Siamo al vertice del discorso della pianura e alla folla accorsa da ogni parte, Gesù espone le regole di comportamento per chi vuole seguirlo: vivere le beatitudini.

Gesù di Nazareth propone orizzonti mai visti prima, invita a camminare per sentieri ancora mai tracciati. Ama i tuoi nemici, benedici chi ti maledice, ama quelli che non amano, fai del bene a chi non lo fa, presta anche a chi non può restituire. Noi siamo abituati a fare del Vangelo una lettura quasi romantica, ma se cominciassimo a prenderlo in parola, ci accorgeremmo che il cristianesimo non è semplice buonismo ma un modo rivoluzionario di amare e di vivere.

Gesù propone l'amore senza interesse, con il rischio di essere odiati per causa dell'amore. Che cosa desideriamo per noi? Essere amati, benedetti, perdonati. Questo vogliamo per noi e questo cercheremo di dare agli altri. «Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo» (Gandhi). Insomma, Gesù di Nazareth chiede di imitarlo, chiede testimoni, non cristiani della domenica.

Chiede uomini e donne capaci di incendiare d'amore il mondo, che raccontino con la vita la bellezza della fede. Gesù non cerca eroi della fede, ma semplicemente figli amati che fanno dell'amore la cifra del loro agire.

Il cuore di questo discorso e di tutto il Vangelo di Luca, si può riassumere in questo versetto: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso». La misericordia è un sentimento umano, prima ancora che religioso. Davanti alla sofferenza, tutti proviamo una certa commozione e sentiamo il bisogno di agire. La bella notizia è che nel Dio che è venuto a raccontarci Gesù di Nazareth, la misericordia prevale sulla giustizia.

Sono tanti che vivono la portata rivoluzionaria del Vangelo. Guardiamoci intorno e vediamo questa pagina evangelica vissuta e realizzata più di quanto possiamo immaginare. Scopriremo tanti cristiani anonimi, fragili, che lontano dai riflettori sanno sperare, amare secondo la logica del Maestro.

Il Vangelo di oggi riporta la straordinaria pagina delle beatitudini. Questo seguito di annunci che cominciano tutti con la stessa parola: “beati” o meglio “felici”, ha avuto sempre il potere di toccare nel profondo il cuore dell’uomo, proprio perché la felicità rimane la sua aspirazione più profonda e non potendola completamente raggiungere, la desidera ardentemente. Proprio con le beatitudini Gesù ci fa comprendere che questa felicità comincia quaggiù.

Dio non attende lo stato celeste per donarsi all’uomo. Offre già il suo amore a coloro che vivono sulla terra. La prima verità che bisogna cogliere dalle beatitudini è che la felicità discende da Dio; non vi è altra sorgente di felicità. Noi non avremmo certo sottoscritto nessuna delle beatitudini così come ci sono state proposte. Avremmo, invece, suggerito, con un po’ di presunzione, che, per essere felici, occorrono diverse cose e subito.

Eppure le beatitudini sono un’autobiografia di Gesù, l’uomo della pace. Chi lo segue su questa strada, pone i segni del mondo nuovo che egli è venuto a inaugurare. Ma non è una nuova legge. E’ il cuore nuovo, promesso dai profeti. Proclamando le vere beatitudini, egli attira l’attenzione sulla vanità delle false beatitudini e invita l’umanità a riflettere sul genere di felicità che persegue. La felicità che infonde Gesù non danneggia nessuno.

E’ una forza dall’alto che carica di significato e di luce la vita umana. Nella misura in cui ci apriamo alla grazia, possiamo comprendere il senso delle beatitudini enunciate da Gesù e viverle in unione con lui.

Egli vede la numerosa folla, ma la parola è rivolta ai suoi discepoli, a coloro cioè che lo seguono e desiderano seguirlo fino alla fine. Le beatitudini sono la legge del discepolato; chi non è discepolo del Signore non può né viverle, né comprenderle, perché sono troppo alte per la sua mente; i suoi pensieri si perdono in esse.

 Quando si sceglie di seguire Gesù veramente, si entra in una condizione di reale povertà, poiché bisogna consegnare la propria volontà a Lui e camminare sulle vie del Regno; chi sceglie di seguire Gesù non può essere più intento alle cose di questo mondo; quando non c’è una povertà reale, una totale consegna della nostra vita nelle sue mani è segno che ancora non siamo suoi discepoli.

                                                                                     sr Annafranca Romano

C’è un filo unico che sorpassa e lega le letture di questa domenica: l’essere umano davanti a Dio che prende coscienza della grande distanza tra la santità di Dio e la condizione dell’uomo peccatore. L’uomo che ha la coscienza delle sue radici corrotte, come Isaia: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito»; o delle sue ideologie distorte, come Paolo: «Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio»; o semplicemente l’uomo che si ritiene già abbastanza soddisfatto nella sua quotidianità, come Pietro: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».

Ma in tutte tre, spunta una nuova coscienza di sé dall’esperienza della grazia, della scelta divina, della fiducia  del Signore sull’essere umano: «Prendi il largo e getta le vostre reti per la pesca»; «Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto»; «Chi manderò e chi andrà per noi?». 

