Essere cristiano è essere in cammino, non come viandante senza una meta, una direzione, un orizzonte, che non sa dove vai, ma come uno che sa da dove è partito e sa che la meta è la visione del volto del Padre. Uno che cammina non da solo, ma come Chiesa; non a tentoni ma seguendo i passi del Figlio: Cammino, Verità e Vita.
L’atteggiamento necessario è quella predisposizione alla fede nella Parola come Abram, che partì lasciando tutto, portando soltanto l’eco della promessa: «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione». (Gen 12,1-4).
La benedizione di Dio, quindi, è l’unica sicurezza! E questa ci basta perché Abran si meta a cammino. Lo stesso lo farà Paola sulla via di Damasco e così tutti gli altri… come Timoteo, tutti portatori e portatrici di una vocazione santa, non in base alle proprie opere, ma secondo il progetto e la grazia di Dio Padre. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall'eternità (cfr. 2Tm1,8-10).
E’ la fiducia in Cristo quindi, che permette a chi cammina vivere il processo della trasfigurazione, della continuità della Storia come progetto di salvezza, della contemplazione del volto del Signore: specchio davanti il quale ogni essere umano può trovare se stesso (cfr. Mt 17,1-9).
“Prendici con te Gesù e in disparte, su un alto monte. Fa che vediamo il tuo volto brillò e rivestici con la tua luce. Vogliamo esserti di compagnia, come Mosè ed Elia, e partecipare con te del cammino doloroso della redenzione.
Se è bello essere discepoli tuoi e stare con te, sappiamo che non possiamo rimanere sul monte, mentre tu fai il cammino della discesa per soffrire e morire per noi. Tu che ci hai dato la gioia di essere figli amati, non permettere che le voci del mondo portino via dal nostro cuore la voce del Padre. Tu che hai vinto la morte e hai fatto risplendere la vita e l'incorruttibilità per mezzo del Vangelo rendici testimoni della tua morte e risurrezione nell’oggi della Storia. Ai tanti volti trasfigurati dal dolore, dall’oppressione, dalla violenza e delle guerre fa che condividiamo la beata speranza del tuo Vangelo. Amen.
Guai a noi, ogni volta che pensiamo di essere peccatori solo perché ci sentiamo fortemente tentati da qualcosa. Consoliamoci, perché il brano del Vangelo con cui si apre la Quaresima, ci dice che anche il santo per eccellenza, è stato tentato, e non solo per quaranta giorni nel deserto, ma durante tutto l'arco della sua vita terrena. Per cui, se lo è stato lui, stiamo tranquilli: non è certo il fatto di essere tentati che ci rende peccatori. La stessa preghiera del Padre Nostro, dice “non abbandonarci alla tentazione”, quasi a sottolineare la richiesta di non essere lasciati in balìa di qualcosa a cui inevitabilmente siamo sottoposti perché tentati lo siamo e lo saremo sempre come il nostro Maestro che si lascia condurre nel deserto dallo Spirito per ricercare un rapporto sempre più intenso con Dio e proprio su questo suo rapporto intenso con Dio sperimenta forte ed esplicita la tentazione. Tra l'altro, il tentatore sa bene che Gesù può anche scegliere di poter fare a meno di Dio suo Padre e quindi, la mette sul piano della figliolanza divina: quel “se sei Figlio di Dio”, in realtà suona come un “visto che tu sei Figlio di Dio”, e proprio per questo lo invita a fare a meno di lui e a crearsi una sua propria religione. E chi, meglio di satana, lo può aiutare in questo? Lui è sempre pronto a farsi amico dell'umanità dove c'è puzza di potere, di denaro, di fama, di religiosità falsa e ottusa. Sappiamo bene come va a finire, quel giorno nel deserto: Gesù tira dritto, perché sa che il culto della propria personalità non porta mai a nulla, mentre il culto reso a Dio è l'unica strada che ci dona la salvezza. Essere tentati, allora, non è peccato: per cui, se ci sentiamo attratti verso qualcosa che noi confondiamo con il