Gesù inizia la sua missione apparentemente dal luogo più ospitale, nella sinagoga di Nazareth, il villaggio dove è cresciuto, partecipando al culto sinagogale in giorno di sabato; ascolta la lettura della Torah e, invitato a leggere, sceglie la lettura tratta dal profeta Isaia (61,1-2).

L'omelia di Gesù è sintetica: «Oggi si è compiuta questa Scrittura». È lui la buona notizia di cui parlava Isaia. Tra lo stupore e lo sdegno, i pii israeliti si chiedono: “No, non può essere lui il Messia. Il figlio di Giuseppe il falegname? Il Messia, mai e poi mai, avrebbe scelto una famiglia così normale. Il Messia deve essere diverso, grandioso, onnipotente”.

Non riescono ad accettare che un profeta sia un uomo della porta accanto. Gesù non si tira indietro e avanza deciso e spiega che è difficile essere profeti a casa propria e non farà nessun miracolo qui. Nessuno è profeta in patria: questo lo sanno tutti ma immagino che Gesù si aspettasse da quelli del suo paese, un'eccezione che confermasse la regola.

La reazione è rabbiosa e si scatena il finimondo: «Tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno e infatti si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù».

Anche noi, come gli abitanti di Nazareth, dissipiamo il carico di profezia che lo Spirito accende dentro e fuori la Chiesa. Dopo duemila anni, sembra che ancora preferiamo i miracoli alla Sua Parola. Come i religiosi di Nazareth, siamo talmente sicuri del nostro impianto religioso che non riusciamo a riconoscere i profeti che ancora oggi raccontano il volto di Dio. Gesù aveva mandato in frantumi gli schemi che si erano costruiti le persone pie e religiose annunciando un Dio diverso e i "fedelissimi" della tradizione non gliela perdonarono. Annunciò un Dio amico anche delle donne, un Dio della vita, della misericordia, che rompeva con la tradizione se la tradizione era nemica dell'uomo. «Passando in mezzo a loro, si mise in cammino»: non si arrende, non scappa, perché si può ostacolare la profezia, ma non ucciderla.

                                                                                                        don Franco Bartolino

L’evangelista Luca vuole fare un resoconto ordinato, scientifico della vita di Gesù. Ci tiene a dire subito che ha fatto delle ricerche "accurate" su di Lui, sulla sua vita e sulle persone che l'hanno incontrato, visto e seguito. Luca vuole avere conferma della fede che gli è stata trasmessa, non si fida del “sentito dire” e ha impiegato del tempo per fare queste ricerche.

Gesù «secondo il suo solito», torna nella sua città, Nazareth, e va nella sinagoga ma a differenza degli altri ebrei, non va per partecipare al culto, ma per insegnare. Nel Vangelo di Luca, per quattro volte Gesù entra in una sinagoga e ogni volta si trova a dover affrontare situazioni di conflitto. Questo è il primo dei quattro ingressi, che si chiude addirittura con la decisione di ucciderlo. Può sembrare strano, ma i luoghi sacri saranno quelli più pericolosi per Gesù. I capi religiosi cercheranno in tutti i modi di ucciderlo e alla fine ci riusciranno e lo faranno in nome di Dio.

«Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui». C'è grande attesa. Gesù cerca il passo di Isaia dove si parla dell'investitura del Messia e del grande giubileo previsto dal libro del Levitico. Gesù sta definendo la sua missione: è venuto per togliere la povertà, ogni povertà perché l'umanità è povera, oppressa, cieca. Ecco perché il Messia porterà gioia, libertà, occhi nuovi. La tensione è a mille. Risuonano le prime parole ufficiali di Gesù: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Gesù non spiega il brano e non fa applicazioni morali, annuncia invece un compimento. Lui è la buona notizia, Lui è il compimento della promessa. Una vita che non è fatta di pesi da sopportare ma da un Dio che porta con te quelli che la vita t'impone. In modo sconcertante annuncia, per la prima volta, che il giudizio di Dio sarà di misericordia per tutti. C'è un nuovo orizzonte, un nuovo volto di Dio che Gesù inizia ad annunciare, fin da questo suo discorso programmatico: un Dio che si china su chi soffre e diventa ricchezza per il povero, vista per il cieco e libertà per il prigioniero. In Lui tutte le nostre fragilità trovano sicurezza.

