Ci troviamo durante l'Ultima Cena e Gesù ha appena fatto un ultimo tentativo con Giuda: tentativo fallito. È vero: Gesù ha fallito con Giuda, ma proprio in questo fallimento ha manifestato chi è Dio: amore incondizionato concesso a tutti. Anche a chi non lo vuole, a chi non se lo merita, a chi tradisce, a chi lo rifiuta. Dovunque c'è amore disinteressato lì c'è Dio. Questo è amare gratuitamente, senza chiedere, senza aver pretese. 

Poi il Vangelo arriva al culmine: "Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri". Ci penso e ci ripenso anche perché mi piace davvero il "come" di Gesù. Se voglio amare per davvero, se voglio riempire il mio cuore di passione, è a quell'amore che devo guardare. A volte ci nascondiamo dietro lo slogan “basta che è amore”, ma in realtà dovremmo domandarci se quell'amore è amore che salva, se tocca davvero la qualità delle cose o è solo una brutta imitazione di ciò che dovrebbe essere l'amore. 

Sto tentando di amare come Gesù? Sto tentando di amare nella verità, senza menzogne, senza calcoli e senza aspettarmi nulla? Sto tentando di amare con tutta l'intelligenza del cuore. Mi piace davvero questo "come" di Gesù, perché non solo ci dice che Lui è il modello dell'amore ma è e pure la fonte! Modello perché ci mette davanti agli occhi il capolavoro a cui dobbiamo tendere, ma soprattutto ci dice che Lui è la fonte del mio amore. Amo perché mi sono sentito investito dal Suo amore e che mi ha cambiato la vita. Mi dono perché ho percepito la Sua passione infinita per me. Condivido perché in Lui mi sono ritrovato fratello. Perdono perché il suo amore mi ha rimesso a nuovo e rialzato dai miei fallimenti. 

Questo è davvero fantastico, perché ci ricorda che l'amore cristiano non parte da uno sforzo titanico, ma dallo stupore di un Amore eccedente da cui mi trovo investito. La vita cristiana è l'esperienza di questo anticipo gratuito e sorprendente dell'amore, che non posso tenere per me, che devo condividere, che devo donare perché l'ho ricevuto come un dono e non posso tenerlo per me e tutti sapranno che siamo discepoli del Risorto. 

                                                                                                                    don Franco Bartolino

Nella quarta domenica di Pasqua, detta anche “domenica del buon Pastore”, le letture, che la Chiesa ci propone, ci invitano a riflettere sulla resurrezione di Cristo e sul mistero pasquale.  L’immagine del pastore è ben conosciuta nel mondo biblico, fa parte dell’esperienza quotidiana di Israele, che in larga parte vive di pastorizia ed è l’esperienza di un allevamento del gregge non di tipo industriale; di solito il pastore ha un piccolo gregge, poche pecore, e anche quando sono tante è lui, in prima persona, che se ne prende cura, che instaura con loro un rapporto privilegiato. Il pastore è attento alle sue pecore, si prende cura della debole, fascia la ferita, sta attento a che quella troppo forte non prenda il sopravvento su quelle più deboli. La relazione del pastore con le pecore finisce per diventare affettiva, al punto che il pastore le chiama tutte per nome e le pecore riconoscono la sua voce.

Il pastore non è quello che fa la sua strada, ma costruisce la propria strada su ciò di cui le pecore hanno bisogno; è al servizio delle pecore e non viceversa, così che nella conduzione del gregge  sceglie il cammino, non più comodo per lui, ma più adatto alle pecore. L’immagine del pastore evoca anche l’immagine del camminare, dell’essere condotti da lui  verso l’ignoto, spesso verso il buio che spaventa.

 La presenza del Pastore mette in fuga le tenebre e la paura. Ma accanto ad essa, il Vangelo ci presenta le figure dei lupi e del mercenario. Il lupo è immagine del peccato e del male, sempre in agguato alla porta del nostro cuore, per entrare e distruggere la nostra esistenza. La seconda figura è quella del mercenario, che non è pastore, ma utilizza le pecore per un suo guadagno personale: non le ama, non sono la sua vita, e di fronte al pericolo e alla morte fugge, lasciando in balia del male il suo gregge; invece il pastore dona la vita per il bene delle proprie pecore.

Tante volte, nella nostra vita, siamo circondati da tante voci, siamo confusi, ma anche spaventati e incerti su come vivere. Ci capita di non riuscire ad ascoltare, o peggio di non voler ascoltare la voce del Pastore, perché pensiamo che quello che Gesù ci chiede non sia il meglio per il nostro bene e la nostra felicità. Allora ci ritroviamo a prestare ascolto alla voce del mercenario, scegliamo di seguire colui che non ci ama, ma ci illude. Quando seguiamo queste voci, cadiamo nel peccato, spesso anche nella disperazione di credere che per noi non ci sia più speranza.

