Dal libro del profeta Isaìa
Is 35,4-7a
 
Dite agli smarriti di cuore:
«Coraggio, non temete!
Ecco il vostro Dio,
giunge la vendetta,
la ricompensa divina.
Egli viene a salvarvi».
Allora si apriranno gli occhi dei ciechi
e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
Allora lo zoppo salterà come un cervo,
griderà di gioia la lingua del muto,
perché scaturiranno acque nel deserto,
scorreranno torrenti nella steppa.
La terra bruciata diventerà una palude,
il suolo riarso sorgenti d’acqua. (Isaìa 35,4-7a)

Sembra propria scritta per noi oggi questa profezia di Isaia, quasi come se per un attimo di tempo fosse lui trasferito qui, nella nostra realtà, così contrassegnata da sfiducia pesante, le cose che i nostri occhi vedono e i nostri orecchi ascoltano.
E Dio, come sempre, ci dona la Sua Parola di Speranza. Ma dobbiamo ancora domandarci: Crediamo veramente nella Sua forza? Scommetttiamo ancora sulla Sua potenza?
O siamo ancora così presi dalle nostre paure o dai nostri affari che sbagliamo ancora l'indirizzo dove incontrare la risposta giusta ai problemi del nostro tempo?
Forse siamo stati troppo chiusi in noi stessi e questo ci ha fatto diventare sordi alle grida e situazioni dei fratelli che ci sono accanto, lasciandoli alla sorte di se stessi. Chiusi al grido della madre Terra e quindi non cambiamo stile di vita per difendere la Casa Comune che ci ospita.
Ed è sempre Lui, il Signore, che ci prendi in disparte, con Sè, e tocca la nostra fragilità, la nostra debolezza, la nostra sordità e ci apre alla Sua Parola.
"Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente" (cfr. Mc 7,31-37).
Solo la Sua Parola ci rende capaci di parlare e agire correttamente, di comunicare con un linguaggio che sia capito e che edifichi chi ascolta; ci rende capaci di suscitare la gratitudine che è anche profezia, perché è Incontro con il Signore della Vita: «Egli ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
Vieni Signore! Quando abbiamo bisogno di Te!
Fa' della nostra vita e delle nostre liturgie il lieto annunzio della Tua Presenza e del Tuo amore che abbraccia tutto e tutti senza distinzione, in totale libertà  e in  totalità (cfr. Giac 2, 1-5).

                                                                                                           suor Maria Aparecida Da Silva

In questa 22^ domenica del tempo ordinario la liturgia ci riporta al nocciolo del cuore credente, a ciò che rende la fede avventura dello Spirito…Gesù in più occasione ha tentato di educare a questo messaggio, a questo annuncio bello del suo vangelo, libero e liberante.

Gli scribi, i farisei, cioè gli esperti della Bibbia e di Dio che oggi il Vangelo ci presenta, non riescono ad entrare nella logica di Gesù. Restano abbarbicati alle loro tradizioni, alle leggi e ai precetti che sembrano esaurire il divino e imprigionare lo Spirito… “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”. Vivono in un’osservanza ossessiva e ritualità compulsiva, lontani da Dio. Con loro Gesù è duro, usa espressioni pesanti, del tipo: “razza di vipere”, “sepolcri imbiancati”, “guide cieche che filtrate il moscerino e ingioiate il cammello”, “all'esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità”. Gesù non sopporterà infatti l’ipocrisia degli scribi e dei farisei, la loro presunzione di essere giusti e di sapere chi è Dio e quale la sua volontà. I loro schemi, le loro idee così ristrette non riescono a comprendere la realtà, non riescono a incontrare la vita e accogliere il mistero.

Il vangelo di Gesù ha superato questa tradizione della legge, ha rotto con una religione di élite, per i bravi e gli osservanti  e ha fatto misura del regno i piccoli, gli ultimi, i semplici. Gesù ha inaugurato un nuovo rapporto con Dio, con gli altri, con il mondo…e ha affermato con le sue parole, i suoi gesti che “la realtà è superiore all’idea” (Evangelii Gaudium nn. 231-233). Non ha fatto grandi discorsi programmatici, ha percorso in lungo e in largo la Palestina incontrando l’uomo, la persona, ha incrociato il suo sguardo, accolto la sua storia…Zaccheo, Matteo, Pietro, Maria Maddalena, l’incontro con il giovane ricco…anche lui esperto della legge, ma povero di umanità! Su di lui, sulle sue paure e sulle sue chiusure, e su quelli di tutti, Gesù rivolge il suo sguardo che ama e benedice, “fissatolo lo amò” (Marco 10, 21).

