«Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo» (cfr. 1Pt 2,4-9). In questo Tempo di Pasqua avvertiamo come la vittoria di Cristo sul male e sulla morte attraversa la storia dell’umanità edificandola attraverso la conoscenza della luce e della verità. Infatti, illuminati da Cristo, Luce del mondo, i cristiani, sparsi per la terra, sono la coscienza del mondo riportando gli uomini e le donne di ogni epoca e generazione a confrontarsi con la verità della salvezza propria e altrui, anche quando la negano.
Ecco perché nonostante si parla di “libertà religiosa” i cristiani continuano a soffrire persecuzione: Alcuni pagano il prezzo del sangue per confessare la fede sia verbalmente, sia liturgicamente; altri, la maggioranza, offrono il sudore della propria lotta silenziosa e nascosta per sostenere e annunciare i valori del Vangelo ad una società che non vede, non sente e non vuole né vedere né sentire la possibilità di accogliere la Via, la Verità e la Vita che è Cristo Gesù.
Come può accogliere la Parola del Signore un cuore chiuso nell’individualismo, ‘contento’ di bastare a se stesso e indifferente alla sofferenza e ai bisogni dell’altro? La fede cristiana è impegno di comunione, di unità, di fratellanza e ciò esige l’offerta, il sacrificio, la consapevolezza che la preghiera cristiana deve essere fraterna e universale, affinché il sacrificio sacerdotale di Cristo attinga i confini della terra, riportando ogni essere umano a incontrare la propria immagine nel Figlio e vedere riflessa l’immagine del Figlio in ogni fratello e sorella.
Come una costruzione, i mattoni vengono posti uno accanto all’altro, sostenendosi l’uno l’altro per edificare l’edificio, così i cristiani nella Chiesa e la Chiesa per il mondo.
La “Domenica del Buon Pastore” ci presenta la prima parte del discorso riportato dal capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, nella quale Gesù non si descrive ancora come “il Buon Pastore”, bensì come “la porta delle pecore”. Una terminologia strana, non c'è che dire. Tant'è vero che Giovanni ci dice che i suoi uditori “non capirono di che cosa parlava loro”. Forse è bene fare un passo indietro nel testo di Giovanni. Gesù si trova nell'atrio del Tempio di Gerusalemme, dove pochi istanti prima aveva guarito il cieco nato in giorno di sabato e a seguito di quel miracolo e della discussione che ne era nata, i capi del popolo avevano “cacciato fuori” dal tempio e dalla sinagoga il cieco guarito perché aveva riconosciuto in lui il Messia. Gesù parte proprio da questo gesto del “cacciare fuori” per annunciare se stesso come “la porta delle pecore”, che apre il recinto e che “spinge fuori tutte le sue pecore” dall'ovile e poi, come farebbe un vero pastore, cammina davanti a esse e le guida. Giovanni nel suo testo usa lo stesso identico verbo: i capi del popolo “cacciano fuori” il cieco guarito dalla sinagoga, mentre Gesù “spinge fuori” le pecore dall'ovile. E ci sono altri particolari interessanti, in questo brano. Il termine usato da Giovanni per indicare il “recinto” delle pecore non indica una stalla; è un termine che andrebbe tradotto con “atrio” ed è l'atrio del Tempio dal quale Gesù sta parlando. Una volta aperta la porta di quest'atrio, egli chiama le sue pecore e le “conduce fuori”: e qui, Giovanni utilizza lo stesso termine con cui, nell'Esodo, si indica la fine della schiavitù dell'Egitto e l'uscita verso la Terra Promessa. Questo significa che la missione di Gesù nella storia è quella di un liberatore, venuto a “far uscire” il suo “gregge” da una situazione di schiavitù che non è solamente quella del peccato personale, ma anche quella di una serie di istituzioni, di leggi e di comportamenti che invece di aiutare a crescere nell'amore di un Dio che dà la vita, portano il popolo ad allontanarsi da Dio e a
