Nella prima lettura di questa Domenica delle Palme, ascoltiamo l’inizio del terzo canto del «servo del Signore». Questo misterioso personaggio di cui parla l’Antico Testamento, inviato da Dio per portare la salvezza agli uomini, che la tradizione cristiana ha identificato con il Signore Gesù Cristo.

Il servo che porta la salvezza del Signore non è uno che ha già in tasca facili ed efficaci soluzioni. È descritto come un discepolo, qualcuno che ogni mattina ha bisogno di mettersi in ascolto della realtà, per poter compiere la sua missione di salvezza confidando unicamente nella forza del bene. Sebbene tutti avvertiamo in noi un senso di solitudine e, a volte, anche di abbandono, la parola del profeta Isaia ci assicura che Dio è così attento alla nostra storia da non tirarsi mai indietro.

Tuttavia, se vogliamo accedere al mistero pasquale e alla vita nuova che da esso sgorga, dobbiamo passare attraverso la porta stretta del paradosso della fede: chi sceglie di aver unicamente bisogno dell’amore e della logica del servizio ben presto sperimenta il rifiuto e l’ostilità proprio da parte di chi, invece, ha bisogno di ricevere la salvezza.

È quanto annuncia Paolo, nel celebre inno ai Filippesi, rivelando il misterioso disegno con cui Dio ha scelto di offrire al mondo il suo volto d’amore.

       Proprio nella scelta di svuotarsi, Dio ha potuto riempire il mondo della conoscenza di lui. Proprio nel momento del suo completo annullamento sulla croce, il Signore Gesù ha maturato un nome che ormai attende solo di essere da tutti riconosciuto, accolto e pronunciato.
        Il tema del paradosso, in questa domenica delle Palme, trova il suo culmine nel racconto di Passione, dove vediamo Gesù morire sulla croce in un misterioso silenzio. Il Padre non risponde all’ultima parola del Figlio non perché estraneo o insensibile al suo dolore, ma perché vi partecipa nel modo più profondo e rispettoso della sua libertà.

 Il suo silenzio non significa abbandono, ma fiducia in quanto il Figlio sta compiendo nella libertà del suo amore. Il Padre non interviene per consentire al Figlio di poter dire fino in fondo ciò che gli sta a cuore e, al contempo, per poter dichiarare fino in fondo quello che è disposto a essere: un Cristo povero e umile, che dà la vita per i suoi amici e anche per i suoi nemici:

La domenica delle Palme ci immerge in una liturgia drammatica, dove gioia e dolore si mescolano continuamente e misteriosamente. Una sinfonia struggente e paradossale, capace di sollecitare e riscattare la nostra regalità, che può essere vera solo nella misura in cui è capace di misurarsi fino in fondo con la realtà.

 In questa domenica siamo invitati a ricordare che la vita non ci è donata per restare chiusa in noi stessi, ma per essere liberamente offerta e consegnata. Il rispetto per questo cammino di libertà, che niente e nessuno può mai revocare, è quanto di meglio possiamo sempre attenderci dal Padre, perché anche il nostro nome non resti «confuso», ma possa diventare una luminosa testimonianza della sua fedeltà e del suo amore.

 

                                                                                               sr Annafranca Romano

 La Liturgia di questa V Domenica di Quaresima si apre per noi con una luce particolare: la luce della speranza."Ecco, io faccio una cosa nuova... aprirò anche una strada nel deserto, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche..." (Is 43,16-21). Ma quello che annuncia Isaia non è utopico, o lontano da noi...

 Ecco la cosa nuova: un uomo dal cuore indurito dal zelo farisaico come Paolo di Tarso,  diventerà un torrente di pace e di salvezza (Fil 3,8-14); una donna che non vedeva altra uscita se non la vergogna e la morte, si alzerà piena di libertà assumendo la propria dignità di figlia amata e perdonata, perdonata perché molto amata (Gv 8,1-11). "Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra..."

