suoi interlocutori citando la bellissima professione di fede degli israeliti, lo “shema Israel”, la preghiera che ogni ebreo recitava al mattino e alla sera. Cosa è importante nella vita del fedele? Amare Dio senza misura. Amarlo con tutte le forze: al meglio delle proprie capacità, delle proprie possibilità e della propria esperienza. Gesù si affretta però a dire che in realtà ne esiste un secondo: «Amerai il tuo prossimo come te stesso», ma che è simile al primo nel senso che questo non aggiunge nulla al primo, ma lo specifica. Si ama Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente, amando chi si fa a me prossimo. E Gesù incalza a specificarlo, perché il dottore della Legge, ossia ciascuno di noi, non s'illude che basti un cuore infiammato per Dio per essere uomini di Dio. Non è sufficiente osservare tutta la sua legge, per essere effettivamente suoi. Dio e il fratello sono posti sullo stesso piano. L'amore che scopriamo in noi è sufficiente per amare tutto e tutti perché l'amore non si divide ma si moltiplica e si amplifica.

            Allora chi è il mio prossimo? Quello che ti si fa accanto, quello che incontri, quello che ti sorprende e che non ti saresti mai atteso. Gesù non aggiunge nulla di nuovo. Eppure dirà che il suo è un comando nuovo. Dove sta la novità? Sta nel fatto che le due parole fanno insieme una sola parola, l'unico comandamento: amare l'uomo è simile ad amerai Dio! Questa è la rivoluzione di Gesù.

                                                                                                       don Franco Bartolino

Matteo ci propone una serie di dispute in cui i farisei, i sadducei e gli erodiani sottopongono Gesù alcune delle questioni più scottanti del momento. È chiaro che a nessuno interessa il Suo parere, vogliono solo trovare il pretesto per puntare il dito contro di Lui. Ma la risposta di Gesù è completamente disarmante. Gesù chiede una moneta. «Rendete a Cesare quel che è di Cesare». Cioè le realtà terrene hanno una loro autonomia, una loro logica interna, non c'è bisogno di coinvolgere Dio nelle decisioni che dobbiamo prendere. “Rendere a Cesare quel che è di Cesare” vuol dire innanzitutto servire, prendersi cura di quello che siamo soliti denominare il bene comune: impegnarsi cioè a fare il bene in questo mondo.

            Cosa vorrà dire invece rendere a Dio ciò che è di Dio? Se nel caso di Cesare tutto è partito da un'effige su di una moneta, qual è la moneta che riguarda il mondo di Dio? La sua creatura, l'uomo, che è l'immagine di Dio! Rendere a Dio ciò che è di Dio vorrà dire far in modo di restituirgli le sue creature nella loro piena dignità.

            In una parola, a noi cristiani non è dato disertare la terra in nome di un fantomatico “cielo”, ma ci viene chiesto di trasformare la terra in un cielo. Insomma a Cesare spetta una cosa, la moneta. A Dio spetta la persona, con tutto il suo cuore, con tutta la sua mente, con tutte le sue forze.

                                                                                                                                 don franco Bartolino

Il testo evangelico della XXVIII domenica del Tempo Ordinario ci presenta l’ultima delle tre parabole rivolte contro i capi d’Israele e i sacerdoti in cui viene spiegato perché sarà loro tolto il regno di Dio; anche questa volta il racconto ha dell’inverosimile. Se nella parabola dei vignaioli omicidi, questi uccidono il Figlio del Padrone della vigna pensando di poter diventare loro stessi eredi, qui gli invitati alla festa di nozze reagiscono all’invito del Re con indifferenza.

La parabola appare come una sintesi della storia della salvezza. Dio Padre ha in mente una grande festa per l’umanità.

Di questa iniziativa si fanno portavoce molteplici figure: i patriarchi, i profeti, i sapienti. L’ostilità verso i servi fino alla loro uccisione è un accenno alla loro sofferenza. L’ultimo, il più grande dei servitori del Padre, è il Figlio stesso: anche lui sarà rifiutato ed ucciso.

Dio, però, non si scoraggia dinanzi al rifiuto dei primi che erano stati invitati e si lasciano sopraffare da altri interessi; essi, mancando di coerenza, sono sprovvisti della veste nuziale, fatta di costanza ed impegno.

Tutto il racconto è segnato da una specie di fallimento. Inutile risulta la fatica del re di preparare un banchetto sontuoso, vano il duplice invito dei servitori presso gli invitati, furiosa la sua reazione.

Questo insuccesso rappresenta una costante della relazione di Dio con gli uomini: da un lato la sua gratuità sorprendente, creativa, ripetuta, che non si ferma neppure davanti agli omicidi; che ritenta sempre nuovi incontri ed offre molteplici inviti.

Dall’altro coloro che si fanno portavoce di questo invito si trovano di fronte a rifiuti, violenze, incoerenze. E tuttavia devono sempre chiamare, invitare, sollecitare ad entrare. La missione della chiesa non è garanzia di successo, ma si fonda sulla bontà gratuita di Dio e deve aprirsi a tutti, senza calcoli e senza paure.

Per partecipare al banchetto si deve indossare una veste nuziale e la mancanza di questo abito diviene colpa e condanna. Numerose sono state le interpretazioni circa questa veste, ma sono applicazioni che rischiano di banalizzare il senso di tale richiesta. Si tratta, in realtà, della qualità della vita, che deve essere ricca di fede e di giustizia, di coerenza del cuore. Si tratta di dare forma a quello che Paolo chiama ”rivestirsi dell’uomo nuovo”.