cadere nel baratro dell'oppressione, dello sfruttamento, della sottomissione alla Legge. E questo, a causa della perversa appropriazione del potere da parte di coloro che si rivelano false guide e falsi pastori. Per questo, Gesù più avanti si rivelerà come il Buon Pastore: perché egli non è “un ladro che viene per rubare, uccidere e distruggere” egli è venuto perché chi entra attraverso di lui, porta delle pecore, possa essere salvato: “Entrerà, uscirà e troverà pascolo”. Da oltre sessant'anni, in questa domenica la Chiesa, ispirandosi proprio a Gesù Buon Pastore, celebra la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Che bello, se le preghiere elevate a Dio in questa giornata da tutta la terra, ci ottenessero il dono di una Chiesa guidata sempre da pastori che possano essere vere guide, vere “porte” aperte che permettano alla gente di entrare e uscire dai loro problemi della vita quotidiana verso l'incontro con un Dio che dà la vita e la dà a tutti in abbondanza! Mentre invece, spesso, abbiamo a che fare con pastori capaci solo di chiudere le porte e non solo quelle delle chiese. Che grazia impagabile sarebbe, quella di poterci avvicinare a uomini e donne di Chiesa che non incutano terrore e timore per l'esercizio indebito della loro autorità, ma che manifestino la loro autorevolezza con atteggiamenti di profonda misericordia, di pazienza, di accoglienza, di autentica liberazione! Mentre sappiamo bene quanto sia difficile - e lo dico facendo “mea culpa” - incontrare pastori che sappiano perdere tempo per ascoltare le proprie pecore. Che bello, se invece di fare tanta poesia definendo noi stessi come “pastori a imitazione di Cristo Buon Pastore”, lo imitassimo per davvero, imparando a non imprigionare la gente nelle maglie strette di un ovile che soffoca e opprime, ma a fare in modo che nella Chiesa tutti si sentano liberi, in qualsiasi momento, di entrare e uscire e di trovare pascolo.
Perché - non dimentichiamolo - Gesù non è venuto per impadronirsi delle vite e delle coscienze delle persone, ma “perché tutti abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza”.
Chi ha mai detto che avere dubbi di fede sia sintomo di poca fede? Personalmente, ho sempre apprezzato coloro che di fronte a una realtà così misteriosa e affascinante come l'Assoluto, si sono posti degli interrogativi, perché è certamente segno di un desiderio di andare alla ricerca di andare Oltre. E non parlo di filosofi, scienziati o pensatori laici: parlo dei credenti e in modo particolare dei grandi santi della nostra tradizione cristiana, pochi dei quali possono vantare una vita spirituale priva di ombre, di incertezze e di dubbi. Da Pietro, che non riesce a seguire il Maestro sulle acque perché dubita della sua presenza, fino a giungere a Madre Teresa di Calcutta, che nei suoi scritti si definisce spesso in uno stato di “notte perenne” rispetto a Dio. Passando poi attraverso le esperienze drammatiche della spiritualità dell'angoscia di Giovanni della Croce, di Teresa Benedetta della Croce e dello stesso Francesco. Figuriamoci, dunque, se sia corretto dare del miscredente a Tommaso, solo perché ha voluto vederci chiaro di fronte al Maestro, morto in croce, ma che tutti affermavano aver visto nuovamente in vita! Del resto, spesso non siamo forse così anche noi? Guardiamoci dentro, e chiediamoci con grande onestà: chi di noi non ha mai avuto dubbi di fede? Sarà davvero esistito storicamente, Gesù di Nazareth? E la sua Resurrezione dai Morti? E poi, tutto questo male che c'è nel mondo: se Dio esiste davvero, perché accadono certe cose? Perché, quando lo preghiamo per ottenere la pace nel mondo, poi sembra che la guerra e la violenza aumentino, invece di cessare? E gli eventi catastrofici? E le malattie incurabili? Perché mai devo continuare a credere in un Dio che sembra assente di fronte a tutte queste cose? Potremmo proseguire all'infinito, con domande simili a queste, che spesso non trovano risposta. Credo che tutti ci siamo fatti: ma non per questo smettiamo di essere uomini o donne di fede, e nemmeno possiamo considerarci dei non credenti. Se noi che ci diciamo cristiani, vivessimo un'esperienza di Dio priva di domande, correremo il rischio di essere gente senza passioni. Personalmente, come prete, chiedo a Dio che mi liberi dall'essere un prete per nulla “appassionato” di Dio, un prete privo di “passione” per Lui, un prete che non faccia fatica a stargli dietro, che non si carichi sulle sue spalle la croce e non lo segua, perché vorrebbe dire che non sono degno di essere chiamato suo discepolo e ancor meno suo testimone! Dio ci liberi da una fede talmente sicura di sé da diventare