È cosa nuova il rovesciamento delle sorti: vedere gli anziani del popolo, padroni e signori delle coscienze, uscire uno ad uno condannati dalla propria ipocrisia e lasciare a terra la donna accusata, chissà, vittima anche della loro falsità.   E in mezzo a tutto ciò Lui, il Signore, che non è venuto a condannare ma a salvare.

In Lui, ogni persona, al di là della propria condizione, incontra la pace e il perdono che la rende capace di iniziare un nuovo cammino, una nuova tappa, un nuovo tempo... È Lui il vero tesoro,  per il quale vale la pena lasciare tutto, perché Si, tutto senza di Lui è spazzatura (Fil 3,8). Verso di Lui camminiamo, sicuri di raggiungere la meta: "guadagnare Cristo ed essere trovato in Lui", realizzare in noi, in questo tempo, in questa parte della Storia, la volontà del Padre. La meta di realizzare la nostra santificazione, l'inizio del mondo nuovo, della nuova creazione: Il Regno di Dio, dove "il popolo che Dio ha plasmato per sé celebrerà  la Sua lode".

Questa realtà non la guardiamo da lontano. Ogni Eucaristia - celebrata, partecipata e poi condivisa - è già e sempre Buona notizia, novità di vita per chi la vive con fede e buona coscienza, con i piedi a terra a passi fermi, con gli occhi fissi lassù, in Cristo Gesù.

                                                                                                                                                                  suor Maria Aprecida da Silva

La parabola del Padre misericordioso, è stata definita “il cuore del Vangelo" e il suo obiettivo è di far cambiare idea su Dio diverso da quello in cui abbiamo sempre creduto.

Un padre aveva due figli. Se ne va, un giorno, il più giovane, ma pretende l'eredità, come se il padre fosse già morto per lui infatti non doveva avere una grande considerazione del padre. E così, il padre divide tra i due figli l'eredità e lascia partire il figlio minore. Il fratello maggiore, invece, continua la sua vita tutta casa e lavoro. Anche lui non doveva avere una bella opinione del padre infatti lo considerava un padre padrone al quale si doveva ubbidire e sottomettersi per dovere.

È la parabola del non detto, dove all'inizio nessuno parla; infatti per metà parabola nessuno dice nulla, eccetto la frase iniziale del minore.

La parabola cambia verso quando i personaggi iniziano a parlarsi. Entrambi hanno una pessima idea del padre. Il primo figlio pensa che la vita sia puro divertimento ma comprende a sue spese che non è così. Allora «ritornò in sé», prima era “fuori di sé” e decide di tornare.

Il figlio comincia a pronunciare la confessione che aveva preparato, ma non riesce a portarla a termine. Il padre non si preoccupa se il figlio si sia pentito, non lo lascia parlare, lo abbraccia stretto, gli impedisce gesti penitenziali ed espiatori e così gli dona il suo perdono gratuito.

Per Dio smarrire anche un solo figlio è una perdita infinita; Egli è un padre che non rinfaccia, ma abbraccia; non sa che farsene delle nostre scuse, perché il suo sguardo non vede il peccato del figlio, guarda oltre. Nessun rimprovero, nessun rimpianto, nessun rimorso: è tempo di festa! Dio non è giusto, è di più: è esclusivamente amore, è misericordia: c'è da impallidire davanti a un Dio così.

                                                                                                                                                                  don Franco Bartolino

Mentre Gesù era in viaggio verso Gerusalemme, alcune persone riportarono alla luce due eventi drammatici. Il primo episodio era avvenuto durante la celebrazione della Pasqua e Pilato, per prevenire qualche tumulto, ordinò un'esecuzione esemplare compiuta durante il sacrificio al tempio. Il secondo fatto di cronaca riguarda la caduta di una torre situata nella zona di Siloe, che aveva provocato diciotto morti. Gesù approfitta di queste notizie drammatiche utilizzandole a servizio del suo annuncio.

Il Maestro legge questi eventi drammatici di cronaca come un invito alla conversione: «Se non vi convertite». Gesù però sembra ritrattare quello che ha appena detto: «Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo». Allora Dio punisce? Assolutamente no! Ricorda solo che tutto ciò che facciamo ha delle conseguenze. Non è una condanna, è una conseguenza perché la vita è nelle nostre mani e nelle nostre scelte.

