L’anno liturgico volge al suo termine e il nostro cammino riprenderà con il tempo di Avvento, inizio di un nuovo anno. Gesù, nel Vangelo, coglie l'occasione per il suo insegnamento, interrompendo l'estasi di chi si era soffermato nell'ammirazione delle bellezze esteriori, come il Tempio, compiute dall'uomo, con parole che devono farci meditare ed immetterci in un impegno rinnovato e consapevole.

Il cristiano più degli altri deve lavorare, donare, servire il prossimo, amare: solo così può attendere senza paura il giorno di Dio. Gesù prevede guerre, rivoluzioni, terremoti, carestie... tutti segni che parlano della malattia profonda del mondo e invitano a guardare al di là di questo mondo, che non è ancora pienamente redento: la redenzione è per ora un lievito, un seme.

Gesù prevede confusioni, divisioni e persecuzioni. Ma la Chiesa cresce anche nelle persecuzioni: "il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, diceva Tertulliano. Gesù promette la sua forza e la sua salvezza: "Io vi darò lingua e sapienza..."Avrete occasione di dare testimonianza. Sarete odiati, ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita".

Ciò di cui parla il Signore non è nulla di nuovo, le cose che presenta ai suoi ascoltatori sono realtà terribilmente ordinarie anche nella vita della nostra umanità, sia a livello esterno e catastrofico come possono essere i terremoti, sia per quanto riguarda le tragedie che si consumano nell’ambito delle nostre relazioni più care. In tal modo il Signore ci chiede di non lasciarci distrarre dagli eventi che sembrano straordinari per rimanere attenti, vigilanti e profondamente centrati sulla nostra interiorità, per comprendere quale sia il nostro posto. La consegna non lascia dubbi: ”Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”.

Il regno di Dio si realizza e si compie non nella sospensione o nella fuga dal nostro vissuto, ma “in mezzo” a tutto ciò che fa la nostra vita e quella dei nostri fratelli e sorelle in umanità.
L’apostolo Paolo non solo smorza le grandi attese escatologiche dei cristiani di Tessalonica, ma li esorta a non trasformare il desiderio e l’attesa del ritorno del Signore in un pretesto per non vivere fino in fondo le proprie responsabilità storiche, esistenziali e solidali.

          Se è vero che attendiamo con desiderio grande il compiersi delle promesse e l’avvento del Regno, rimane pur vero che in Cristo Gesù è stato rivelato che il regime in cui tutto ciò si può e si deve dare è quello dell’incarnazione e dell’impegno nella storia.
       La storia non è una realtà che dobbiamo subire in attesa che si consumi e ci assolva così dal grave compito di attraversarla e di trasformarla. La sfida non è quella di cominciare il conto alla rovescia della fine della storia, ma di cominciare ogni mattina a dare il proprio apporto alla storia come se fosse il primo giorno e come se fosse anche l’ultimo… come se fosse l’unico.

 È al cuore delle nostre vite che si incrociano magnificamente il mondo presente e quello che attendiamo nella fede, nella speranza e nell’amore. È proprio facendo esperienza dei più grandi desideri che portiamo dentro, con il necessario confronto con ciò che è segnato dal limite, dalla caducità e dall’effimero, che il Regno di Dio si costruisce oltre noi, ma mai senza di noi. Ogni situazione può e deve diventare «occasione» per «dare testimonianza».    

                                                                                                                                                           sr Annafranca Romano

«In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: "Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello". C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie»(cfr. Lc 20,27-38).

Non ci deve scandalizzare Il fatto che una donna al tempo di Gesù fosse data in matrimonio più volte nel circolo della parentella del primo sposo quando ancora oggi, nelle tradizioni dei popoli antichi si usa questa pratica; e tanto meno ci deve scandalizzare quando nel nostro contesto della società contemporanea il legame tra uomo e donna non è più quello di “una volta per sempre”.

Ma non è questo il punto a cui Gesù vuole richiamare l’attenzione, perchè più che un fatto di garanzia generazionale come nel  caso delle antiche tradizioni, o un fatto di moralità, come nel secondo caso,il cui giudice può essere soltanto il Signore,  Gesù  vuole indicare soprattutto la grande fedeltà di Dio alla Vita. La Vita che non corrisponde soltanto al Bios ma a quel Principio Vitale che è proprio dell’essere in Dio.«Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio».