oppressiva e disprezzante nei confronti di chi fa fatica a credere perché provato dalla vita! Gesù liberi la sua Chiesa da uomini e donne che per il solo fatto di essersi battezzati e magari consacrati a lui, si sentono incrollabili nella fede e perfetti! La Chiesa, oggi, non ha bisogno di “signori” della fede da imitare, perché oggi come allora c'è un solo Signore e un solo Dio: quello che ha pazienza nei nostri confronti, quello che ci usa misericordia, quello che ci rialza quando la nostra fede vacilla, quello che dopo tutte le prove della vita ci porta a professare - come Tommaso - “Tu sei il Mio Signore; Tu sei il Mio Dio”. La Chiesa oggi ha bisogno di testimoni credibili, di gente che fa fatica, che a proposito di Dio ha mille dubbi al giorno, ma che nonostante tutto è capace di affidarsi a Dio e di andare avanti, perché sa che è lui a condurre le nostre vite. L'errore di Tommaso non è stato il suo dubitare, ma il fatto di voler fare a meno dei suoi fratelli nella fede, di separarsi da loro già la sera stessa di Pasqua, di volersi costruire una fede a sua misura, nella quale fosse lui a mettere dita e mani nei segni dei chiodi e del costato. Tommaso ritroverà la sua fede “otto giorni dopo”, l'ottavo giorno, quello “dopo il sabato” del silenzio, cioè il Giorno del Signore, il giorno in cui accetterà di tornare a riunirsi con la comunità per essere, come ci dicono le meravigliose pagine degli Atti degli Apostoli, “un cuor solo e un'anima sola” con i suoi fratelli, senza per questo eliminare tutta la fatica del credere. Perché nessun cristiano, per quanto perfetto possa essere, può sperare di salvarsi senza fare riferimento a una comunità di fede e soprattutto, senza passare attraverso l'ombra del dubbio, degli interrogativi, e delle domande su Dio. Che poi, in fondo, sono domande su noi stessi e sulla nostra fragile umanità bisognosa di un Dio dal volto umano e segnato dal dolore: perché di uomini e donne potenti e arroganti che si credono Dio, ne abbiamo già troppi!
Avendo vinto le tenebre del peccato negli orrori del Golgota; dopo essere tutti riscaldati dal fuoco nuovo e illuminati dalla Luce del Risorto nella Notte più bella di tutte le notte, ci incontriamo il mattino presto, anzi ancora buio, perché forse come Maria di Magdala, pur mossi dall’amore, ancora non abbiamo capito che l’amore per il Signore non va mai “posseduto” come un bene da ritenere per noi, ma come il Bene più grande, da essere vissuto e condiviso in modo singolare, personale, fino ad arrivare a tutti.
«Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti»(Gv 20,1-9).
Davanti alla pietra già mossa dal sepolcro, come Maria, ci rendiamo conto che l’iniziativa dell’amore parte sempre da Dio, e la verità non è nel fatto che cerchiamo noi a Dio ma è Lui a venire per primo a cercarci, a preparare tutto per incontrarci. Lo abbiamo visto così lungo tutto il cammino quaresimale e lo continueremo a vedere in questo Tempo di Luce.
Perfino l’iniziativa del nostro Battesimo, il quale ci ha immerso dalla via Crucis alla Via Lucis, dalla morte alla risurrezione, potrebbe sembrare iniziativa dei nostri genitori, credenti davvero oppure “superstiziosi”, ma resta di fatto che la Fede è e sempre sarà dono dall’Alto. Oltre tutto, è sempre il Signore che ci precedi e ci aspetta con le braccia aperte nella Madre Chiesa che ci nutre con i Sacramenti della Risurrezione.
E’ lì intorno ala mensa della Parola e dell’Eucaristia che facciamo memoria del cammino di grazia che ciascuno fa, inserito nel Corpo di Cristo che è La Chiesa. Perciò la Chiesa Primitiva metteva sempre in luce il Kerigma della Salvezza, perché potessi passare dall’ascolto al cuore e dal cuore alla vita:
«In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome» (At 10,34a.37-43).
Non è forse questa la Verità che dovrebbe essere sempre raccontata ai figli, ai nipoti, a coloro che vivono affianco a noi? Quando leggiamo queste parole, soprattutto in questo Tempo Forte, ci sembra qualcosa di già udito, saputo… forse “racconti” non più dei nostri interessi, ormai focati che siamo in tante altre e fluide direzioni, chissà, mossi o indifferenti alle minacce della guerra, del terrorismo, dell’impero del denaro e dei poteri dominanti.