Oggi il Signore viene a gridare con forza al nostro cuore il suo amore per noi, il perdono dei peccati e il dono della vita per tutti coloro che ascoltano la sua voce e gli permettono di prendersi cura di loro, lasciandosi prendere sulle sue spalle, quando sono sul punto di perdersi.

Il mistero pasquale è un dono che colloca la nostra vita nel palmo di una mano sicura e stabile, quella del Padre, il cui volto è lo specchio nel quale possiamo imparare a scrutare tutti i nostri lineamenti, per essere capaci di accogliere anche quelli dei nostri fratelli.

                                                                                                                                                    sr Annafranca Romano

Ci ritroviamo intorno al fuoco dove ci riscaldiamo il cuore e riaccendiamo la fede alla Presenza del Signore Risorto. Ci ritroviamo lì, sulla spiaggia del mare di Tiberiade, dove tutto era cominciato… Ed è sempre Lui, il Signore, a chiamarci di nuovo, ad amarci con amore che salva, che dà significato al vivere e al morire…

Intorno a un fuoco Pietro aveva rinnegato il suo Signore, dicendo che non lo conosceva… intorno al fuoco lo incontriamo di nuovo, non ha bisogno che nessuno lo dica perché sa di essere con il Signore.

«Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti (cfr. Gv 21,1-19)».

 Per tre volte Pietro ora pronuncia parole che scuotono dentro il cuore, parole purificate dal perdono donato dallo sguardo del Signore. Ormai tutto si gioca su un'unica cosa, un'unica realtà: l’amore. L’amore che non è più solo un sentimento bello, ma l’amore di conoscenza, di verità: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene».

L’amore di Pietro è sostenuto dall’amore di Gesù, il Maestro che ancora scende al livello più basso per essere raggiunto dai suoi senza schiacciarli, senza umiliarli, anzi, curando le ferite aperte con la fiducia di un amore che è anche responsabilità: «Pasci i miei agnelli. Pascola le mie pecore». Una missione che lo porterà a imitare in tutto il Buon Pastore fino a donare la vita per le sue pecorelle, fino a morire d’amore per Lui, come Lui.

Quelle parole intorno al fuoco dell’Amore Risorto sarà così potente da fare dei discepoli testimoni veraci dell’unica verità che il mondo non sopporta, ma l’unica che  salva: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono» (cf.  At 5,27b-32.40b-41).

L’annuncio stesso è obbedienza, un mandato potente perché «L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione» (cfr. Ap 5,11-14). Un annuncio che non può più rimanere nascosto o incatenato perché «Tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano, udii che dicevano: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli».

Un potere quindi che non finisce, un potere che è eterno perché solo l’Amore non finisce, solo l’Amore è eterno. La voce del Signore rimane come una eco nel mondo, e sì come l’amore o è personale o non è amore. Lui ancora ci domanda: E tu, mi ami? Se mi ami, allora prenditi cura dei miei… che ti affido.

I vangeli di queste domeniche si pongono una grande domanda: “Come possiamo incontrare il Risorto?”. Giovanni racconta che Gesù apparve in mezzo ai suoi entrando nel Cenacolo a porte chiuse. I discepoli, nonostante la notizia sconvolgente dell’angelo, avevano paura perché il mandato di cattura era per tutto il gruppo. È bello vedere che le porte chiuse non fermano il Signore, l’incredulità non arresta il desiderio di Dio di incontrarci. Le nostre chiusure non fermano il Risorto! Il Suo amore è più forte delle nostre paure.

È difficile credere alla risurrezione per questo abbiamo cinquanta giorni per riflettere e convertirci e in questo cammino abbiamo un compagno di viaggio: Tommaso. 

Ha fatto la più bella espressione di fede nei Vangeli ed è passato alla storia come l’incredulo. In fondo siamo noi Tommaso, che per credere non ci accontentiamo di ascoltare ma vogliamo toccare. Ci sentiamo vicini a lui in una fede dubbiosa dimenticando che il dubbio è il lubrificante della fede. Ma soprattutto Tommaso non crede ai suoi amici, semplicemente perché non erano credibili. Come poteva credere a coloro che erano scappati sotto la croce e come poteva credere a Pietro che lo aveva rinegato per ben tre volte! È l’esperienza che viviamo noi quando ci capita di annunciare la bella notizia del Vangelo e la gente fatica a crederci. Sapete perché? Perché siamo poco credibili! 

Ma Tommaso non abbandona il gruppo e dopo otto giorni è ancora là e fa bene perché il Risorto torna solo per lui. Questo incontro, avviene dentro la comunità, non va a fargli visita a casa sua. Il luogo dell’incontro è la comunità riunita, una comunità mediocre che ha dovuto fare i conti anche con il tradimento di uno di loro. È confortante sapere che l’incontro con il Risorto non avviene in una comunità ideale e perfetta, ma in quella in cui vivi, quella con la quale il Risorto ti ha chiamato a camminare. 