Il Dio di nostro Signore Gesù Cristo, quindi,  è Padre,  e garantisce la vita che viene da Lui e ritorna a Lui perché Dio non gioca con la vita, in modo che oggi c’è e poi non esiste  più. Nonostante la malvagità di questo mondo avido di potere e di soppressione dei piccoli e degli indifesi , ieri (cfr. 2Mac 7,1-2.9-14) come oggi sotto i nostri occhi ogni giorno, il Signore si mette dalla parte di coloro che fanno esperienza del Suo amore  e vivono della Sua Parola che è Parola di Vita eterna.« Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno» (cfr. 2Ts 2,16 – 3,5).

Attraverso la fede della Chiesa si mantiene viva la speranza, in questo mondo, delle realtà che ci spettano, e anche se la fede non è di tutti, come dice Paolo, e ciascuno rimane libero di rispondere o di rifiutare, la nostra responsabilità come cristiani è proporla a tutti, senza alcuna distinzione assumendo la Passione del  Padre che vuole la vita di tutti, in Cristo Gesù, Risorto dalla morte. In Lui, il passato, il presente e il futuro risplendono perché «Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi: perché tutti vivono per lui».

Ecco allora, il segreto della nostra gioiosa speranza! E non è di questo che il mondo oggi ha tanto bisogno?

                                                                                                                                            suor Maria Aparecida

Il viaggio verso Gerusalemme è quasi finito e la città di Gerico è l'ultima tappa. Nella galleria dei personaggi "dipinti" da Luca, Zaccheo è la figura del peccatore convertito, dopo essere stato amato. Zaccheo era il capo dei pubblicani; questi erano gli impiegati del fisco, di solito appaltati dal Governo romano, spesso esosi e corrotti e, anche per il loro collaborazionismo con le forze di occupazione dell'Impero romano, erano detestati dal popolo e posti al livello dei peccatori pubblici e delle prostitute. 

Zaccheo è il capo, il più ladro di tutti, e tutti lo sanno perché ha molto rubato e vuole vedere Gesù. Cercare di vedere esprime un desiderio: probabilmente è insoddisfatto, inquieto, per questo "cerca di vedere" altro ed è piccolo di statura. Luca non ci sta indicando la sua altezza ma la sua percezione, si sente piccolo, inferiore, incapace ed è il momento di prendere il coraggio a due mani. Zaccheo non ha paura di apparire ridicolo e non si vergogna di compiere un gesto indegno per il suo stato sociale. Bisogna vincere la paura del giudizio degli altri per trovare la propria strada. Lui, uno degli uomini più conosciuti, più temuti della città sale su di un sicomoro, un albero i cui rami spuntano a poca distanza dalla terra e da lì, sa che tutti lo vedranno.

C'è molta confusione e Gesù cammina tra la folla, strattonato da chi cerca una guarigione, chi implora un aiuto, chi gli riversa addosso miserie e fatiche.

Gesù si ferma, alza lo sguardo e incrocia gli occhi di Zaccheo che non voleva incontrarsi con Gesù, voleva solo vederlo, sapere chi fosse ma è impossibile tentare di vedere Gesù senza essere visti da lui. Lui voleva vedere Gesù, ora si sente guardato, raggiunto da quello sguardo, il solo sguardo che non giudica, non condanna, non umilia ma che libera. 

Che cosa avrà visto Zaccheo in quegli occhi? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che dopo quello sguardo nulla è più stato come prima. «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». «Devo» dice Gesù, è il dovere dell'amore. Se Gesù avesse detto: “Zaccheo, pentiti, restituisci ciò che hai rubato, riconosci i tuoi sbagli ed io verrò a casa tua”, sono certo che Zaccheo sarebbe rimasto sull'albero. Nessuna predica, nessuna richiesta di pentimento. Non gli è chiesto di convertirsi, non gli è chiesto di cambiare vita, perché Dio perdona, non attende il pentimento. Lo chiama per nome. Per tutti era semplicemente "il capo dei pubblicani” ma per Gesù è Zaccheo. Chiamare per nome vuol dire dare dignità e dare un volto.

Lo invita a scendere, innanzitutto dal piedistallo sul quale si era messo. Finalmente qualcuno ha fatto breccia nel suo cuore, ha smesso di giudicarlo. Zaccheo finalmente si sente amato per quello che è. Gesù non pone condizioni e Zaccheo fa lo stesso. Nessuno gli ha chiesto di dare la metà dei suoi beni ai poveri, nessuno gli ha chiesto di restituire non il dovuto ma quattro volte tanto il rubato. Egli fa molto più di quanto la Legge poteva esigere. Gesù ama Zaccheo gratuitamente e Zaccheo fa lo stesso. È l'amore che cambia la vita. Ci si sente amati, perdonati, quindi ci si pente e i due se ne vanno, tra lo scandalo generale della folla. 