Differentemente dal potere del mondo che schiaccia i deboli e i piccoli, il potere e la grandezza di Dio, al contrario, mette in evidenza quella parte nascosta di ognuno di noi, quel dono in potenza tante volte sconosciuto o di poco conto: «Eccomi, manda me!»; «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».

Una potenza che è trasmessa dall’autorità divina, un messaggio che non è futto di elaborazione di una mente fantástica, ma  passaggio di un potere che non si serve degli altri ma si mette a disposizione, a servizio di Uno per tutti: «a voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto».

Questa é la forza della profezia e la garanzia del discepolo missionario che ormai sa che puó fidarsi soltanto dalla Parola del Signore: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».

Andiamo anche noi e facciamo lo stesso! Prendiamo il largo dei nostri orizzonti, non importa a quali dimensioni ci incontriamo, importa solo scommettere sul Dio che ci parla, si fida di noi e ci invia.

                                                                                                   suor Maria Aparecida

Gesù inizia la sua missione apparentemente dal luogo più ospitale, nella sinagoga di Nazareth, il villaggio dove è cresciuto, partecipando al culto sinagogale in giorno di sabato; ascolta la lettura della Torah e, invitato a leggere, sceglie la lettura tratta dal profeta Isaia (61,1-2).

L'omelia di Gesù è sintetica: «Oggi si è compiuta questa Scrittura». È lui la buona notizia di cui parlava Isaia. Tra lo stupore e lo sdegno, i pii israeliti si chiedono: “No, non può essere lui il Messia. Il figlio di Giuseppe il falegname? Il Messia, mai e poi mai, avrebbe scelto una famiglia così normale. Il Messia deve essere diverso, grandioso, onnipotente”.

Non riescono ad accettare che un profeta sia un uomo della porta accanto. Gesù non si tira indietro e avanza deciso e spiega che è difficile essere profeti a casa propria e non farà nessun miracolo qui. Nessuno è profeta in patria: questo lo sanno tutti ma immagino che Gesù si aspettasse da quelli del suo paese, un'eccezione che confermasse la regola.

La reazione è rabbiosa e si scatena il finimondo: «Tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno e infatti si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù».

Anche noi, come gli abitanti di Nazareth, dissipiamo il carico di profezia che lo Spirito accende dentro e fuori la Chiesa. Dopo duemila anni, sembra che ancora preferiamo i miracoli alla Sua Parola. Come i religiosi di Nazareth, siamo talmente sicuri del nostro impianto religioso che non riusciamo a riconoscere i profeti che ancora oggi raccontano il volto di Dio. Gesù aveva mandato in frantumi gli schemi che si erano costruiti le persone pie e religiose annunciando un Dio diverso e i "fedelissimi" della tradizione non gliela perdonarono. Annunciò un Dio amico anche delle donne, un Dio della vita, della misericordia, che rompeva con la tradizione se la tradizione era nemica dell'uomo. «Passando in mezzo a loro, si mise in cammino»: non si arrende, non scappa, perché si può ostacolare la profezia, ma non ucciderla.

                                                                                                        don Franco Bartolino

L’evangelista Luca vuole fare un resoconto ordinato, scientifico della vita di Gesù. Ci tiene a dire subito che ha fatto delle ricerche "accurate" su di Lui, sulla sua vita e sulle persone che l'hanno incontrato, visto e seguito. Luca vuole avere conferma della fede che gli è stata trasmessa, non si fida del “sentito dire” e ha impiegato del tempo per fare queste ricerche.

Gesù «secondo il suo solito», torna nella sua città, Nazareth, e va nella sinagoga ma a differenza degli altri ebrei, non va per partecipare al culto, ma per insegnare. Nel Vangelo di Luca, per quattro volte Gesù entra in una sinagoga e ogni volta si trova a dover affrontare situazioni di conflitto. Questo è il primo dei quattro ingressi, che si chiude addirittura con la decisione di ucciderlo. Può sembrare strano, ma i luoghi sacri saranno quelli più pericolosi per Gesù. I capi religiosi cercheranno in tutti i modi di ucciderlo e alla fine ci riusciranno e lo faranno in nome di Dio.

«Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui». C'è grande attesa. Gesù cerca il passo di Isaia dove si parla dell'investitura del Messia e del grande giubileo previsto dal libro del Levitico. Gesù sta definendo la sua missione: è venuto per togliere la povertà, ogni povertà perché l'umanità è povera, oppressa, cieca. Ecco perché il Messia porterà gioia, libertà, occhi nuovi. La tensione è a mille. Risuonano le prime parole ufficiali di Gesù: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Gesù non spiega il brano e non fa applicazioni morali, annuncia invece un compimento. Lui è la buona notizia, Lui è il compimento della promessa. Una vita che non è fatta di pesi da sopportare ma da un Dio che porta con te quelli che la vita t'impone. In modo sconcertante annuncia, per la prima volta, che il giudizio di Dio sarà di misericordia per tutti. C'è un nuovo orizzonte, un nuovo volto di Dio che Gesù inizia ad annunciare, fin da questo suo discorso programmatico: un Dio che si china su chi soffre e diventa ricchezza per il povero, vista per il cieco e libertà per il prigioniero. In Lui tutte le nostre fragilità trovano sicurezza.

                                                                                                                                      don Franco Bartolino

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