Sono giorni difficili per i discepoli. Giorni impastati di paura, dubbio e il Risorto si fa nuovamente presente in mezzo a loro. Quanta fatica facciamo anche noi a riconoscere il Risorto presente nella nostra vita, eppure Dio non si stanca e continua a venire. Davanti all'incredulità, Gesù insiste: “Sono proprio io! Toccatemi, guardate le mie mani, i miei piedi”. Il Risorto non smette di stupire e invita a toccare e guardare i segni della passione ed è proprio il legame della Croce con la Resurrezione che ci dice lo specifico dell'annuncio della Pasqua.

La buona notizia è che il Figlio di Dio, che ha donato la vita per amore sulla Croce, ha sconfitto la morte e che il suo amore ha fatto esplodere di vita il sepolcro, e per farne esperienza, abbiamo bisogno di toccare con le mani e vedere con il cuore. Perché ancora oggi molte persone dubitano? Perché non l'hanno incontrato, toccato e non si sono lasciati coinvolgere.

La fede è un incontro, un cammino, che va avanti per gradi anche se noi siamo figli del “tutto e subito”. Per un'intera vita cerchiamo certezze e quando il Signore ce ne dà, noi reagiamo con la paura. Siamo così abituati alle cose negative che quando ci succedono quelle positive ci domandiamo immediatamente quanto poco durerà.

Quando siamo troppo felici pensiamo che tutto sia “troppo bello per essere vero” e che prima o poi verrà fuori una fregatura nascosta; è triste ma vero, perché non siamo abituati alla Pasqua ma allenati al Venerdì Santo; ci sentiamo più a nostro agio davanti al Crocifisso che davanti al sepolcro vuoto.

Il Risorto invita anche noi quest’oggi ad annunciare che Lui è vivo e che siamo discepoli di un Dio innamorato e non sudditi di un Dio castigatore. Siamo chiamati ad essere trasparenza di Dio in famiglia, in ufficio, a scuola, per strada, al mercato. Abbiamo questa bella notizia da condividere, non lasciamoci sfuggire nessuna occasione, a volte basta anche solo un sorriso perché l'altro possa incontrare Dio e convincersi della verità della Pasqua.

                                                                                                              don Franco Bartolino

 

Il testo del Vangelo di Giovanni di questa seconda domenica di Pasqua ci riporta alla sera del primo giorno dopo il sabato, mentre i discepoli spaventati sono riuniti a porte chiuse. Cristo appare loro, li rassicura con un saluto, ripetuto due volte «Pace a voi» e mostra loro le mani e il fianco. La gioia dei discepoli nel riconoscere il Risorto e il saluto di pace ricevono il sigillo dello Spirito Santo, che rimuove le loro paure.

L’evangelista dice che essi si sono resi conto di un nuovo modo di essere presente di Gesù   in mezzo a loro. Una presenza che supera tutti i limiti che appartengono al nostro mondo, è fuori dallo spazio e dal tempo. E’ una presenza attuale anche oggi. Lo stesso giorno di Pasqua Gesù va in cerca dei suoi apostoli. Ha fretta di rivederli, di rincuorarli. Tutti, tranne Giovanni, lo avevano abbandonato; Pietro lo aveva rinnegato e neppure dopo il pentimento si era fatto vedere. Poi si erano chiusi in casa, in preda alla paura e non ricordavano più la promessa di Resurrezione. Ma il Signore, con amore, raggiunge i suoi, li saluta con affetto ed augura la pace, sa che ne hanno bisogno. Il cuore degli apostoli è ancora in subbuglio, fra la delusione e il rimorso, fra la tristezza più cupa e la voglia di scrollarsi di dosso un'eredità amara.

Gesù li conosce ad uno ad uno, non si fa illusioni, non si aspetta di trovarli pieni di fede; non fa prediche, non rimprovera nessuno, non li umilia. Va loro incontro con la semplicità di chi sa amare, con l'attenzione e la premura di chi è disposto ad offrire ai suoi una possibilità di riscatto. Solo l'amore può cambiare i cuori, solo la pace può guarirli. È per questo che corre da loro, entra a porte chiuse e mostra i suoi segni di riconoscimento: i fori dei chiodi e della lancia. Gli apostoli lo riconoscono e immediatamente si sentono trasformati. Ritorna la gioia, la paura è vinta per sempre. È l'effetto della presenza del Maestro, l'effetto tipico che si ripete ad ogni incontro con Lui. Se lo incontriamo anche noi, se apriamo gli occhi e il cuore alla sua venuta, non siamo più gli stessi. Diventiamo creature nuove, capaci di vincere ogni ostacolo e ogni timore, pronti ad   aprire il cuore e a regalare a tutti la pace che il Signore ci dona.