È lì dove viviamo che il Risorto vuole farsi incontrare. Gesù non concede a Tommaso apparizioni particolari, ma gli si presenta “Otto giorni dopo”, cioè quando la comunità si riunisce di nuovo nella celebrazione dell’Eucaristia. Gesù dice a Tommaso di mettere il suo dito nei fori delle mani e nel fianco, ma Tommaso si guarda bene dal farlo. Al contrario pronuncia la più alta professione di fede di tutti i Vangeli: «Mio Signore e mio Dio!».

Giovanni, al termine del suo Vangelo ci lascia un messaggio: l’esperienza del Risorto è personale. Dio è un’esperienza: bisogna toccarlo, vederlo, incontrarlo e ci invita a scrivere il nostro libro, il nostro vangelo. Ogni comunità, ogni parrocchia dovrebbe scrivere il suo vangelo. Non importa quanti fallimenti. Non importa quante debolezze. Non importa quanti tradimenti, Lui c’è e ci sarà per sempre.

                                                                                                                                                           don Franco Bartolino

Nella prima lettura di questa Domenica delle Palme, ascoltiamo l’inizio del terzo canto del «servo del Signore». Questo misterioso personaggio di cui parla l’Antico Testamento, inviato da Dio per portare la salvezza agli uomini, che la tradizione cristiana ha identificato con il Signore Gesù Cristo.

Il servo che porta la salvezza del Signore non è uno che ha già in tasca facili ed efficaci soluzioni. È descritto come un discepolo, qualcuno che ogni mattina ha bisogno di mettersi in ascolto della realtà, per poter compiere la sua missione di salvezza confidando unicamente nella forza del bene. Sebbene tutti avvertiamo in noi un senso di solitudine e, a volte, anche di abbandono, la parola del profeta Isaia ci assicura che Dio è così attento alla nostra storia da non tirarsi mai indietro.

Tuttavia, se vogliamo accedere al mistero pasquale e alla vita nuova che da esso sgorga, dobbiamo passare attraverso la porta stretta del paradosso della fede: chi sceglie di aver unicamente bisogno dell’amore e della logica del servizio ben presto sperimenta il rifiuto e l’ostilità proprio da parte di chi, invece, ha bisogno di ricevere la salvezza.

È quanto annuncia Paolo, nel celebre inno ai Filippesi, rivelando il misterioso disegno con cui Dio ha scelto di offrire al mondo il suo volto d’amore.

       Proprio nella scelta di svuotarsi, Dio ha potuto riempire il mondo della conoscenza di lui. Proprio nel momento del suo completo annullamento sulla croce, il Signore Gesù ha maturato un nome che ormai attende solo di essere da tutti riconosciuto, accolto e pronunciato.
        Il tema del paradosso, in questa domenica delle Palme, trova il suo culmine nel racconto di Passione, dove vediamo Gesù morire sulla croce in un misterioso silenzio. Il Padre non risponde all’ultima parola del Figlio non perché estraneo o insensibile al suo dolore, ma perché vi partecipa nel modo più profondo e rispettoso della sua libertà.

 Il suo silenzio non significa abbandono, ma fiducia in quanto il Figlio sta compiendo nella libertà del suo amore. Il Padre non interviene per consentire al Figlio di poter dire fino in fondo ciò che gli sta a cuore e, al contempo, per poter dichiarare fino in fondo quello che è disposto a essere: un Cristo povero e umile, che dà la vita per i suoi amici e anche per i suoi nemici:

La domenica delle Palme ci immerge in una liturgia drammatica, dove gioia e dolore si mescolano continuamente e misteriosamente. Una sinfonia struggente e paradossale, capace di sollecitare e riscattare la nostra regalità, che può essere vera solo nella misura in cui è capace di misurarsi fino in fondo con la realtà.

 In questa domenica siamo invitati a ricordare che la vita non ci è donata per restare chiusa in noi stessi, ma per essere liberamente offerta e consegnata. Il rispetto per questo cammino di libertà, che niente e nessuno può mai revocare, è quanto di meglio possiamo sempre attenderci dal Padre, perché anche il nostro nome non resti «confuso», ma possa diventare una luminosa testimonianza della sua fedeltà e del suo amore.

 

                                                                                               sr Annafranca Romano

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Nel nostro nome "Piccole Missionarie Eucaristiche" è sintetizzato il dono di Dio alla Congregazione. Piccole perchè tutto l'insegnamento di Madre Ilia sarà sempre un invito di umiltà, alla minorità come condizione privilegiata per ascoltare Dio e gli uomini.
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