Siamo in cammino, seguendo la strada che ci conduce a Betlemme. Camminiamo, non a testa bassa, anzi, con il diadema di gloria sul capo. Camminiamo  a passi fermi, sguardi alti, con abiti di festa: «rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre». In questo “per sempre”, sta la ragione della nostra gioia e del nostro canto: Dio è per sempre, ha deciso Lui di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno per manifestare  il Suo splendore in Cristo Gesù ad ogni creatura sotto il cielo (cfr. Bar 5,1-9).

Da allora, misericordia e giustizia hanno un volto e l’ho troviamo così simile a noi, al punto di non riconoscerlo, corriamo anche il rischio di non accoglierlo, confondendolo con un viandante, un peregrino, un marginale della strada...Ecco perché il Battista ritorna nella liturgia di oggi per ricordarci il cammino della conversione: «Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati»(Lc 3,1).

Se il profeta Baruc ha detto che Dio stesso ha deciso di spianare ogni alta montagna e colmare le valli, adesso tocca a noi: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! » Quasi a dirci che Dio ha fretta, corre veloce per venire al nostro incontro, vuole compiere in noi la Sua giustizia, offrendo ad ogni uomo la grazia di vedere con i propri occhi la Sua salvezza (cfr. Lc 3,1-6).

 Paolo ci ricorda appunto che la salvezza di Dio in noi è sempre “in atto”: «Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest'opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù»(cfr. Fil 1,4-6.8-11). Quindi è sempre Dio il grande protagonista di quest’opera, ma conta anche sulla nostra cooperazione, perché il giorno di Cristo Gesù non accada improvviso su noi e i nostri fratelli e sorelle. Ecco perché ci impegna nel vissuto del Vangelo, ormai speriamo di avere capito una vola per tutte che “nessuno si salva da solo”.

Un cristiano può dirsi cristiano proprio perché ha conosciuto il Volto della Carità, della Pace e della Giustizia. Chiediamo  ora, che veramente niente in noi sia di ostacolo al Vangelo di Gesù; chiediamo che la nostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, virtú e atteggiamenti tanto necessari nei giorni attuali.

Che il Signore ci conceda la gioia di vederlo più conosciuto e più amato:  ecco il frutto della giustizia, gemma preziosa di ogni credente innamorato di Dio, appassionato dell’umano, araldo della speranza!

                                                                                                suor Maria Aparecida

L’evangelista Luca in questa Prima domenica di Avvento, offre l'ultimo insegnamento di Gesù prima del racconto della Passione. Gesù, nel tempio, si rivolge a tutto il popolo e dice: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia...». Gesù cita il profeta Gioele, per descrivere l'arrivo del giorno del Signore. Sembra la fine del mondo invece è l'inizio di un nuovo mondo. Dobbiamo contestualizzare il versetto.

La comunità ecclesiale di Luca era in difficoltà: l'impero romano attraversava una crisi profonda e sembrava si stesse dissolvendo. La situazione era molto simile a quella che stiamo vivendo oggi: un'epoca di profondi cambiamenti, di fine impero. Il linguaggio è quello in uso all'epoca di Gesù, fatto d'immagini da interpretare correttamente, non da prendere però alla lettera.  A leggerlo bene è un messaggio di speranza che non spaventa ma, anzi, rassicura: tutte le strutture di potere prima o poi crollano ma la fede cristiana è protetta dal suo Signore.

Gesù invita a fare attenzione e dice: «State attenti a voi stessi». Letteralmente si traduce “guardate voi stessi”. La vita è l'occasione che c'è data per “guardare” dentro noi stessi e scorgervi le tracce di Dio. Egli continua a passeggiare per le nostre strade, ma non come crediamo o pensiamo noi, perché Dio non è mai come lo aspettiamo, «perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 56,8).

Ed infine Gesù esorta con queste parole: «Vegliate in ogni momento pregando». La grande tentazione è di addormentarsi, magari guardando al passato, dimenticando che il Signore c'incontra nel momento presente: vigilare è non perdersi un solo frammento di vita perché prezioso e irripetibile. Mi piace pensare che la storia sia colma di due attese: quella dell'uomo che attende il ritorno del Signore e quella di Dio che attende il ritorno dell'uomo. L'attesa dell'uomo però è scandita dal “kronos”, lo scorrere delle ore. Noi però possiamo trasformare questo tempo in “kairos”, colmandolo di noi stessi, della nostra consapevolezza di esistere, di amare, di operare, di sperare. Il Signore viene, ancora, per noi. Dio non si è ancora stancato dell'uomo e allora lasciamoci sorprendere dalla Sua fantasia.

                                                                                                            don Franco Bartolino

È la festa liturgica di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo, un titolo che forse può sembrare anacronistico eppure, se ci pensiamo, è il motivo per cui hanno ucciso Gesù, infatti c'era scritto sulla croce!

