Il Vangelo di questa domenica non è propriamente, come potrebbe sembrare, un insegnamento sull'umiltà ma sulla carità, cosa che spesso manca a ognuno di noi. Al tempo di Gesù, con tutta probabilità, il banchetto era l'occasione per certe persone di mettere in mostra la propria superiorità: e questo faceva ancor più specie quando avveniva per mano delle autorità religiose, che tutto avrebbero dovuto fare meno che creare discriminazioni. Invece, la ricerca dei primi posti nei banchetti trasformava la principale occasione di condivisione e di comunione in opportunità di discriminazione e di emarginazione.

E pensare che questa mancanza di carità, frutto della nostra scarsa umiltà, è un atteggiamento fortemente presente anche nelle nostre comunità. Se credessimo veramente forse le nostre comunità sarebbero davvero il luogo dell'accoglienza e della condivisione; invece, spesso, diventano il luogo per esprimere la propria superiorità nei confronti degli altri. I modi per far sentire la nostra superiorità sono innumerevoli: dall’ostentazione della nostra cultura, all'utilizzo abusivo della nostra autorità; dalla pretesa di fare sempre tutto noi, al giudizio negativo su ciò che fanno gli altri; dall'incapacità di lavorare in gruppo, al volersi sempre impicciare anche di ciò che non ci riguarda; dal pregiudizio nei confronti di chi è diverso per estrazione sociale, lingua, etnia o religione, alla costruzione di rapporti cordiali solo con le persone che ci vanno a genio.

Sono tutte cose che avvengono in ogni comunità cristiana, purtroppo, ma che non dovrebbero assolutamente aver ragione di esistere. E che cosa dobbiamo fare per essere comunità accoglienti basate sulla solidarietà? Forse non avremo l'occasione di organizzare banchetti cui poter invitare - come dice il Maestro - "poveri, storpi, zoppi e ciechi"; di certo, abbiamo molte opportunità per trattare gli altri tutti alla stessa stregua, senza sentirci i migliori e senza aspettarci gratificazioni o tornaconti da chiunque.

                                                                                                                                                      don franco Bartolino

Sicuramente una certa educazione religiosa passata e non solo, insegnava che con Dio ci si regola attraverso atti religiosi di pura osservanza.

Le parole del Vangelo di questa domenica sembrano rimettere in discussione una visione di intendere il nostro rapporto con Dio. La domanda posta a Gesù "sono pochi quelli che salvano?" parte dall'idea ben radicata nella religiosità ebraica che la salvezza di Dio era solo per pochi eletti, e precisamente quelli appartenenti al popolo di Israele. La risposta precisa alla domanda viene data da Gesù quando alla fine del brano dirà che "verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio". 

Quindi la risposta alla domanda se sono pochi i salvati è un bel "no" secco, un "no" all'esclusività del rapporto con Dio, che invece è possibile davvero a tutti, di ogni luogo e tempo, rompendo appartenenze culturali, religiose, etniche, geografiche, economiche e politiche. La salvezza è per tutti! E l'ordine di questo dono di salvezza rovescia la logica umana dove chi vince è sempre il più forte, il più ricco, il più bello, il più bianco, il più furbo. Sono invece i cosiddetti "ultimi" ad essere i primi che Dio comincia ad abbracciare, e non chi sta in testa alla fila. Dio inizia dalla coda e da chi è ricacciato indietro. Dio ama gli ultimi perché lui stesso si è fatto ultimo.

Dio apre la sua porta non solo quella finale del paradiso ma anche quella quotidiana del suo cuore nella vita presente non tanto a chi accumula pratiche religiose, ma a chi opera la giustizia. Operare la giustizia nel Vangelo significa mettere in pratica con azioni concrete l'insegnamento di Gesù. Se non facciamo diventare vita concreta quello che preghiamo la domenica e nelle altre feste comandate, allora non serve a nulla e rischiamo davvero di sentire Gesù che ci dice "non ti conosco", come lo diremmo noi a chi non conosciamo e non frequentiamo e a chi non si fa mai vedere nei momenti importanti della vita. Gesù ci riconosce se sappiamo vivere il suo Vangelo e non solo pregarlo e celebrarlo.

