Così dice il Signore: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra.(Zc 9,9-10)
Così si apre la Liturgia della Parola in questa XIV Domenica del Tempo ordinario. Sempre attuale, la Parola di Dio si calla nella nostra realtà e contesti concreti portando luce e speranza. E ciò che sembra impossibile agli uomini diventa possibile nella carne del Figlio di Dio, Gesù di Nazaret. Avendo vissuto nella “carne” tutte le fatiche umane con forza e tenerezza può dire anche a noi oggi: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,28-30).
Accogliere l’invito e mettersi in movimento nella direzione dell’Unico veramente mite e umile di cuore è già intraprendere la via della salvezza.
“Imparate da me”: quindi, non un andare da lui carichi di noi stessi e dei nostri problemi e delusioni come chi va solo a ‘deporre’ qualcosa, ma come uno che sa’ di lasciare il “non senso” e prendere “il senso vero” della vita; come uno che sa’ di non sapere abbastanza e quindi disposto ad imparare la sostanza stessa del vivere attraverso il libro della vita del Signore.
Così il cristiano non è uno “sfaticato”, stanco di vivere ma uno che porta il “peso” del Vangelo, il “gioco” del amore, dove si impara che ha più gioia nel dare che ricevere, nel servire che essere servito, nel perdonare piuttosto che giudicare e condannare; che non usurpa, ma condona; che offre l’altra guancia piuttosto che intraprendere la via della guerra o della vendetta per il torto ricevuto.
Questa è la linea dei semplici, degli umili di cuore che disarmano i potenti e “senza fare rumore” ricostruiscono, pur nella loro sofferenza, il tessuto di una nuova umanità.
Questi sono i figli sui quali abita lo Spirito del Signore dei quali ci parla Paolo nella seconda lettura (Rm 8,9.11-13). Questi sono il vanto e la lode di Gesù i quali si rivelano come manifestazione dell’amore del Padre. «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo (Mt 11,25-27).
Pensate che sia giusto fare l'elemosina o dare un aiuto a chiunque te lo chieda, oppure bisogna essere capaci di fare dei “distinguo”? Oggi, in particolare, con tanta gente che chiede soldi in mille forme in ogni angolo della strada, fuori da negozi, chiese e centri commerciali. Per non parlare delle tante associazioni di volontariato, che spuntano come funghi, soprattutto in occasioni di eventi straordinari, di feste particolari o di grandi calamità in ogni parte del mondo: ti chiedono un'offerta, ti rilasciano anche una regolare ricevuta, ma poi, quei soldi? “Siamo sicuri, facendo l'elemosina, di risolvere i problemi di quelli che ce li cercano?
Certamente, sono tutte domande inevitabili e per certi aspetti anche legittime. E poi, c'è un'altra domanda, che ci facciamo come credenti, di fronte a queste situazioni: come cristiani, come Chiesa, è giusto che aiutiamo in maniera indiscriminata chiunque ci chieda aiuto? Oppure non è meglio organizzarci in modo che la carità venga fatta nel miglior modo possibile?
Un giorno, facendomi queste domande come credo se le faccia ogni sacerdote, mi sono imbattuto in un'intervista televisiva nella quale un sacerdote esprimeva questa teoria: “Chi sono i poveri che oggi ci chiedono l'elemosina? Oggi non ha alcun senso fare un'offerta anonima a persone sconosciute. Per gli aiuti e le offerte, ci sono le parrocchie, che conoscono i veri bisognosi del quartiere: per cui, se volete fare gesti di aiuto concreti, passate attraverso preti e associazioni, come la Caritas Parrocchiale o la San Vincenzo. Chi non ci dice che dietro quella persona che ti chiede soldi non ci sia un racket o un'organizzazione? O che sia costretto ad elemosinare, che poi gli requisiscono i guadagni, lasciandolo nella più totale miseria e nello sfruttamento?”.
In una delle parrocchie in cui ho svolto il mio ministero di parroco, ho conosciuto una nonnina a cui portavo la Comunione di nome Francesca. Francesca non aveva studiato teologia e ai suoi tempi forse nemmeno esisteva la Caritas parrocchiale. Non era capace di elaborare grandi teorie ma a era solita ripetere questo concetto: “Non rifiutare mai un aiuto a chi ti chiede qualcosa, e dai sempre l'elemosina a chi te la chiede, senza pensarci e senza guardare in faccia a chi hai di fronte: perché ricordati che il bene che fai, un giorno o l'altro, presto o tardi, ti torna indietro tutto. Esattamente come il male”.