Parafrasando una pubblicità di qualche tempo fa, possiamo dire che “il nostro Re è differente”. È un Re talmente potente da lavare i piedi ai suoi discepoli e dare un boccone a chi lo stava per consegnare nelle mani dei suoi assassini. Facciamo fatica a seguire un Dio che rivela la sua regalità nell'amore, nel servire e non nella pretesa d'essere servito. Facciamo fatica, in fondo, perché l'idea di un Dio onnipotente, che amministra in maniera autoritaria la sua giustizia, è una distorsione mentale che continuiamo a portarci dentro mentre il nostro Dio è onnipotente solo nell'amore! Insomma il nostro Re non pretende nulla ma semplicemente mi ama di un amore folle perché lui è il Re dei perdenti, dei malati, degli ultimi, dei sofferenti. Il nostro Re è differente dagli altri re perché sa che l'amore o va fino all'estremo o non è amore.

«Dunque, tu sei re?» chiede Pilato a Gesù. Si caro Pilato, Lui è Re ma di un altro mondo. Il suo regno cambierà questo mondo. È uno strano Re Gesù che ha varcato solo una volta la soglia di una reggia ma per essere condannato a morte. I Re promulgano tante leggi, lui una sola: amatevi. Da qui però derivano due conseguenze. La prima è che se Gesù di Nazareth è davvero il nostro Re, lo dimostreremo una volta usciti dalle nostre chiese, donando un sorriso a chi incontreremo, stando vicino un malato, attento a chi ha bisogno in famiglia, a casa, a lavoro, a scuola, al mercato.

La seconda conseguenza è che se Gesù di Nazareth è il nostro Re allora noi siamo figli di un Re! Allora non siamo dei poveri sudditi che dobbiamo obbedire facendo penitenze e sacrifici per attrarre la sua benevolenza. Noi siamo la perla preziosa che è venuta a cercare. Siamo amati alla follia, perché siamo suoi figli. Se siamo figli del Re allora il potere, tra noi, sarà sempre e solo servizio e lo stile sarà sempre e solo all'insegna dell'amore. Se siamo figli del Re allora sappiamo che la storia finirà bene, finirà tra le braccia di Dio.

Fissiamo lo sguardo sulla croce, lasciamo spazio allo stupore e chiediamoci: davvero lo vogliamo un Dio così?

                                                                                                                       don Franco Bartolino

L’anno liturgico volge ormai al termine e questa tappa importante per noi credenti in Cristo ci serve da una parte per riflettere sulla fugacità e sull’importanza del tempo, da vivere come dono di Dio, e dall’altra sul nostro destino eterno. È significativo che in coincidenza degli sconvolgimenti terrestri ci sia annunciata la seconda venuta del Signore Gesù che radunerà le genti da ogni parte. Ciò ci deve convincere che i progetti e le opere di Dio hanno sempre e soltanto una finalità di salvezza per le sue creature. Egli non vuole spaventarci, preannunciandoci catastrofi e sconvolgimenti naturali; vuole piuttosto renderci attenti e vigilanti.

      Con un linguaggio dai toni accesi, per molti versi tipico della letteratura “apocalittica”, il Signore ci raggiunge per esortarci a quella vigilanza che, in modo più prolungato, sarà oggetto di meditazione nelle liturgie di Avvento. Non c’è qui la premura di incutere paura negli ascoltatori di ieri e di oggi, quanto la volontà di annunciare la manifestazione della signoria di Dio su tutta la creazione.

Per custodire la fiducia, Gesù ci invita a nutrirci della sua Parola, l’unica realtà che egli stesso definisce capace di reggere la sfida del tempo, di un’attesa che può divenire inquieta. Dio parla: si rende presente e ci fa udire la sua voce. I discepoli di Gesù non devono dunque chiedere “quando?”, ma devono piuttosto chiedersi se loro stessi saranno pronti ad accogliere quell’evento come salvezza, se saranno capaci di gioire davanti alla venuta del Figlio dell’uomo, se avranno saputo sperare con perseveranza in quell’ora: un’ora che è un segreto, perché neanche l’uomo Gesù la conosceva, e neppure gli angeli, ma solo il Padre.

Per questo i credenti dovranno imparare ad osservare la storia con spirito di discernimento, leggendo i “segni dei tempi”. La venuta del Figlio dell’uomo sarà come l’estate che i contadini sanno prevedere, guardando soprattutto la pianta di fico; così, se il credente saprà leggere la storia, aderendo alla realtà quotidiana della vita umana e ascoltando la Parola di Dio che sempre risuona nel suo “oggi”, allora sarà pronto per l’ora della venuta misericordiosa del Signore. Si tratta di vegliare, di restare vigilanti e desti.