                                                                                                                                                                   don Franco Bartolino

Nell’odierna pagina evangelica, Gesù avverte i discepoli che è giunto il momento della decisione. La sua venuta nel mondo, infatti, coincide con il tempo delle scelte decisive: non si può rimandare l’opzione per il Vangelo. E per far comprendere meglio questo suo richiamo, si avvale dell’immagine del fuoco che Lui stesso è venuto a portare sulla terra. «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!».

 Queste parole hanno lo scopo di aiutare i discepoli ad abbandonare ogni atteggiamento di pigrizia, di apatia, di indifferenza e di chiusura per accogliere il fuoco dell’amore di Dio; quell’amore che, come ricorda San Paolo, «è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo». Perché è lo Spirito Santo che ci fa amare Dio e il prossimo. Gesù rivela ai suoi amici, e anche a noi, il suo più ardente desiderio: portare sulla terra il fuoco dell’amore del Padre, che accende la vita e mediante il quale l’uomo è salvato. Gesù ci chiama a diffondere nel mondo questo fuoco, grazie al quale saremo riconosciuti come suoi veri discepoli. Il fuoco dell’amore, acceso da Cristo nel mondo per mezzo dello Spirito Santo, è un fuoco senza limiti, universale.

Fin dai primi tempi del Cristianesimo la testimonianza del Vangelo si è propagata come un incendio benefico superando ogni divisione fra individui, categorie sociali, popoli e nazioni. La testimonianza del Vangelo brucia ogni forma di particolarismo e mantiene la carità aperta a tutti, con la preferenza per i più poveri e gli esclusi.

L’adesione al fuoco dell’amore che Gesù ha portato sulla terra avvolge l’intera nostra esistenza e richiede l’adorazione a Dio e la disponibilità a servire il prossimo.

 Per vivere secondo lo spirito del Vangelo occorre che, di fronte ai nuovi bisogni che emergono nel mondo, ci siano discepoli di Cristo che sappiano rispondere con nuove iniziative di carità. E così, con l’adorazione a Dio e il servizio al prossimo, il Vangelo si manifesta davvero come il fuoco che salva, che cambia il mondo a partire dal cambiamento del cuore di ciascuno.

In questa prospettiva, si comprende anche l’altra affermazione di Gesù riportata nel brano di oggi: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione».

Egli è venuto a “separare col fuoco” il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. E’ venuto a “dividere”, a mettere in “crisi” la vita dei suoi discepoli, spezzando le facili illusioni di quanti credono di poter coniugare vita cristiana, mondanità e compromessi di ogni genere.

 Si tratta di essere disposti a pagare il prezzo di scelte coerenti col Vangelo, perché occorre soprattutto essere cristiani nelle situazioni concrete, testimoniando il Vangelo che è essenzialmente amore per Dio e per i fratelli.

La divisione che Gesù è venuto a portare sradica dalla staticità dell’ordinario e genera nuova vita. Egli ha portato sulla croce il suo corpo, che siamo noi, perché fosse rigenerato, nel nostro tempo e sempre.

                                                                                                                                       sr Annafranca Romano

"Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno".

È con queste parole di incoraggiamento che il Signore ci prepara per accogliere la realtà del Regno di Dio…Mentre proviamo giorno dopo giorno la nostra debolezza personale, ma anche la debolezza dell'Umanità. Infatti, viviamo anche noi nella notte delle incertezze planetarie che mettono a dura prova la nostra fede.Ma proprio qui il paradosso: la fede è la realtà del credere esattamente quando tutto dice di non credere. Quindi siamo già beati per la Fede, sulla scia dei nostri padri ,che "per fede" si sono fidati di Dio  e nella fede hanno visto il compiersi delle Sue promesse (cfr. Eb 11, 1-2.8-19).

Ecco allora le parole di esortazione di Gesù che accompagnano le parole di incoraggiamento: "Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito" (cfr. Lc 12, 32-48).

