Gesù è in cammino verso Gerusalemme e ai discepoli sempre più impauriti, racconta per la terza volta ciò che gli accadrà una volta arrivato alla Città Santa. Gesù sa che sta andando incontro a ostilità, lotta e morte mentre i discepoli sono convinti di andare a conquistare onore e prestigio e infatti per Giacomo e Giovanni seguire Gesù è sentirsi migliori degli altri.

Umanamente cercano di approfittare di questa loro vicinanza per presentare a Gesù una richiesta a dir poco arrogante: "Noi vogliamo che tu ci faccia quello che noi ti chiederemo". E Gesù risponde: "Ma sapete cosa chiedete?", cioè "vi rendete conto?". I due fratelli, come adolescenti capricciosi vogliono che Gesù si comporti come loro e cercano di piegarlo alle loro esigenze. Dio ci ascolta, ma per fortuna non ci esaudisce sempre.

Gli apostoli non immaginano minimamente l'animo con il quale il Maestro si sta avvicinando a Gerusalemme. A questo punto intervengono gli altri e la figuraccia è ancora peggiore. Gli altri apostoli si irritarono con Giacomo e Giovanni segno che, probabilmente, tutti ambivano a quei posti!

Seguire lui comporta un capovolgimento della logica del mondo: "Tra di voi non dev’essere così". Chi vuol essere grande si deve fare servitore, chi vuol essere il primo si deve fare schiavo di tutti. Questo è stato il programma di vita di Gesù, questo deve essere il nostro. Solo dall'ultimo posto, dal fondo della fila possiamo vedere le cose come le vede Dio. Questo invito a capovolgere la logica sulla quale ruota la nostra vita è rivolto a tutti e nessuno può dire di non avere un piccolo potere: potere di far felice qualcuno, di far soffrire qualcuno, potere di ferire con una parola o di calunniare.

Quella di Gesù è una vera catechesi sul modo evangelico di concepire la Chiesa. Credo che tutti abbiamo incontrato persone straordinarie che con passione hanno messo a disposizione tempo ed energie per la causa del Vangelo. Ma abbiamo anche incontrato chi cercava il consenso, il riconoscimento, la visibilità. Gesù è venuto «non per essere servito ma per servire e dare la vita».

Se il vangelo di domenica scorsa testimoniava quanto il regno di Dio sia accessibile a tutti, quello odierno ci rivela come non sia scontato entrarvi, pur incontrando il volto e l’amore di Cristo. Eppure, quel tale che corre incontro a Gesù e in ginocchio lo interroga, sembra essere proprio sulla buona strada. Dopo aver verificato la sincerità delle sue intenzioni, il Signore Gesù prova a giocarsi fino in fondo con quest’uomo appena incontrato. Qui però finisce il dialogo e si conclude l’incontro.

 Quel tale, rabbuiato nel volto e triste nel cuore, decide di andarsene, senza proferire parola. Come per quel tale, così per ciascun discepolo la sfida è quella di chiedersi se si è felici alla sequela del Vangelo, se l’intimità con il Signore è una felicità capace di riempire la sua vita e dilatarla.

Per questo il Signore non omette di evocare le «persecuzioni», perché ogni felicità esige la disponibilità a essere incompresi e persino maltrattati, senza essere interiormente destabilizzati. Questa consapevolezza può essere l’inizio della felicità o della tristezza e dipende molto da noi e dalla nostra capacità di lasciarci guardare e scomodare.

Non accade diversamente a noi, quando cerchiamo e interroghiamo il Signore, mossi dal desiderio di una vita piena e autentica, ma ancora inconsapevoli di essere pieni di attaccamenti e idolatrie. Del resto, sono proprio questi vani possessi a cui siamo tanto affezionati a farci percepire le parole e i silenzi di Dio come riflessi di un volto esigente, insensibile al nostro passo sempre un po’ debole e incerto.

Non ci accorgiamo che la sua voce vuole solo strapparci da ogni forma di schiavitù per farci abbracciare la vera sapienza, quella che vale «più della salute e della bellezza» e il primo passo da compiere è provare ad ammettere che molte delle tristezze in cui scivoliamo, non hanno origine da quello che ci manca, ma dall’ostinazione con cui stringiamo tra le mani i beni o i traguardi conseguiti come fossero «una ricchezza incalcolabile».

Le parole dell’apostolo Pietro, dopo l’insegnamento di Gesù sul pericolo della ricchezza, tradiscono il sospetto di ogni discepolo che, pur provando a percorrere sinceramente il cammino di Gesù, si accorge di possedere ancora molte cose. Infatti, più che avanzare un’affermazione, sembrano manifestare una timida domanda bisognosa di conferma: “Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Pur non oscurando il pericolo a cui conducono bramosia e possesso, il Signore Gesù guarda in faccia i discepoli e ribadisce la ragionevolezza della sequela: ”Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio!