Gesù entra nelle nostre vite e nelle nostre case così come siamo, viene a visitarci perché ha una bella notizia da portarci: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa». 

                                                                                                                                                                     don Franco Bartolino

Una storia, due personaggi: un fariseo e un pubblicano. Due uomini che salgono al tempio a pregare con due modi diversi di stare davanti a Dio, agli altri e a sé stessi. 

Il fariseo si ritiene giusto perché, a differenza degli altri, rispetta scrupolosamente i dieci comandamenti e fa una preghiera lunga, in piedi e in silenzio, «pregava così tra sé». Fa una preghiera autoreferenziale perché si è costruito una sua giustizia, con il solo obiettivo di "sentirsi a posto" e non dover dipendere da nessuno, nemmeno da Dio. Nella prima parte elenca ciò che lui non fa, nella seconda, ciò che lui fa. Insomma la sua vita e la sua preghiera sono davvero irreprensibili, il fariseo si ritiene davvero un ottimo religioso. 

Sale al tempio anche un pubblicano. Questi erano amici dei romani, collaborazionisti e per questo odiati dagli ebrei. Egli se ne sta a distanza, il posto che compete a chi è lontano da Dio e la sua preghiera è molto breve. Anche lui dice la verità: è un povero peccatore, sa che da solo non può farcela, ha bisogno del perdono di Dio. Il pubblicano, infatti, non aveva nulla da offrire a Dio per meritare il perdono, neanche la sua conversione; insomma, era un caso disperato. 

Entrambi hanno un atteggiamento vero ma Gesù dice che solo uno se ne va giustificato, il pubblicano. Questi a differenza del fariseo, sa di essere ammalato e di aver bisogno del medico che è Dio. Il fariseo si nasconde dietro ciò che fa, vede solo una parte di sé. Non rifiuta il suo lato oscuro e non riesce ad ammettere che anche lui è un peccatore come il pubblicano. In fondo quello che lui giudica nell'altro è proprio quello che non sopporta di sé stesso. 

Il pubblicano torna a casa giustificato, non perché umile ma perché si apre a chi è più grande del suo peccato. Proprio perché si riconosce disgraziato, che può ricevere la grazia. Proprio perché le sue mani sono vuote che Lui le può riempire. Il pubblicano è salvato perché perduto, perché la misericordia è attratta dalla miseria. Il peccato è l'unica via attraverso la quale sperimentiamo Dio come misericordia. La pedagogia del Vangelo è sconcertante. Dio si rivela ai deboli non ai forti. 

Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme sta per terminare ed egli ha appena esortato i discepoli a fare attenzione ai segni che precederanno la sua venuta e a essere pronti ad accoglierlo. proprio per aiutare i suoi lettori a perseverare nel momento della difficoltà e a chiedere con insistenza al Signore che faccia loro giustizia.

Luca racconta questa parabola per i cristiani perseguitati e li conforta dicendogli: “State tranquilli. Se perfino un giudice, malvagio, ascolta una donna, anche solo per togliersela dai piedi, come potete pensare che Dio non ascolti il vostro dolore? Piuttosto pregate e preoccupatevi di mantenere salda la vostra fede”. Scriveva il grande teologo luterano Bonhoeffer: «Dio esaudisce sempre: non le nostre richieste, le sue promesse».

Uno dei cardini della preghiera è questo: lasciarsi amare da Lui. Dio conosce il nostro cuore, inutile riempire la nostra bocca di parole: lasciamo che il cuore si riempia dal Suo amore. Nel linguaggio corrente la preghiera sovente è sinonimo di “domanda” e, in effetti, gran parte è dedicata a chiedere. Il problema non è cercare “momenti di preghiera” che probabilmente non arriveranno mai, ma fare della vita una preghiera, fare del lavoro, dello studio una preghiera. La preghiera, come l'amore, non sopporta il calcolo.

Questa è l'unica parabola, che termina con una domanda. In mezzo alle mille domande che rivolgiamo a Lui, una la rivolge a noi: «Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Questa domanda riguarda l'oggi e non solo la venuta finale. Interessante: non ci chiede se troverà l'amore, la religione, la Chiesa, le parrocchie ma la fede perché per Gesù la fede è il primo mezzo di salvezza.

«La preghiera è il respiro della fede» ha detto Papa Francesco: pregare è una necessità, perché se smetto di respirare, smetto di vivere. Sia questo il nostro programma: fermiamoci e lasciamoci amare nella preghiera. Pregare non è altro che aprire la porta e lasciar entrare Dio nella nostra vita.

                                                                                                                                                                                              don Franco Bartolino

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