I discepoli raccontano a Tommaso di avere visto il Signore; ma Tommaso replica, manifestando la sua legittima esigenza di “vedere” Gesù per essere suo testimone. Otto giorni dopo, Gesù appare nuovamente in mezzo a loro, invitando Tommaso a verificare le ferite del costato e delle mani, segni della sua passione e del suo amore. Cristo gli rivolge anche un richiamo, un invito per un cammino di fede: «e non essere più incredulo ma credente!». A tale invito Tommaso risponde con la più alta dichiarazione di fede: «Mio Signore e mio Dio!».  La fede di Tommaso cosi come quella degli altri apostoli si fonda sull’incontro personale con Gesù risorto, ma la fede pasquale va oltre i segni, infatti l’evangelista conclude, «beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

Giovanni precisa che il Vangelo è stato scritto «perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome». La fede in Gesù Cristo è una scelta libera che si fonda sulla solida testimonianza documentata nei Vangeli e si trasmette nella testimonianza dei credenti. Non facciamo come Tommaso che pretende di avere una prova. Se riusciamo a fissare gli occhi su Gesù, non avremo più tante domande da fare, tante prove da chiedere. Lo incontreremo e lo sentiremo vivo nella nostra quotidianità.

Sarà questa la nostra Pasqua e anche noi non sapremo dire altro che "Mio Signore e mio Dio!" Il resto lo griderà il nostro cuore e la nostra vita risorta.

                                                                                                               sr Annafranca Romano

Forse Il tempo che stiamo vivendo ci avvicina molto all’esperienza dei primi discepoli di Gesù: la scomparsa del Suo Corpo e i primi ricordi delle sue parole riguardo alla risurrezione. Come loro ci sentiamo anche noi smarriti, sconvolti, con un misto di sentimenti difficili da classificare... Vediamo tanti nostri fratelli che ci lasciano così, in un modo mai pensato; vediamo tanta lotta e tanti sacrifici e ci sembra quasi  invano: ancora tante paure, tante incertezze...Eppure é per noi la notizia della risurrezione!

Il Signore è vivo  «e ci ha ordinato di annunziare al popolo che egli è il giudice dei vivi e dei morti» (At 10,42) dice Pietro,  e con lui anche noi siamo testimoni. Celebrare la Risurrezione non è solo un atto di culto attraverso il quale rendiamo gloria a Dio e faciamo memoria delle sue azioni. Celebrare la risurrezione è proclamare che la vita del cristiano è essa stessa un processo continuo di morte e di risurrezione: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria”.

Con gli apostoli siamo testimoni e portatori di una gioia che sorpassa il sepolcro e che allo stesso tempo lo rende omaggio perché è il luogo del passaggio di Cristo da questo mondo al Padre. Infatti, Giovanni nel suo vangelo racconta i dettagli trasformandoli essi stessi in testimoni autentici dell’evento della risurrezione: «Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario  che era stato sul suo capo non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» (Gv 20,1-9).

La fede che professiamo e testimoniamo non è una fede solitaria, isolata, particolare: noi professiamo la fede della chiesa. Esiste un “noi” che rende testimonianza della presenza viva del Signore risorto e in Lui tutto acquista senso e significato. Questa domenica per noi è ancora una volta l’occasione per dire al mondo, in mezzo a questa pandemia, che solo guardando in alto e cercando le cose di lassù (cfr. Col 3,1-4) l’umanità sarà capace di rileggere la propria storia come storia di salvezza (cf. At 10,37-43).

                                                                                                                                         suor Aparecida

Con oggi, Domenica delle Palme, entriamo nella settimana più importante dell’anno, tanto importante da essere definita santa e con essa il cammino della Quaresima raggiunge il suo vertice.