La reazione così dura sia verso gli assassini dei servi, che verso questo commensale non vestito secondo i canoni giusti e la frase finale, vanno interpretate come un richiamo alla serietà della risposta che Dio si aspetta.

Il banchetto del Signore è un richiamo alla fraternità universale, merita del tempo ed una preparazione accurata, non si può improvvisare. L’invito a partecipare al banchetto e le conseguenze che mettono in moto il suo rifiuto, potrebbero rappresentare una sollecitazione a dare il giusto peso ad ogni cosa, a fare attenzione agli atteggiamenti da assumere nelle diverse situazioni della vita.

Il rischio di essere estromessi dal banchetto ci sembra esagerato, ma siamo noi a decidere se autoescluderci da una Presenza, che è l’anima della festa. Il testo ci invita a prendere sul serio la nostra vita e le opportunità che il Signore, quotidianamente, ci offre perché è lì che riceviamo l’invito, è lì che il dono della libertà sembra ritorcersi, drammaticamente, contro noi stessi

                                                                                              sr Annafranca Romano

Noi cristiani crediamo nel Dio Creatore, che nell’esplosione del Suo Amore ha dato forma a tutte le cose e si è specchiato nell’Umanità. L’Umanità non l’ha riconosciuto come Unico Dio; Dio ha chiamato il Popolo di Israele caricandolo di cura particolare in modo da essere “segno” della predilezione dell’Amore che salva e perdona. Ma il popolo di Israele, come gli altri popoli ha sprecato le cure amorose di Dio: “Che cosa dovevo ancora fare alla mia vigna che io non l’abbia fatto?”... “Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi” (Is 5,4.7). È stato sprecato l’Amore di Dio?

No, assolutamente no, perchè l’Amore non si stanca mai! Anzi, dinanzi all’indifferenza e alla disobbedienza, l’Amore va all’ultima conseguenza fino a perdersi. Ad ogni negazione, ad ogni sete di ingiustizia, di violenza... l’Amore di Dio si intensifica di più donando una volta per sempre il Suo Figlio. Egli dona tutto Se stesso, lasciandosi prendere dalle mani sporche di sangue degli uomini malvagi, presenti nel corso di tutta la Storia dell’Umanità (Mt 21,33-43).

Sono passati più di duemila anni... è stato sprecato l’amore di Gesù? Assolutamente no! Perché l’amore vince sempre, come afferma e testimonia Paolo (Fil 4,6-9) e tutte le schiere di testimoni nel corso di questi due millenni. L’Amore vince sempre e nel migliore dei modi possibili. Vince con il silenzio, con la pace inquieta e operosa, con la giustizia a prezzo di sangue donato, non rubato; con le preghiere, suppliche e ringraziamento non solo per chi crede, ma anche, e soprattutto per chi non crede. L’Amore o salva tutti o non salva nessuno. E nel rispetto di ogni scelta e di ogni libertà, l’Amore attende perché è l’Unico che rimane alla fine del cammino!

Io credo all’Amore di Dio. Credi pure tu? ...Allora non risparmiamo quest’amore versato nei nostri cuori, perché come un torrente, non può essere contenuto e non torna mai indietro.

                                                                                                                              suor Maria Aparecida Da Silva

Nel Vangelo di oggi (Mt 21,28-32), ventiseiesima domenica del tempo ordinario, Gesù ci racconta una parabola che parla di due figli che di fronte alla volontà del Padre rispondono in modo differente.

Il primo esprime rispetto e apparentemente ascolta le parole del padre, ma non ha intenzione di attuarle. Il secondo sembra essere più sincero; comunica al padre di non condividere la sua volontà, ma pentitosi (v.30) della risposta, obbedisce.

Due  diversi modi di reagire, due diverse risposte: un sì detto con il cuore e un sì detto solo a parole. In questi due figli possiamo esserci  tutti noi con tutte le nostre  risposte alla vita e a Dio.

Ci sono i tanti sì detti con superficialità, per fare “bella figura” e  poi sconfessati dalla realtà. e poi ci sono quei sì, detti con il cuore, detti forse con sofferenza, detti pensandoci un po’ ma che poi ci hanno dato vita.

La decisione di fare la volontà del padre, viene presa dal secondo figlio con un pentimento che Gesù sottolinea chiedendo poi ai presenti secondo loro chi dei due ha fatto realmente la volontà del Padre?

In questo brano sembra che la parola chiave possa essere pentimento, un pentimento che deve nascere nel cuore e che porta alla fede. Gesù ci invita a non coltivare la presunzione di ritenerci giusti, né tantomeno di avere una dipendenza ossessiva alla legge che può portarci a ritenersi migliori degli altri, ma avere la consapevolezza di essere peccatori ci mette sulla via della conversione.

L’unico che ci può rendere giusti e santi è solo Dio.

Chiediamo al Signore Gesù, l’unico che è veramente Figlio, di insegnarci a compiere con amore la volontà del Padre, di saper aderire incondizionatamente ai suoi inviti senza opporre i nostri calcoli e senza ritornare sui nostri passi. Chiediamogli il dono della conversione per ritrovare il senso del nostro andare e camminare sulle vie che Lui ha preparato per noi.

                                                                                                                 suor Assunta Cammarota