E neppure credo che Francesca avesse mai letto o sentito parlare dell'illustre donna di Sunem che ospitò il profeta Eliseo, il quale, per tutta ricompensa, pregò Dio che rendesse fecondo il suo sterile grembo, e dopo un anno, lei ebbe la grazia di stringere un figlio tra le sue braccia.
Sono però sicuro, e senza alcuna ombra di dubbio, che Francesca, così come le nonne, i nonni, i papà e le mamme di molti di noi, gente di altre generazioni, abituate a essere nella necessità, e quindi a comprendere chi si trovava nel bisogno, avessero vissuto nella prassi, magari spesso senza nemmeno saperlo, quella parola del Vangelo che ha chiuso la Liturgia della Parola di questa prima, torrida domenica d'estate; una domenica dove giustamente molti iniziano a cercare, in qualche località di vacanza, riposo e ristoro dalle fatiche quotidiane, sfruttando bene quello che hanno guadagnato lavorando onestamente, mentre molte altre persone, in ogni parte del mondo, vivranno questa domenica come un giorno qualsiasi, come ogni altra domenica, cercando e chiedendo a qualcuno di poter avere qualcosa da mettere sotto i denti, o molto più semplicemente un bicchiere di acqua fresca.
“Chi avrà dato da bere anche solo un bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
E allora, se oggi qualcuno rivolgesse a me la domanda che vi ho rivolto all'inizio: “È giusto fare l'elemosina o dare un aiuto a chiunque te lo chiede?”, risponderei: “Francesca lo sapeva bene” perché questo è Vangelo.
Ho l'impressione che stiamo vivendo una fase storica nella quale avvertiamo un forte senso di paura. Siamo agli inizi dell'estate, e certamente si avverte una sensazione di insicurezza nelle persone che si mettono in viaggio, a motivo di tutto ciò che sentiamo succedere in giro per il mondo. Da un momento all'altro può scoppiare un conflitto armato anche nei paesi da sempre considerati “in pace”, così come da un momento all'altro il clima impazzito può provocare disastri ritrovandoci nel mezzo, e non è la cosa più simpatica di questo mondo. È vero che spesso scattano dei fenomeni che possiamo definire di “psicosi collettiva”; ma è altrettanto vero, anche alla luce di fatti di cronaca recenti, che non è così inusuale trovarsi davanti, all'improvviso, una persona che brandisce un coltello, oppure vedersi piombare addosso all'improvviso un'automobile su un marciapiede, se non addirittura la carrozza di un tram che deraglia inaspettatamente dalle proprie rotaie. Ad ogni modo, non si può vivere di paura facendo il gioco dei tanti “maestri del terrore”, che è proprio quello di creare un clima di insicurezza e di paura attraverso il quale possono dominare le nostre coscienze. Non si può vivere di paura perché la paura è l'esatta antitesi della vita e questo ce lo ricorda pure la Liturgia della Parola di oggi. Non ebbe paura il profeta Geremia - forse il più osteggiato dei profeti di Israele - il quale, calunniato e attaccato dai suoi stessi conterranei, non ha il timore di denunciare soprusi e ingiustizie, perché Dio è “al suo fianco come un prode valoroso”. Sì, d'accordo: Dio è un prode valoroso, ma molte volte ci chiediamo cosa fa Dio per dimostrarcelo. Dove si trova Dio ogni volta che accadono certi fatti, ogni volta che un innocente perde la vita? Dov'è Dio, mentre decine di ragazzini muoiono arsi vivi durante una festa di Capodanno? Che cosa avrebbe il coraggio di dire, oggi, Gesù, alla madre di Domenico di due anni che muore nel momento esatto in cui sta per ricevere un cuore nuovo, che in realtà era già morto? “Non abbiate paura”: è quello che Dio ha ancora il coraggio di dirci. “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima”: l'anima non è uno spirito che vola fuori dal corpo al momento della morte, ma è la vita che nonostante tutto va avanti senza lasciarsi intimorire, perché la vita, quella vera, nessuno la può vincere; perché anche se un corpo viene martoriato e ucciso, nessuno uccide la sua anima e la sua voglia di eternità.