bene, non siamo peccatori incalliti. Certamente, lo possiamo diventare nel momento in cui la tentazione ha il sopravvento su di noi, ovvero quando l'illusione di sentirci come Dio viene da noi interpretata come una reale possibilità e allora attuiamo di conseguenza. Poi, però, la limitatezza della natura umana ci fa aprire gli occhi e ci fa accorgere - come i nostri progenitori nell'Eden - di essere nudi di fronte a un Dio a cui non possiamo certo nascondere nulla; di fronte a Dio per cui sei obbligato a prenderti le tue responsabilità. E allora, al di là di tanti bei propositi che con molta buona volontà facciamo in questi giorni per prepararci alla Pasqua, credo che il senso più profondo di questo tempo che è la Quaresima, sia proprio quello di metterci di fronte a Dio così come siamo, con le nostre debolezze e le nostre tentazioni, per lasciare che lui ci trasformi con la sana e genuina consapevolezza che, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca e ci siamo insieme con Gesù, tentato - esattamente come noi. Il peccato e la morte - ce lo ricorda molto bene Paolo nella seconda lettura - sono le uniche cose inevitabili per ogni persona. Quello che invece possiamo e dobbiamo evitare, è di lasciarci trascinare dall'illusione che oramai siamo così, e che non c'è più nulla da fare, così, almeno, se non pensiamo più a Dio possiamo avere l'illusione che né lui, né il peccato né la morte possano più farci paura. Ma il Vangelo di oggi ci dice che di Dio non dobbiamo avere paura: né di lui, né tantomeno della tentazione e del tentatore di turno. Quest'ultimo è forte, certo: ma non riuscirà mai a vincere Dio, l'unica realtà di cui vale veramente la pena di fidarci. Non abbandoniamoci, allora, alla tentazione delle soluzioni comode di chi è convinto di vivere perennemente sconfitto sotto i colpi del peccato, per cui decide che non vale più la pena di lottare per nulla: diciamo invece “sì” a Dio, e pur con tutta la fatica del caso, viviamo le opportunità di cambiamento - quale è il tempo di Quaresima - come segno e primizia delle nostre piccole, quotidiane resurrezioni.
Nella nostra vita di credenti, si può dare di più, molto di più rispetto a ciò che una fede basata sul “minimo sindacale” ci chiede di fare. Il vero problema dell'insegnamento della fede al tempo di Gesù, era dovuto a un'interpretazione letterale della Legge di Mosè: in pratica, era sufficiente applicare alla lettera ciò che gli insegnamenti della Legge indicavano per fare la volontà di Dio ed essere salvi. Ma lo spirito di una Legge che non si fermava a ciò che enunciava, era sufficiente fare “il minimo” indispensabile per essere un bravo ebreo praticante. Ma la Legge era molto di più dei singoli insegnamenti che dispensava: era frutto di un'alleanza, di un patto di fiducia tra Dio e il suo popolo. Lo dice bene anche il libro del Siracide: “Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”. I comandamenti della Legge non potevano essere una pura esecuzione formale di ordini: si basavano sulla fiducia tra l'uomo e Dio perché se viene meno questa fiducia, tu potrai essere anche perfetto esecutore dei comandamenti, ma resterai servo, schiavo di un Dio che invece da te vuole di più: ti vuole figlio. Ed è esattamente quel “di più” che Gesù è venuto a portare sulla base di un rapporto tutto particolare tra lui e il Dio delle promesse. Non siamo più schiavi, ma siamo figli e ai suoi figli, Dio dà molto di più ma, ovviamente, chiede anche molto di più. Vuoi, dunque, essere figlio amato da Dio, e non schiavo? Puoi e devi dare di più. Non è sufficiente che tu dica “Non ho ucciso nessuno, sono a posto”; devi evitare di annientare l'altro con parole e giudizi che ammazzano più di qualsiasi arma. Non è sufficiente che tu vada in chiesa e partecipi al Sacrificio Eucaristico: guarda, prima di tutto, di andare