 Questa è la settimana che celebra la storia della nostra salvezza attraverso la Passione del Signore; ripercorreremo il dramma della sua passione, della sua morte e della sua resurrezione per la nostra redenzione. In questa settimana che inizia siamo invitati a sincronizzare il nostro cuore e le nostre vite con questi eventi.

In queste settimane abbiamo cercato di accompagnare Gesù nel deserto, di innalzare lo sguardo verso il Tabor, verso lo splendore di Dio, lo abbiamo seguito inquieti nella cacciata dei mercanti dal tempio e con Nicodemo abbiamo scoperto la necessità di rinascere dall’alto.Oggi, insieme alla folla esultante, accompagniamo la sua entrata trionfale a Gerusalemme.

La liturgia di questa domenica apre le celebrazioni pasquali e in essa siamo invitati ad ascoltare il racconto doloroso della passione che con l’evangelista Marco dà risposta definitiva alla domanda che ha guidato tutto il suo vangelo: Chi è Gesù? Anche noi ancora una volta oggi dobbiamo porci questa domanda, con verità, per non ritrovarci ad essere contraddittori come la folla che mentre lo ha acclamato esultante all’ingresso della città poi lo ha condannato alla crocifissione. Nella lettura del testo odierno sarebbe bello e fruttuoso poterci mettere nei panni e contemplare le caratteristiche di tutti i personaggi del racconto. Potremmo così essere i timorosi discepoli che fuggono, o le donne che seguono Gesù fino alla fine. Potremmo partecipare a conficcare i chiodi nel corpo del Maestro oppure donargli sollievo per qualche istante prendendogli la croce come il Cireneo.

Chiediamo al Signore di concederci la grazia di vivere questo tempo in un profondo raccoglimento interiore, di disporre Lui stesso il nostro cuore ad accogliere ogni esperienza di sofferenza come un’occasione privilegiata per poterci unire sempre di più Lui, di donarci quell’abbandono fiducioso di chi si affida nelle mani del padre, sicuri che l’ultima parola non sarà quella della morte, ma la gioia e il trionfo dell’amore.

                                                                                   sr Maria Assunta Cammarota

È l’ultima Pasqua vissuta da Gesù a Gerusalemme. Gesù è entrato nella città santa acclamato dalla folla e ormai i sommi sacerdoti hanno deciso di condannarlo a morte. In occasione di ogni grande festa, erano saliti a Gerusalemme anche dei greci, dei pagani, i quali avevano sentito parlare di Gesù. Avvicinano Filippo e gli chiedono: “Vogliamo vedere Gesù”. Giovanni utilizza un termine che non indica un semplice "vedere", ma un andare al di là delle apparenze, un vedere per conoscere e per capire. Non basta desiderare di "vedere" Gesù, ma essere pronti ad accogliere le modalità sorprendenti con le quali Dio - ieri come oggi - si fa presente nella storia.

I greci come anche gli ebrei, si aspettavano una rivelazione trionfale, invece Gesù si presenta come il seme che deve marcire/morire e portare frutto. Come la potenza di vita nascosta nel seme è sottratta agli occhi, così la fecondità della Croce è scambiata per follia da chi non entra nella logica dell'amore. Lui sapeva che la decisione di andare a Gerusalemme sarebbe stata una scelta senza ritorno. La metafora utilizzata da Gesù descrive sia una legge universale che la propria vita. Morire vuol dire cadere a terra, scontrarsi con la realtà della vita e rialzarsi. Tutto questo naturalmente ci fa paura ma nulla di fruttuoso può nascere, se non cadiamo a terra!

Nella seconda parte del brano, Giovanni lascia intuire l'angoscia di Gesù. Giovanni non racconterà il dramma del Getsemani, lo fa qui. Qui c'è tutto il turbamento di Gesù. Egli non ha paura della morte, ha paura del rischio di finire nel nulla e di sentirsi tradito. Gesù avverte tutta l'angoscia di essere dimenticato insieme ai tanti crocifissi anonimi della storia.

Un chicco di grano è il “quasi niente”, come l'uomo. Nessuno di noi ha cose importanti da dare, ma Dio riesce a prendere questo “quasi niente” e ne ricava molto frutto. Ognuno di noi è un “quasi niente” che però contiene invisibili e impensate energie, un cuore pronto a spargere i suoi frutti.

                                                                                         don Franco Bartolino