La parabola del fico completa ciò che Gesù sta dicendo. Se la nostra vita cristiana ci sembra irrimediabilmente arida, se dopo tutti i buoni propositi non è ancora cambiato nulla, non lasciamoci prendere dallo sconforto, guardiamo al fico della parabola: sono tre anni che non produce nulla, ma il contadino chiede ancora tempo al padrone. Ancora un anno, ancora sole, pioggia. E poi? Forse ripeterà lo stesso discorso l'anno prossimo, poi il prossimo anno ancora, e così via... semplicemente perché siamo preziosi ai suoi occhi. È in quel “forse” il miracolo della misericordia e a Dio è sufficiente per sperare. Ecco la giustizia di Dio, che è sempre misericordia, pazienza e attesa.

                                                                                                                                            don Franco Bartolino

 

Dopo i primi dieci giorni del cammino quaresimale, la liturgia ci invita a mettere a fuoco il motivo per rimanere coraggiosamente nel deserto della vita, dove si può affrontare il buon combattimento della fede, per rimanere «saldi nel Signore».  

  Il vangelo lo rivela ricordandoci quando il Signore Gesù decide di salire su un «monte», per dedicarsi a una preghiera più raccolta e intensa. Prende con sé solo alcuni dei discepoli, «Pietro, Giovanni e Giacomo».

In questo spostamento geografico, possiamo cogliere un richiamo indispensabile per portare avanti la nostra conversione. La preghiera ha bisogno di compiersi nel silenzio e in un luogo appartato.
         Restare in solitudine non è tuttavia esperienza facile. La nostra società, che pone tutto sulla bilancia dell’efficacia e del tornaconto, non offre molti aiuti a coltivare spazi di silenzio e di riflessione. Eppure, il vangelo racconta che, solo nella solitudine della preghiera, si può manifestare qualcosa di veramente unico e speciale.  E’ notte e i discepoli, seppur «oppressi dal sonno», si svegliano e vedono «la sua gloria», al punto da esclamare, per bocca di Pietro: «Maestro, è bello per noi essere qui».
      La «gloria», nel linguaggio biblico, è il peso specifico di una certa realtà, il suo spessore di verità. Noi tutti, a causa del «peccato», siamo «privi della gloria di Dio», afferma san Paolo. Ci manca la percezione della rilevanza di Dio, l’intuizione della sua verità e della sua bellezza.

       I discepoli, sul monte, si trovano di fronte alla manifestazione improvvisa di questa gloria, che cambia il volto di Gesù e fa diventare i suoi abiti luminosi come il sole. Se la Quaresima non può cominciare senza la nostra disponibilità a metterci in discussione, è altrettanto vero che non può continuare senza l’intuizione di quanto la bellezza di Dio sia tutto ciò che il nostro cuore assetato sta disperatamente cercando.

        Il cammino attraverso cui Abram giunge a credere alla bellezza delle promesse di Dio ci ricorda come l’accesso all’intimità con Dio non possa che avvenire quando è calato il sole sulle nostre aspettative umane, con cui siamo soliti misurare e gustare la realtà.

 Dopo aver annunciato al suo servo una discendenza numerosa come le stelle del cielo, il Signore Dio sembra quasi mettere alla prova la sua fiducia, sfidandolo sul bisogno di dominare l’orizzonte futuro.  Il santo patriarca non esita a domandare: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?».

Per incontrare la bellezza dell’amore di Dio, anche noi dobbiamo lasciare che la nostra offerta rimanga a sua disposizione fino al completo tramonto del sole.

Solo così possiamo abituarci a credere che, dentro quello che sembra ormai votato alla morte, si nasconda il germe di una possibile risurrezione: nel cuore delle tenebre l’amore di Dio si rivela in tutta la sua bellezza e luminosità.

 

                                                                                      sr Annafranca Romano

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