Nel brano di Vangelo di Matteo che oggi abbiamo proclamato, Gesù dice chiaramente che nessun uccello, nel tentativo di lasciare il nido per volare in piena autonomia, cade dal nido senza che Dio lo voglia. Dio è presente in ogni istante della nostra vita: e anche se sa già in anticipo che il nostro destino è fatto di continue sofferenze, tuttavia ci continua a chiedere di non avere paura, perché la paura è nemica di Dio, e Dio è nemico della paura. Anzi, ancor di più: ci chiede di vivere fino in fondo la nostra esistenza, anche a costo di correre il rischio di cadere; ci chiede di lanciarci fuori dal nido della paura e di volare, perché comunque, anche se cadiamo, lui è lì. Ci chiede di non smettere mai di volare, di osare, di puntare a salire in alto: perché anche se cadiamo, lui è qui. Non rinunciamo a volare, non rinunciamo a lanciarci fuori dal nido, non rinunciamo a vivere solo perché abbiamo paura di cadere: si è rialzato pure lui per ben tre volte sulla via del Calvario, sotto il peso della croce. Non rinunciamo mai a volare: anche qualora perdessimo la vita, abbiamo perlomeno osato viverla. Perché perdere la vita senza viverla, rimanendo chiusi nella sicurezza del nostro nido, è molto più facile di quello che pensiamo: e soprattutto, quando usciamo dal nido, anche se cadiamo, siamo certi che Dio c'è sempre e comunque.
Come pellegrini di speranza e testimoni del Risorto, dopo le feste pasquali la Liturgia ci ha immerso nel cuore della Trinità (Domenica scorsa) e oggi ci immerge nel cuore dell’Umanità invitandoci a sentire i palpiti del Cuore Eucaristico di Gesù che continua ad amarci, chiamarci, e inviarci per il mondo portando il lieto annuncio del Vangelo della salvezza.
E’ il mistero della fede vissuto ogni giorno sull’altare dell’Eucaristia, memoriale della nostra salvezza: pane vivo dato agli uomini per la vita del mondo. A questo mondo, segnato da tanti progressi e tanti regressi, risuona l’esortazione della prima lettura di oggi: «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fama, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,2-3.14b-16a). Ricordati! Un passaggio importanti, anche se difficile forse, una volta che siamo ormai poco abituati a ‘guardarci dentro’, a ‘sapere quello che abbiamo nel cuore’, inclini che siamo ai messaggi veloci dei social, presi da tante informazioni, quasi vuoti di vera sostanza. E perché il Signore non conosce sosta a venirci incontro, ogni giorno si dà nella sostanza del pane e della parola viva: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». E continua: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me» (Gv 6,51-58).
Se dovessimo scendere alla concretezza delle parole di Gesù forse anche noi rimarremo scandalizzati come al suo tempo, e perché conosce la natura umana, il Signore diventa pane per rendere facile il nostro accesso alla realtà della vita che ci viene donare. Tutt’altro quindi, che un semplice accostarci all’altare per comunicare dell’ostia consacrata. Mangiare e bere la carne e il sangue del Signore significa condividere la sua stessa vita ed essere partecipe della sua stessa morte. E’ ciò che anche Paolo ricorda ai cristiani della comunità di Corinto e oggi a ciascuno di noi:
«Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all'unico pane» (1Cor 10,16-17). Ecco perché, convinta di quello che è, la Chiesa esce per le strade delle nostre città portando tra le mani il Figlio di Dio, spogliato della sua Onnipotenza nell’ostia consacrata, mentre i potenti della terra fanno la gara tra le conquiste delle nazioni più piccole attraverso un’esibizioni disumana dei mezzi e degli strumenti tecnici sviluppati dall’intelligenza umana a scapito dei poveri, degli ultimi, dei bambini e del creato.