                                                                                                                                      don Franco Bartolino

Più che la cronaca delle nozze di Cana ci deve stare a cuore la significativa presenza di Gesù e di sua Madre. Giovanni ha un suo stile nel presentarci Maria. Egli non la chiama mai con il suo nome, ma con l'appellativo di Madre di Gesù o di Donna, perché a lui interessa mettere in risalto non tanto la sua individualità quanto il ruolo che le compete. In tutto il Vangelo di Giovanni, Maria è presente solo in due momenti: a Cana, quando Gesù dà inizio alla sua prima manifestazione, e sul Calvario, quando il Figlio, nel momento conclusivo della sua missione, la consegna come madre al discepolo amato.

L'intero episodio di Cana, riletto alla luce della Pasqua, va letto così: le nozze rappresentano l'Antica Alleanza a cui anche Maria appartiene. Lo sposo e la sposa sono Dio e il popolo d'Israele tra cui non si è instaurata una relazione permanente di amore, nonostante i vari tentativi di Dio. Maria, simbolo del giudaismo che viveva in attesa della speranza messianica, rappresenta l'umanità bisognosa, che desidera la liberazione e attende la rivelazione piena della salvezza. Il segno del vino nuovo rappresenta il messaggio evangelico di Gesù.

Solo il Vangelo di Giovanni ci riporta i fatti di Cana, il primo segno con il quale Gesù manifesta la sua gloria. Un segno insolito, per la verità. Non una guarigione ma seicento litri di vino regalati ad un banchetto di nozze. Un segno inutile, verrebbe da dire. Invece no. Il Maestro di Nazareth inaugura una logica nuova, scatena la grazia che dona al di là del dovuto e del misurato.

È bello iniziare da questo brano il nuovo Tempo Ordinario che la Chiesa ci dona. Ci ricorda che proprio la quotidianità è il tempo in cui fare esperienza della gratuità di Dio, della Sua presenza, del soffio potente e delicato dello Spirito. Davvero c'è un vino buono pure per te. Per te che sei convinto di non meritarti nulla e che vedi la tua fede insicura e traballante; per te che nemmeno ti eri accorto delle botti vuote; per te che avresti saziato in altri modi la tua sete, se Gesù - Maestro di vendemmia - non avesse mutato in vino buono la tua acqua insipida.

                                                                                                       don franco Bartolino

L'evangelista Luca, nella liturgia di quest’oggi, Festa del battesimo del Signore, descrive Gesù nel momento in cui si reca al Giordano da Giovanni. Il suo battesimo, però, è completamente diverso dal nostro.

 Giovanni chiama tutti a un deciso cambiamento di vita; egli pratica un battesimo di conversione per la remissione dei peccati, un'immersione nelle acque del Giordano. Attirati dalla sua predicazione, anche i pubblicani, peccatori pubblici, vengono da lui per farsi battezzare. In fila con loro, che si recano dal Battista confessando i propri peccati, c'è Gesù, che non ha bisogno di ricevere il perdono dei peccati, la sua presenza ha il solo scopo di farci comprendere quanto Dio sia vicino a noi. Il suo mettersi in fila con l'umanità peccatrice, dimostra che la salvezza appartiene a tutti perché lui stesso, Agnello di Dio, prende su di sé i peccati di tutti. Il gesto del Signore è profetico: l'immersione prefigura la sua morte, l'emersione annuncia la sua risurrezione.