La fede dunque attiva, vigilante, operosa, mossa non da interessi, precetti o preconcetti, ma libera, lieve, povera. La nostra fede anzitutto è sostenuta dalla fedeltà di Dio che sempre si fida di noi affidandosi i suoi beni più cari, chiedendoci semplicemente di avere cura dei suoi piccoli.

Ecco che la fede cristiana è allora vigilanza d'amore: amore che vigila nell'attesa della venuta del Signore, che vieni sempre; amore che si prende cura, senza calcolo e senza riserve; amore gioioso, anche nel sacrificio, fedele della fedeltà di Dio.

 "I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri" (Sap 18, 3.6-9).

                                                                                                                                           suor Maria Aparecida da Silva

Gesù si trovava in un luogo a pregare e i discepoli sentono il bisogno di chiedere a Gesù: «Insegnaci a pregare». Mi piace pensare che la prima vera preghiera che possiamo fare sia proprio questa: «Insegnaci a pregare». Gesù mostra ai discepoli non solo per cosa devono pregare, ma soprattutto “in che modo” pregare e con quale disposizione. Il “Padre nostro” è un concentrato di vangelo; dopo quella volta, nessun'altra preghiera è stata scritta che non fosse già racchiusa nel mistero di questa preghiera: la bellezza di Dio racchiusa in una preghiera. 

«Quando pregate, dite: Padre». Ciò che rende la preghiera di Gesù unica sta in un dettaglio: è una preghiera fatta a un padre, non a un Dio immobile che si gode la sua immensità lassù nei cieli. Carissimi, finché non facciamo questa esperienza di essere al sicuro tra le Sue braccia, saremo ancora nell'anticamera di Dio. 

«Sia santificato il tuo nome». Il verbo è al passivo: non si chiede che l'uomo rispetti il nome di Dio, ma che il Padre stesso faccia in modo che Egli sia riconosciuto Santo dagli uomini. Inchiniamoci e facciamo silenzio perché Lui è oltre, meravigliosamente e misteriosamente oltre. 

«Venga il tuo regno». Accada in me ciò che Lui vuole: è la possibilità di instaurare in me la “signoria di Dio”. Posso trasformare questa possibilità in realtà, con le mie scelte. Chiediamo di essere Suo strumento, perché si realizzi ciò che Lui vuole attraverso di me. 

«Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano». Gesù usa l'espressione che vuol dire il "pane che costruisce". Questa espressione si riferisce a qualcosa che va oltre al pane quotidiano. Come il cibo naturale mi fa vivere ogni giorno, ciò di cui mi nutro spiritualmente mi costruisce ogni giorno. Ogni giorno ho bisogno del pane dello spirito: un po' di silenzio, un po' di preghiera, una parola, una lettura, un abbraccio, uno sguardo. Nutrirsi ogni giorno di cose buone, di esperienze vere, di persone profonde: la felicità dipende da questa disciplina quotidiana. 

«Perdona a noi i nostri peccati, anche noi, infatti, perdoniamo a ogni nostro debitore». Il "pane" e la "saggezza" hanno in ebraico la stessa radice di "perdono". Il perdono è il pane quotidiano, è ciò di cui ogni giorno devo nutrirmi, è la mia veste di tutti i giorni con cui devo andare nel mondo, è la mia unica possibilità di essere felice. 

«Non abbandonarci alla tentazione». Questa traduzione è una delle possibili, non la sola. Il testo greco originario, ha letteralmente «non farci entrare, non portarci dentro la tentazione». In ogni caso, questo nuovo tentativo di traduzione era necessario affinché nessuno oggi fosse indotto a pensare che Dio ci tenti al male. Dio ci può sottoporre alla prova ma mai alla tentazione. 

Nella preghiera non otteniamo ciò che chiediamo ma ciò che il cuore desidera. Un suggerimento: come s'inizia a pregare? S'impara a pregare, pregando. 

 

Su di noi

Nel nostro nome "Piccole Missionarie Eucaristiche" è sintetizzato il dono di Dio alla Congregazione. Piccole perchè tutto l'insegnamento di Madre Ilia sarà sempre un invito di umiltà, alla minorità come condizione privilegiata per ascoltare Dio e gli uomini.
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