Come Chiesa, Corpo di Cristo, facciamo nostra l’esortazione del Poverello di Assisi, chiedendo allo Spirito Santo che apra gli occhi e le orecchie di ogni cuore umano al grande mistero della Fede:
«Tutta l’umanità trepidi, I ‘universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, si rende presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e degnazione stupenda! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offre». (Lettera a tutto l’Ordine: FF 221)
Oggi la società ha bisogno di gente che venga imputata, giudicata, condannata indipendentemente dal fatto che questo corrisponda a verità. Se succede qualcosa, abbiamo bisogno di trovare subito qualcuno che paghi. Perché il concetto del “giudizio facile e rapido”, spesso basato sul pregiudizio, oggi fa parte della nostra quotidianità, ed è più frequente di quanto pensiamo. È sufficiente che un ragazzo abbia la capigliatura “rasta” per essere giudicato un cocainomane; è sufficiente avere in mano una bottiglia di birra una sera in piazza per sentirsi dire “alcolizzato”; è sufficiente essere di madrelingua araba per essere considerato un terrorista; è sufficiente andare a messa tutte le domeniche per essere “bigotto”; così come essere giudicato “diverso” se a trent'anni non hai avuto ancora una storia con una persona dell'altro sesso. È sufficiente che un prete parli dei poveri che subito viene definito “comunista”. Io mi chiedo spesso cosa ne sarebbe di noi, se anche Dio agisse secondo questo criterio del giudizio o ancor peggio del pregiudizio e della condanna. Certo, tutti noi molte volte invochiamo il giudizio di Dio, in particolare quando vediamo accadere fatti sconcertanti: “Se Dio venisse a sistemare le cose, staremmo tutti meglio”. Già, perché il giudizio e la condanna devono essere sempre immediati e inappellabili quando sono applicati agli altri, ma quando siamo noi a dover essere giudicati da Dio, allora accampiamo sempre mille giustificazioni. Per fortuna, Dio non condanna nessuno o meglio, non è lui che lo fa; è l'uomo stesso a condannarsi, quando rifiuta di credere in un Dio che è amore: “Chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio”. Così parla Gesù a Nicodemo, quando di notte quel fariseo in ricerca chiede a Gesù di poter conoscere la verità su Dio e sull'uomo. Esattamente come il Mistero della Solennità che celebriamo oggi, il Mistero di Dio nella sua natura, nella sua essenza, nella Verità delle sue manifestazioni. Nicodemo, da buon “fariseo”, ovvero “separato dagli altri” perché alla ricerca di Dio attraverso l'osservanza perfetta della Legge, ha in testa un'idea di Dio che verrà a giudicare il mondo, “separando” i buoni dai cattivi, portando alla gloria gli uni e alla condanna gli altri. Ma Gesù - proprio come avviene nel Giudizio finale narrato nel Vangelo di Matteo - gli risponde dicendo che “chi non crede nel nome dell'unigenito Figlio di Dio” è condannato dalle sue stesse opere. Il nome di Dio è amore e misericordia, come dice Dio stesso a Mosè nella prima lettura di oggi: per cui, da noi pretende solo amore verso gli altri, pretende solo che trattiamo ognuno dei nostri fratelli più piccoli e più poveri come tratteremmo lui. “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Che Dio non condanni, non significa che lascia passare tutto, o che permette all'uomo di autodistruggersi facendo del male agli altri e a se stesso; il giudizio di Dio è basato sull'amore, e l'amore non giudica, l'amore ama, e niente più. L'amore non condanna: l'amore ama, e niente più. L'amore non mette nessuno alla gogna: l'amore ama, e niente più. L'amore non sparla degli altri: l'amore ama, e niente più. È questo, ciò che permette al mondo, a ognuno di noi, di essere salvato: la nostra capacità di amare, in qualsiasi modo e in qualsiasi forma, purché sia amore e non giudizio, amore e non condanna, amore e non distruzione. Il mondo non può andare distrutto o perduto, perché Dio lo ha amato al punto da mandare il suo Figlio per dare a noi la vita eterna. E quando dico “vita eterna”, non penso al Paradiso: a quello, come, se, e quando vi giungeremo, solo Dio lo sa. Penso invece a quella vita in abbondanza che ci è dato di vivere qui, oggi, nella concretezza di ogni giorno, grazie a un Dio che ci ha creati e che ci ama come un Padre, a un Figlio che ci ha mostrato fino in fondo cosa significhi amare, a uno Spirito che ci permette di fare altrettanto reiterando, lungo la storia, il mistero di un Dio-Amore che mai ha condannato e mai condannerà.