Accedere al Regno di Dio non è l’ultima, insuperabile sfida che Egli lancia all’uomo, ma l’incondizionato dono offerto alla sua libertà. Per entrare nel Regno occorre imparare a preferire la logica del dono a quella del possesso, il vangelo della croce a qualsiasi altra buona notizia, fino a poter condividere la beatitudine dell’antico re di Gerusalemme, quando decide di sposare la divina sapienza.

 Essere sapienti non significa avere o conoscere quello che ci evita il contatto con la nostra povertà esistenziale. Al contrario, avere sapienza significa non avere paura di riconoscere qual è la condizione in cui la nostra umanità si trova.

Solo l’accettazione di questa nudità esistenziale ci consente di poter ricevere già ora, in questo tempo, cento volte tanto rispetto a quello che le nostre forze potrebbero procurarci o assicurarci.                                             

                                                                                                                      sr Annafranca Romano

Se tutto è uscito dalle mani di Dio come espressione del Suo amore, ecco che la liturgia di questa domenica ci fa contemplare la prima espressione d’amore dell’essere vivente: “Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne”(cfr. Gen 2,18-24).

Ma cos’è l’amore? È quel qualcuno che riempie la solitudine, che aiuta a riconoscere se stessi come uguale, ma allo stesso tempo diverso: “Il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda».

Sì, l’amore non è un sentimento in balìa della nostra libertà o schiavo delle nostre emozioni. L’amore è persona! Una persona con cui condividere la vita, i sogni, le speranze; una persona che aiuta la scoperta e la maturazione della propria identità. Una persona che fa uscire da se stessi, dalle proprie sicurezze e comodità e insieme, intraprendere una nuova strada, iniziare una nuova vita:

“Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”. Questo chiamiamo famiglia!

La famiglia è il luogo dove si concretizza e si manifesta la relazione dell'uomo e della donna. Nulla esiste di più naturale nella legge umana.

L’uno è fatto per l’altro, si incontra nell’altro, ma è l'amore tale come l’ha creato Dio che permette il non confondersi nell’altro, non appropriarsi dell’altro, non abbandonare l’altro.

Allora con ragione Gesù conferma e afferma che all’inizio non era così... che la natura uscita dalle mani di Dio porta in sé il segno dell'eterno e quindi, della fedeltà. “Ma dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (cfr. Mc 10,2-16).

Certamente questo fatto non ha scandalizzato soltanto i discepoli ai tempi di Gesù; continua a scandalizzare anche oggi. Ma come può l’amore abitare un cuore indurito?

Ed ecco che il Signore stesso ci dà la risposta: diventare come bambini, e come piccoli lasciarci condurre e lasciarci educare dal Padre che ci dà il Regno nella persona del Suo Figlio. E Gesù, non si vergogna di assumere questa nostra natura e tanto meno di chiamarci fratelli.

Solo Lui e in Lui, che è l'amore, l’uomo e la donna sono capaci di amare perché “Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine” (cfr. Eb 2,9-11).

                                                                                                                                                     suor Maria Aparecida Da Silva

Gesù sta andando verso Gerusalemme e camminando istruisce i suoi discepoli. Alcuni studiosi definiscono questo brano un "piccolo catechismo della comunità". Ad un tratto qualcuno guarisce e scaccia i demoni nel nome di Gesù, i discepoli se ne accorgono e glielo impediscono, perché “non è dei nostri” dicono. Marco riporta candidamente la pretesa dei dodici: “perché non ci seguiva”.

Questo brano mette davvero in crisi il nostro modo di pensare. Nei secoli la Chiesa si è sentita come l'arca di Noè: “fuori dalla Chiesa non c'è salvezza”. Solo chi apparteneva alla Chiesa cattolica, solo chi era “dentro”, solo chi era battezzato aveva la possibilità di salvarsi. Troppa mania di onnipotenza! L'appartenenza, ci ricorda il Vangelo, non è il criterio esclusivo. Dio non è questione di appartenenza, ma di amore.

Il gruppo dei dodici iniziava a sentirsi come una casta, credevano di avere l'esclusiva su alcune attività. Questo atteggiamento riflette il carattere irruente di Giovanni, infatti lui e il fratello Giacomo erano stati soprannominati da Gesù “i figli del tuono”. Gesù, ancora una volta, ridimensiona le pretese di Giovanni e dei suoi discepoli e propone il superamento dello scandalo per essere suoi discepoli in pienezza e la sua risposta, segna una svolta della storia: tutti gli uomini sono “dei nostri”, come noi siamo di tutti e sottolinea tre cose su cui fare attenzione: la mano, il piede e l'occhio.

Perché voler continuare a stare male attraverso compromessi pericolosi? Noi ci salviamo per la decisione con cui tagliamo ciò che ci fa male, ciò che nuoce alla nostra felicità.

- Se quella relazione nuoce alla serenità della tua famiglia, tagliala.

- Se quell'abitudine è pericolosa per la tua salute, tagliala.