Oggi al Giordano accogliamo in tutta la sua pienezza la rivelazione dell’amore di Dio per la nostra umanità. Ciò avviene mentre si squarcia quello spiraglio di «cielo» (Lc 3,21) che la preghiera di Gesù rende non più un ambito chiuso e riservato alla vita divina, ma lo spazio del dono reciproco tra il Creatore e le sue creature.

Dopo il Battesimo, nel momento in cui il Signore Gesù risale da quell' acqua, carica dei peccati dell'umanità, avviene la manifestazione di Dio. L'evangelista annota: «mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: "Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento"».

 Luca presenta tre avvenimenti straordinari: il cielo si apre, scende lo Spirito Santo in forma di colomba e si ode una voce dal cielo. È questa l'investitura pubblica di Gesù come Messia.

La sua missione è quella di rivelare il vero volto del Padre nell’elargire la sua misericordia verso i peccatori. Era difficile pensare che Dio amasse i peccatori, ma perché non vi fossero dubbi in proposito, Gesù l’ha mostrato più volte nella sua vita pubblica. Infatti lo troveremo sempre, durante la sua missione e predicazione, in mezzo ai peccatori, per portare tra loro l'amore e la misericordia del Padre.

Lo Spirito che scende visibilmente su Gesù dimostra che Egli lo guiderà nei suoi gesti e nelle sue scelte secondo il progetto del Padre, che conferma il suo amore totale per il Figlio e il suo compiacimento per la sua obbedienza, che inizia con la missione pubblica.

Raccontando il battesimo di Gesù, Luca riporta questo particolare meraviglioso: il cielo si apre e discende lo Spirito Santo. Anche noi abbiamo bisogno di fare questa esperienza nella nostra vita. La buona notizia di questa domenica possiamo rintracciarla proprio qui: il cielo si apre sopra i nostri deserti e le nostre notti, Dio stesso ci raggiunge, decide di non lasciarci soli, continua a dirci che siamo figli e figlie amati, nati per qualcosa di grande.

  Questa festa, che conclude il tempo di Natale, ci aiuta a ripensare al nostro Battesimo. Che cosa è per noi? Siamo disposti a narrare l'amore misericordioso di Dio nella nostra realtà concreta, attraverso gesti di prossimità e di condivisione, con coloro che soffrono e sperano in un mondo migliore?

                                                                                                                             sr Annafranca Romano

La liturgia di questa Domenica: prima domenica del nuovo anno, ci invita ad addentrare con atteggiamento di ascolto e contemplazione nella prima pagina del Vangelo di Giovanni, il cantore del Verbo. Come all’inizio della Genesi, Giovanni ci introduce al principio del Nuovo Tempo, il Tempo che non avrà mai fine, il Tempo del Verbo:

«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste». Colui che era prima del Tempo e ha creato il tempo entra nel Tempo per farlo diventare “eterno”.

Govanni narra con solennità e poesia il passaggio dell’Eterno Verbo di Dio nel nostro tempo e nella nostra Storia, e più che commento, ci vuole ascolto... contemplazione: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato (Gv 1,1-17).

È venuto Giovanni che ci ha indicato Gesù; è venuto Paolo a confermare il disegno amoroso di Dio per noi nel Figlio Suo (cfr. Ef 1,3-6.15-18); venne continuamente  la Chiesa, che proclama con fedeltà la sapienza di Dio che continua a condurre la Storia al suo compimento (cfr. Sir 24,1-4.12-16), perché «la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato»(Gv 1,18). Da ora in poi, l’Ho troviamo nel volto di ogni fratello e sorella che ci vive accanto.

                                                                                                          suor Maria Aparecida

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Nel nostro nome "Piccole Missionarie Eucaristiche" è sintetizzato il dono di Dio alla Congregazione. Piccole perchè tutto l'insegnamento di Madre Ilia sarà sempre un invito di umiltà, alla minorità come condizione privilegiata per ascoltare Dio e gli uomini.
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