Attraverso questa dinamica di sguardi e di incontri passa il messaggio di Gesù. Ed ecco che nel Vangelo di oggi, ad un certo punto, “chiamata di nuovo la folla” si rivolge ad essa, alla gente della strada, alla gente semplice, che lavora, a quelli che non si sentono all’altezza, a quelli che vivono ai margini, a quelli che sono disposti a seguirlo. A questa folla di ieri e di oggi Gesù consegna la verità del vangelo e della vita. “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro”, né le cose del mondo possono contaminarlo… E’ nel cuore, per dire il nucleo profondo della persona, che nascono le intenzioni, le motivazioni, i desideri, qui possono maturare gesti e parole di morte. Ma è anche qui che, accolta la Parola, possono maturare germi di vita nuova… Chi sa di essere amato, perdonato non ha bisogno di nascondersi, né di crearsi alibi o programmare in maniera compulsiva. Ma è capace di accogliere il nuovo con fiducia.

                                                                                                                                                                         suor Viola Mancuso

 

 

 

Oggi, 21° domenica del tempo ordinario, la liturgia ci offre la conclusione del discorso di Gesù sul Pane di vita che ci ha accompagnato nelle ultime domeniche e ci invita ad una solenne professione di fede “Signore da chi andremo? Tu ha parole di vita eterna”.

Dopo aver ascoltato Gesù, i discepoli manifestano la loro inquietudine per le affermazioni non razionali del Maestro, le quali, umanamente parlando, sono difficili da accettare. Il linguaggio di Gesù “è duro” non perché non sia comprensibile, ma perché è difficile da accettare per le conseguenze che comporta. Ma Gesù ci indica il mezzo affinché la Sua parola possa diventare per noi vita: affidarsi allo Spirito del Signore. Senza il Suo Spirito non possiamo comprendere la Sua Parola, adorare l’Eucarestia, guardare il mondo e le cose con i Suoi occhi. La Parola ci mette continuamente davanti a delle scelte non sempre facili e anche a noi sembra dura e incomprensibile. Ma il Signore ancora oggi ci dice che davanti ad essa bisogna prendere una decisione, una decisione coerente con i suoi insegnamenti.

Alcuni dopo queste affermazioni di Gesù hanno preferito andarsene. Allora Gesù si rivolge agli apostoli e a noi e dice: "Volete andarvene anche voi?". E Pietro risponde: "Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna." Pietro e i discepoli hanno capito che seguire Gesù è un cammino in salita, impegnativo, che dopo l'invito ad abbandonare tutto ora gli indica come strada il dare la vita. Non è sufficiente rinunciare alle proprie cose, ai propri affetti, la sequela a Gesù comporta anche dare la propria vita: "dare da mangiare la propria carne per la salvezza del mondo”. Viene un momento in cui bisogna decidersi per Gesù. "Signore, tu solo hai parole di vita eterna". E' una professione di fede. Dinanzi al Signore che rivela la sua identità più profonda di Figlio inviato dal Padre come cibo per la salvezza del mondo i dodici rinunciano a discutere in termini puramente umani e credono. 

Credere non è rinunciare a capire, credere è capire che c'è una possibilità che ancora non conosco, ma è una certezza: so che è il Signore. Chiediamo al Signore il dono del suo Spirito affinché anche nella nostra fragilità, nel nostro dubbio, nel nostro peccato possiamo ripetergli: “Tu hai parole di vita eterna”.

                                                                                                                                                       sr Maria Assunta Cammarota

In questa scena del Vangelo dove protagoniste sono solo donne, è descritto meravigliosamente come Dio viene nella storia! Queste due donne hanno gravidanze impossibili, mariti scettici e figli "particolari". Maria, dal nord della Galilea si mette in viaggio, verso il sud della Giudea per assistere Elisabetta.

Luca ci presenta Maria come una donna decisa, forte, coraggiosa che intraprende un lungo viaggio «in fretta», perché l'amore ha sempre fretta, non sopporta ritardi. Maria non si è mai ritagliata uno spazio per sé; va continuamente verso altri perché sa bene che ogni chiamata è vera solo quando diventa utile agli altri.

«Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò in grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo». Per due volte Luca ripete che il bambino salta di gioia nel grembo. Dio dà gioia! Il Battista, dal grembo di Elisabetta, riconosce fin dall'inizio che è proprio questo bambino Colui che deve venire.

«Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo. A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?». La prima parola di Elisabetta è una benedizione. Ogni dialogo dovrebbe iniziare con una benedizione. Dire a qualcuno “ti benedico!” significa guardarlo con stupore, vedere il bene in lui. È la prima beatitudine del Vangelo è la beatitudine di Maria, «beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore».