d'accordo con i tuoi cari, i tuoi amici, e anche con le persone che proprio non sopporti, altrimenti quella Eucarestia che ricevi dice l'esatto contrario di quella comunione che tu sei incapace di fare con i tuoi simili. Non è sufficiente dire “Amo mia moglie o mio marito perché non le ho mai fatto mancare nulla”: puoi darle o dargli molto di più, soprattutto in rispetto, condivisione, collaborazione e dialogo. Non è sufficiente dire “Io non giuro mai, perché il vangelo dice che non bisogna giurare”. Certo, è vero: giurare non serve a nulla, a meno che ci venga chiesto in un atto giudiziario o in una testimonianza in tribunale, perché so e posso fare di più, ovvero so essere sincero senza necessità di chiamare a testimoni la terra e il cielo. Tutto questo ci vuol dire Gesù quando afferma: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”. Non lo dice per discreditare persone, lo dice pensando all'ottica del Regno dei Cieli, quello nel quale entrano non i perfetti ma coloro che ne accettano la logica, il modo di pensare, il modo di vedere il proprio rapporto con Dio. E non dimentichiamoci quanto e cosa ha detto finora Gesù, nel suo Discorso della Montagna, riguardo al Regno dei Cieli e ai suoi abitanti: è il luogo dei poveri in spirito; è il luogo di coloro che perseguono una giustizia basata sull'amore, e per questo sono perseguitati da una giustizia umana basata sulla logica delle armi e della violenza. Ma non per questo si fermano: sono convinti, infatti, che amare Dio non significa servirlo rispettando regole che i comandamenti ci insegnano perché si può dare di più, molto di più!
È minuscolo e insignificante agli occhi, calpestabile e quasi banale, eppure se non ci fosse, la nostra vita perderebbe gusto e sapore. Nell'antichità era chiamato “oro bianco”, da tanto valore che aveva: era una merce di scambio talmente importante che da lui deriva il nome con cui venivano pagati gli operai, il “salario”. Gesù non poteva trovare similitudine migliore di questa, per definire i cristiani inseriti nel mondo: essere “sale”, essere cioè coloro che sanno di poter dare “sapore” alla realtà nella quale quotidianamente si trovano inseriti e che buona parte della società vorrebbe che fossero “sale senza sapore” per poter essere “calpestati” e quindi non contaminare con il sapore della loro testimonianza la realtà che li circonda soprattutto da parte dei potenti di turno, quando chiedono di “benedire” tutta una serie di atteggiamenti che essi mettono in atto a loro piacere e in maniera assolutamente arbitraria. Questo avviene perché è noto che i cristiani hanno nel loro “DNA” l'obbligo morale di denunciare qualsiasi ingiustizia, qualsiasi comportamento etico pessimo e quindi giocoforza cercare di “calpestarli”, facendo perdere il loro sapore con scelte in cui spesso cadono ingenuamente, perché “fatti passare” insieme a piccoli privilegi che hanno, le sembianze di segni di stima nei loro confronti. Insomma, ci capita spesso di cadere nel subdolo tranello di lasciarci condurre per il naso dai potenti, a cambio di qualche favore che spesso confondiamo come opportunità di promozione del bene comune, ma che in realtà sono le briciole di ciò che per diritto spetta a ogni uomo. Ecco allora perché non è sufficiente essere sale della terra attraverso il saporito nascondimento nella quotidianità: essere solo sale della terra ci fa correre il rischio di essere insignificanti perché schiacciati dai giochi dei potenti. Occorre qualcosa di più; occorre anche un elemento di forza di fronte al quale l'ingiustizia dei potenti venga smascherata. Occorre essere una luce che aiuti a illuminare le tenebre, nelle quali coloro che ritengono di essere i padroni della terra sguazzano a loro agio. Ma cosa ci vuole dire oggi, Gesù, affermando che siamo “la luce del mondo”? La luce del mondo che i cristiani