Nello sconvolgimento della storia c’è una presenza di Dio tutta particolare che la orienta a una conclusione positiva, che supererà il male e potenzierà all’infinito il bene. Se gli ultimi tempi sono l’incontro della storia umana con Dio, non bisogna dimenticare che il Dio di questo incontro è quello che si è rivelato nella morte e resurrezione di Gesù. L’attesa della Parusia non è altro che l’attesa del Risorto e l’incontro con Lui sarà giorno di salvezza per tutti gli eletti dispersi che saranno radunati da ogni angolo della terra.          

  In questa domenica, con tutta la Chiesa siamo chiamati a metterci in ascolto della voce dei più poveri: sono anch’essi segno della presenza del Signore, il quale chiede alla sua Chiesa di divenire voce di chi non ha voce, di portare la parola di chi non è ascoltato da nessuno: viviamo insieme la “Giornata mondiale dei poveri” e diveniamo strumenti di misericordia nel nostro quotidiano, accogliendo, comprendendo ed amando tutti coloro che incontriamo lungo il nostro cammino.

                                                                                                            suor Annafranca Romano

La Liturgia di questa XXXII Domenica ci mette in contatto con due vedove povere: quella di Sarepta al tempo di Elia (1 Re 17, 10-16), e quella del Vangelo, al tempo di Gesù (Mc 12, 38-44)... Ambedue, figlie di una società che non  cambia! I poveri, e tra loro le vedove, continuano ad essere oggetto di spoliazione e di abbandono... lasciate sole a se stesse, avendo a che fare con la povertà per loro e per i loro figli... aspettando solo la fine : «Quella rispose: «Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po' d'olio nell'orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo».

Fortunatamente non così agli occhi di Dio! Ecco che questa vedova, abbandonata a se stessa con il suo bambino, è preziosa agli occhi di Dio, facendo di lei la testimone della Sua provvidenza e protezione. La sua miseria non ha cancellato in lei la capacità di accogliere, di ascoltare la necessità di un altro, anche lui obbediente a una Parola più forte di lui: «Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l'orcio dell'olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia».  

Non è differente quello che ci presenta il Vangelo di Marco, il quale evidenza con tanta maggiore chiarezza l’ipocrisia dei grandi, anche di coloro che “si servono” della religione, del culto... per arricchirsi o sentirsi “a posto”. La loro apparente grandezza si abbassa dinanzi a questa vedova che potrebbe passare inosservata se non fosse per gli occhi giusti di Gesù. È Lui che fa vedere la differenza tra i primi e questa vedova, che serve il Signore con una fedeltà incomparabile, con una fiducia incommensurabile:

«Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». E perché lo fa? Certamente perché ha saputo riconoscere nel Tempio, il Signore del Tempio, e nel tempo della sua povera esistenza, la provvidenza di Dio che non l’ha abbandonata nella sua povertà; anzi l’ha innalzata a punto di essere anche essa, ricordata di generazione in generazione, dovunque si legga questa pagina del vangelo.

Queste due donne, lasciate a margine della loro società, hanno lasciato nella Scrittura e nella storia il loro nome: “generosità”.  Sì, perché più che un nome, magari comune a tanti altri, queste due donne parlano a tutti attraverso la loro apertura di cuori  e generosità, attegiamento comune della loro vita. Questa è la grazia che riceve chi sa vivere la povertà come beatitudine, felice di dare anche quello che non ha... oppure l’unica cosa che pensa avere. In mezzo a loro due sta Gesù, il Sacerdote eterno (Eb 9, 24-28), «entrato nel santuario non costruito da mano di uomini. Entrato una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso». In un certo modo, quelle due vedove annunciano con la loro vita quello che Gesù farà per la vita di tutti, donando tutto se stesso!

Quante persone famose hanno oppresso generazioni con la loro inadeguata grandezza e sono scomparsi nel tempo, invece queste povere vedove sono messe come modello da imitare. Purtroppo anche oggi, tante altre vedove e poveri soffrono e hanno visto peggiorare la loro miseria a causa della pandemia! Saremo noi i profeti a andare loro incontro, a far venire fuori la loro immensa ricchezza interiore e ad essere per loro segni della Provvidenza di Dio?

Saremo noi oggi gli occhi attenti di Gesù, a innalzare queste vedove e questi poveri alla dignità di persone amate da Dio, degne di vita piena, testimone del Dio vivo e vero?

                                                                                                           suor Maria Aparecida Da Silva

 

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Nel nostro nome "Piccole Missionarie Eucaristiche" è sintetizzato il dono di Dio alla Congregazione. Piccole perchè tutto l'insegnamento di Madre Ilia sarà sempre un invito di umiltà, alla minorità come condizione privilegiata per ascoltare Dio e gli uomini.
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