Al termine Maria esplode con il cantico del Magnificat: questo è il suo Vangelo. Per dieci volte Maria ripete: è Lui! È Lui che guarda, è Lui che innalza, è Lui che riempie. È Lui, l'Onnipotente che fa grandi cose, che opera meraviglie.

Maria ed Elisabetta, donne dell'impossibile, annunciano un Dio accessibile a tutti, diverso da come l'avevamo immaginato.

                                                                                                                            don Franco Bartolino

Il Vangelo di questa domenica ci riporta nella sinagoga di Cafarnao, ove Gesù sta tenendo un lungo discorso sul pane della vita e, riferendosi al passo biblico relativo alla manna inviata dal cielo al popolo d'Israele nel deserto, applica a se stesso il contenuto del messaggio biblico dicendo: "Io sono il pane disceso dal cielo".

I presenti al sentire quest’ affermazione si domandano: come può costui affermare di discendere dal cielo? Non viene da Nazareth? Molti conoscono i suoi genitori; ricordano persino i loro nomi. Non è quindi possibile che egli venga dall'alto. Qui appare palese la difficoltà di una mentalità di ordine della natura, che non riesce a cogliere l’ordine dello Spirito, che è la comunione, la Figliolanza  e la relazione con il Padre e non la semplice natura umana.

Il problema è la divina umanità di Cristo. La legge è un dominio, è intoccabile, è di Dio, quindi qualcosa di sacro identificato con l’autorità. Cristo parte dalla relazione come l’unico ‘luogo’ in cui lo si può conoscere. E lo si conosce perché si è “attirati dal Padre” (Gv 6,44). Il termine attirare appartiene al mondo dell’amore.       

 È questo amore che attirerà questo dono. Il Padre che attira viene contrapposto all’autorità della legge. Cristo fa emergere un Dio che è Padre, che dona e che si dona ed è disceso dal cielo perché il Padre lo ha mandato. Perciò non si conosce Cristo senza il Padre e non si conosce il Padre senza il Figlio. La conoscenza è relazione d’amore. Fuori da questa relazione tutto diventa problematico, perciò criticano   e non accettano.

Non si colma l’abisso compiendo la legge. È il Padre che colma la distanza donando suo Figlio che nell’incarnazione ha assunto tutta l’umanità e ha superato l’abisso aprendo all’uomo la partecipazione alla vita divina. È la persona di Cristo che fa con noi ciò che il Padre fa con Lui.

 Non si tratta di fare qualcosa per tornare a Dio ma di accogliere Colui che il Padre ha mandato a   noi ed aderire a Lui che è il pane della vita. Non pane per la vita, ma pane della vita e  che vivifica.

Si mangia il pane vivificante e colui che lo mangia assimila la vita del Vivente, la vita come Amore.  E’ chiaro che se intendiamo l’Eucaristia solo una ‘cosa’ sacra, una presenza di Dio localizzata davanti alla quale ci troviamo e ci mettiamo in un atteggiamento religioso, si impoverisce il Sacramento e tutta la nostra vita spirituale ed ecclesiale, che crescono e si realizzano proprio nell’Eucaristia.
Noi siamo abituati che il cibo nutre il corpo, ma la vita divina che è l’amore, si nutre con l’amore.Cristo nutre, diventa questo pane che è dono. Il corpo assume, la vita divina si dona. Il corpo per vivere deve assumere, ma la vita divina si nutre  diventando dono.

 È un passaggio notevole, questa è l’Eucarestia. Non si può mangiare l’Eucarestia se non diventando ciò che si mangia.Si diventa parte dell’ umanità riconciliata nel Figlio con il Padre, si entra nella comunione del suo corpo. Si conosce il Padre da figli tessuti nel Corpo del Figlio insieme ai fratelli e alle sorelle. Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia e ci nutriamo del Corpo e Sangue di Cristo, non facciamo  altro che vivere la stessa esperienza del profeta Elia: ci lasciamo nutrire da Dio per imparare a nutrire i nostri fratelli e sorelle in umanità, di noi stessi… della nostra vita… del nostro sangue!

  Dovremmo più spesso fare memoria di quanto la sfida ci riguardi personalmente, fino a poter dire a nostra volta come discepoli e come Chiesa: «la mia carne per la vita del mondo»!

                                                                                                                           sr Annafranca Romano

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Nel nostro nome "Piccole Missionarie Eucaristiche" è sintetizzato il dono di Dio alla Congregazione. Piccole perchè tutto l'insegnamento di Madre Ilia sarà sempre un invito di umiltà, alla minorità come condizione privilegiata per ascoltare Dio e gli uomini.
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