- Se quell'ambiente provoca sofferenza ai tuoi pensieri, taglialo.

È meglio soffrire qualche minuto ora per alcuni tagli, che vivere una vita sbagliata e rendere infelici anche gli altri. Scegliere, tagliare, fa male ed è inutile nascondercelo: scegliere provoca sempre una sofferenza perché significa perdere qualcosa; è come il parto: un dolore tremendo che però dà vita. Nella vita ci sono scelte radicali; alcune hanno bisogno di fermezza, decisione, risolutezza e pertanto le nostre mani siano aperte al dono, i nostri piedi imbocchino sentieri di speranza, i nostri occhi ardano dal desiderio di vedere il Suo Volto. Si può essere di Cristo senza appartenere al gruppo dei Dodici, perché tutto il Vangelo sta in un bicchiere d'acqua.

                                                                                                     don Franco Bartolino

Celebriamo in questa domenica venticinquesima del Tempo Ordinario, la solennità di san Gennaro patrono della nostra città e della Regione Campania.

Chiedo a me e a voi: ha ancora un senso festeggiare il nostro patrono oggi, all’inizio del Terzo Millennio, in una civiltà telematica, così avanzata? Non ha il sapore di una cosa antica, ormai sorpassata? E se ha un significato, quale è per noi oggi? E tutto questo avrà un futuro dopo di noi, oppure è destinato a finire, come purtroppo farebbe intendere, e mi auguro sinceramente il contrario, il fatto che ormai sono sempre meno i napoletani che danno ai loro figli il nome di Gennaro?

Si, ha ancora un significato celebrare la festa del nostro patrono in questo inizio di Terzo Millennio, perché san Gennaro è legato strettamente alla nostra città: da sempre i napoletani chiedono grazie non solo legate alla loro persona ma chiedono pure l’intervento del santo per delle situazioni collettive, per i drammi della città, del territorio. Perciò, la festa del patrono è un momento privilegiato, bello, per guardare alla città e riflettere sul suo presente e soprattutto sul suo futuro.

Una città non è un cumulo di pietre! Una città ha, o almeno dovrebbe avere, un’anima, un volto. Una città ha un suo essere misterioso e profondo, un suo destino: «Le città sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora misteriose abitazioni di Dio», diceva il grande Giorgio La Pira, sindaco di Firenze negli anni 50 del secolo scorso.

La nostra città ha ancora un’anima, un volto? Siamo noi un popolo o un semplice aggregato di individui che sono raccolti in un determinato territorio senza alcun legame tra loro? Se per disegnare una città, ci si limita ad approcci settoriali, come quello economico, urbanistico, dell’edilizia, non si va molto lontano, perché essi sono necessari ma insufficienti: ci vuole qualcos’altro per disegnare una città, per darle un volto, appunto ci vuole un’anima.

Per passare dall’essere un semplice aggregato di individui a diventare un popolo, ci vuole un collante, qualcosa che unisca quegli individui che vivono in un particolare territorio: Papa Francesco nell’ultima enciclica Fratelli tutti lo chiama «amicizia sociale», senza la quale la città si trasforma in un «inferno collettivo», un «nido di vipere» avrebbe detto il grande scrittore cattolico francese del secolo scorso Francois Mauriac, di tutti contro tutti, del “si salvi chi può”.

Eppure proprio l’esperienza della pandemia che abbiamo vissuto, e che in parte stiamo ancora vivendo, ci ha insegnato, o almeno avrebbe dovuto insegnarci, che nessuno si salva da solo, che siamo tutti nella stessa barca, almeno se non nella stessa barca, siamo tutti in mezzo alla stessa tempesta. Se il noi non prevale sull’io, se non si affronta insieme un altro virus, più pericoloso del Covid: l’indifferenza verso il bene comune, non si va da nessuna parte.

Perciò, mentre all’orizzonte, grazie a Dio e speriamo, intravediamo il tanto sospirato traguardo dell’uscita da questo tempo difficile, diventa evidente che non c’è più tempo da perdere: solo in questo modo renderemo giustizia al patrocinio del nostro san Gennaro; solo in questo modo noi potremo affermare che questo patrocinio è attuale e non è una cosa sorpassata.

Amiamo la nostra città, amiamola come parte di noi stessi, amiamola come un patrimonio prezioso che abbiamo ricevuto dai nostri padri e che siamo tenuti a tramandare alle nuove generazioni; amiamo questa nostra città custodendone le piazze, le strade, le scuole, i giardini, le chiese; amiamola e facciamo che la sua convivenza sia serena e sentiamoci, attraverso di essa, membri di una stessa famiglia, un popolo.

Invoco su di voi e sui tanti cittadini onesti la protezione di san Gennaro che nel silenzio di ogni giorno costruiscono questa città: allora shalom Napoli, sia pace su di te, sia pace sulle tue mura, sia pace su quelli che abitano in te!

                                                                                                                   don Franco Bartolino