Invece, ecco, siamo proprio noi, cristiani di questa generazione, a non avere paura di annunciare l’Unica Verità nella quale il Mondo può trovare Luce, Pace e Salvezza. Ma ci crediamo davvero?
Siamo di quelli che pur nella sofferenza propria o altrui, mantiene gli occhi fissi su Colui che ha vinto il peccato e la morte? Crediamo che la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio e quindi, è già nella società in cui viviamo, lievito di Vita Nuova (cfr.1Cor 5,6b-8)? «Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria» (Col 3,1-4).
Sì, Rivolgiamo il pensiero alle cose di lassù. Riconosciamo Cristo nei fratelli ai margini del cammino, o nella porta accanto, stendiamole la mano per ritrovarci insieme alla mensa dei risorti, dove c’è pane per tutti e dove siamo tutti uguali, tutti figli nel Figlio Crocifisso e Risorto. Buona Pasqua! suor Maria Aparecida Da Silva
C'è un dettaglio che mi ha sempre colpito nella lettura della Passione secondo Matteo, ed è l'insistenza da parte dell'evangelista sulla vicenda personale di Giuda. Quella di Matteo, infatti, è l'unica narrazione della Passione, tra le quattro che ci sono giunte, nella quale Giuda viene fatto uscire allo scoperto; durante l'ultima cena, quando chiede se sia lui colui che lo consegnerà, il Signore gli risponde “Tu l'hai detto”, richiamandolo così alla propria responsabilità. Una responsabilità di fronte alla quale Giuda non si tirerà indietro: si sentirà talmente responsabile della morte di Gesù, da arrivare a prendere la decisione di togliersi la vita; e anche questo è presente solo nella narrazione di Matteo, il quale sembra proprio insistere sul rimorso di coscienza da parte di Giuda, che ha ritenuto il perdono di Dio assolutamente immeritato rispetto al peccato commesso. Matteo, forse, anche alla luce della propria vicenda personale, vuole insegnarci una cosa: il male è sempre male, in qualsiasi maniera e con qualsiasi motivazione esso venga compiuto. Ma il male fatto per denaro è di una gravità inaudita, perché il denaro, quando si impossessa di te con la sua avidità, ti rende incapace di ragionare: e un pubblicano, un esattore delle tasse come Matteo, queste cose le sapeva molto bene. Quando Giuda - “nostro fratello Giuda”, come lo definì in una maniera allora scandalosa il grande don Primo Mazzolari nell'omelia del Giovedì Santo del 1958 - capisce che la soluzione alla sua infelicità non sta nel denaro, decide di farla pagare a se stesso, ma prima di questo richiama tutti gli altri attori della morte di Gesù alle proprie responsabilità. Così come ha gettato le monete d'argento nel tempio, getta addosso ai capi del popolo la colpa di averglielo venduto in maniera “biblica” al prezzo di quelle trenta monete d'argento per le quali il profeta Zaccaria aveva pascolato con amore i greggi dei mercenari, e in questo modo il Sinedrio aveva usato la parola di Dio per ammazzare Dio stesso. Ma i capi dei sacerdoti non ne vogliono sapere dei suoi sensi di colpa, e con quei soldi comprano un campo per seppellire gli stranieri, pensando così di lavarsene le mani come fece Pilato; e poi ancora una volta lui e i capi dei sacerdoti che decidono di mettere la guardia al sepolcro, spaventatissimi dall'opportunità, che il Maestro avesse ragione e potesse risorgere dopo tre giorni; e infine i soldati, sollevati da ogni responsabilità il mattino di Pasqua, di fronte alla tomba vuota, grazie ancora una volta alla buona somma di denaro. Sarebbe stato molto più semplice accettare Gesù come il Messia, il Figlio di Dio, lasciando che instaurasse liberamente il suo regno, che non intaccava affatto l'autorità dei potenti, ma lasciando che la storia facesse il suo corso. Perché lui, il suo Regno lo inaugurerà comunque, proprio sulla croce, come dice il cartello stesso con il motivo della sua condanna. E quella che per la storia è una sentenza capitale emessa da un giudice, per la fede è la profezia di un Regno che sta per compiersi. Dipende molto anche da noi: ascoltando la sua Passione possiamo rimanere inermi spettatori che assistono alla rappresentazione di un dramma, oppure divenirne protagonisti facendo senza paura la nostra mossa e scommettendo su Gesù. Del resto, con lui non abbiamo nulla da perderci e tutto da guadagnarci.