sono chiamati ad essere, non può coincidere con un “faro” che guida le sorti dell'umanità, anche perché noi siamo “luce” solo in virtù del fatto che rimaniamo vicini a lui, che è la vera fonte della Luce, come Giovanni ci ha ricordato più volte nel prologo del suo Vangelo parlando del Battista: “Non era lui la luce, ma doveva testimoniare la Luce”. Il testo di Isaia che abbiamo letto nella prima lettura ci aiuta davvero a capire cosa vuol dire per noi essere “luce”. Saremo luce che sorgerà come l'aurora quando divideremo il pane con l'affamato, quando introdurremo in casa i miseri e i senza tetto e quando vestiremo chi è nudo. Sapremo far brillare fra le tenebre la luce che è in noi quando toglieremo di mezzo a noi l'oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, quando apriremo il nostro cuore all'affamato e sazieremo l'afflitto di cuore. Essere luce del mondo significa praticare la giustizia e fare in modo che a ogni uomo venga fatta giustizia nel rispetto della propria dignità. Ascoltando la Liturgia della Parola di oggi non ci sono dubbi: non siamo chiamati ad annunciare certezze in maniera categorica, rischiando di rendere “immangiabile” il messaggio del Vangelo perché privo di sapore o perché, ancora peggio, eccessivamente salato; né siamo chiamati a diffondere un annuncio del Vangelo che invece di illuminare acceca. Esiste un solo annuncio: la Croce di Cristo, che, come dice Paolo, è un annuncio apparentemente debole ma nel quale si manifesta la grandezza di Dio.
Se Domenica scorsa ci è stato consegnato il tesoro prezioso della Parola, attraverso la quale tutto è stato creato e nella quale tutto è stato redento, questa IV Domenica ci consegna l’obbiettivo per il quale siamo stati creati e redenti: la felicità. Certamente non quella intesa come la pensa una piccola parte degli uomini, basata sulla ricerca egoista e fondata nell’edonismo scandaloso se pensiamo alla grande maggioranza dei fratelli e sorelle che muoiono a causa delle ingiustizie sociali, delle violenze delle guerre; una massa di poveri, invisibili e miserabili che continuano ai margini della società, mentre si avanza nella ricerca sfrenata dell’intelligenza artificiale, con il rischio sempre più allarmante del dominio della machina sull’essere umano.
Intanto, la Liturgia ci dona gratuitamente la Felicità, non da raggiungere in un paese lontano, al di là o al di qua dei nostri orizzonti, ma qualcosa che già ci appartiene se siamo poveri in spirito:« Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Stando all’elenco che ci dà il Signore, al primo posto tra le beatitudini del Regno, la povertà di spirito è l’anticamera che contiene e si apre a tutti gli altri aspetti che racchiudono il senso della felicità di cui il cuore umano ha sete, pur non comprendendola o ricercandola altrove. La povertà di spirito, non chiudi il cuore nel rimpianto della propria carenza o difficoltà, ma lo apre in modo tale da avere totale fiducia e consolazione nella Provvidenza di Dio. Da un cuore povero e mite, sgorga la fame e la sete di giustizia, capace di contagiare quelli che con pazienza conquistano la terra.
Le beatitudini rendono libero e lieve il cuore, rendendolo misericordioso e solidario, si da far che il cristiano diventi veri artefice di pace, disarmata e disarmante, come insiste papa Leone. Sono questi i figli di Dio, che escono sempre vittoriosi perché nulla li può separare dell’amore di Cristo (cfr. Mt 5,1-12a). Attratto e posseduto dallo spirito delle beatitudine, ecco come Paolo ci esorta a rimanere nello stile di Gesù, camminando dietro Lui, il quale continua ad aprire le strade che conducono al cuore del Padre, dove troviamo l’unica e vera ricchezza che riempie il cuore di felicità: la fraternità in Cristo, il Figlio Suo. «Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore» (1Cor 1,26-31).