Il brano evangelico di questa domenica, la guarigione dei dieci lebbrosi, è una epifania di particolare rivelazione in cui Gesù manifesta la sua signoria sul male e dunque la sua identità di Messia. Ci sono alcuni particolari del racconto dell’evangelista Luca, che ci permettono di raccogliere tutta la ricchezza del messaggio che contiene. Anzitutto il numero delle persone guarite, ben dieci, a differenza degli altri evangelisti che ci parlano della guarigione di uno o due lebbrosi.

Così tanti lebbrosi insieme ci rimandano al fatto che, secondo la Legge di Mosè, coloro che erano colpiti dalla lebbra dovevano starsene fuori dai villaggi e dalle città, in particolare per evitare ogni contagio, ma anche per segnare una distanza e una sorta di “condanna sociale”.

La malattia era ritenuta sostanzialmente una punizione di Dio e per questo sanzionata anche con l’espulsione dalla comunità. Dieci però è anche il numero della pienezza, quei dieci lebbrosi cioè rappresentano l’umanità intera, bisognosa di guarigione o meglio di “purificazione”, cioè di quella condizione che consentiva di entrare in relazione con Dio, di accedere al Tempio e alla vita religiosa, oltre che sociale.

Per questo solo il sacerdote poteva sancire l’avvenuta guarigione ed è questo il motivo per cui il Signore Gesù, accogliendo la loro invocazione di pietà, li invita ad andare proprio dai sacerdoti.

Ora, mentre i lebbrosi sono in cammino, avviene la guarigione, ma solo uno di loro, uno straniero, sottolinea l’evangelista, torna indietro per ringraziare e per lodare Dio.

È chiaro l’intento nel sottolineare che si tratta di uno straniero, ma questo ci fa riflettere su un altro aspetto, infatti Gesù gli chiede: «Gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?».

 E alla fine conclude con un’affermazione forte: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

 Dunque tutti hanno ottenuto la guarigione, uno solo la salvezza, a motivo della propria fede, ma si tratta di uno straniero. Chi dunque sa “vedere” l’opera di Dio e sa davvero “fare eucarestia”, cioè rendere grazie? Proprio colui che era considerato lontano da Dio perché straniero.

 In realtà questa “manifestazione” del Signore rivela che Dio non esclude nessuno e a tutti è possibile riconoscere, per fede, la sua opera nella propria vita. Anche a ciascuno di noi il Signore ripete: la tua fede ti ha salvato!

                                                                                   suor Annafranca Romano

 

 

Davanti alla realtà che stiamo vivendo sembra proprio che la Liturgia di questa Domenica ci presenti le domande  e le preghiere di tutti noi, attraverso la voce del profeta Abacuc (Ab 1,2-3;2,2-4): « Fino a quando, Signore, implorerò aiutoe non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!»e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità
e resti spettatore dell’oppressione?
Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese».  

Ma ancora  il Signore ci ricorda che il cristiano non è mero spettatore della Storia, anzi, proprio perché  cristiano deve “rimboccare le vesti e metterci  a servizio” del Regno (cfr. Lc 17,5-10) che tutt’ora soffre violenza in questo mondo violento. E non è da cristiani il piangersi addosso, poiché la Chiesa è un piccolo gregge o un semplice granellino di senapa, no! La fede ci dice che le promesse di Dio nella Storia, gravida del Suo Regno, si compiono sempre e non si inquadrano nei  calcoli umani che si lasciano impressionare solo quando vedono grandi risultati.

La fede della Chiesa e nella Chiesa è qualcosa di più grande perchè è dono dall’Alto, è forza dello Spirito, è speranza creatrice di un mondo in costante gestazione. «Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette,
perché la si legga speditamente.
È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede».

Ecco perché anche Paolo ricorda a Timoteo (cfr. 2Tm1, 6-8.13-14) e ad ogni credenti, la necessità di “ravvivare il Dono di Dio senza vergognarci di rendere testimonianza” ,  che è Lui, l’Unico Signore della Storia, anche se non sono pochi i signori nella Storia che si credono di essere dio.

Come servi inutili, perché sappiamo che tutto è Dono, chiediamo umilmente e saggiamente a Gesù che aumenti la nostra fede e custodisca la nostra speranza, affinché, con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi,  possiamo darci da fare per sprigionare l’Umanità rigenerandola con “la fede e la carità che sono in Cristo”.

 «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.

Il capitolo sedici del Vangelo di Luca, è dedicato al problema dell'uso della ricchezza. Gesù si rivolge ai discepoli con una parabola imbarazzante: parla di un amministratore, un padrone e una truffa con tanto di elogio del truffatore. 

L'amministratore non si è rassegnato e di fronte all'incubo di perdere lo status sociale acquisito, ricorre a un meccanismo finanziario che lo penalizza temporaneamente, ma che gli permette di sanare i bilanci e di mantenere l'incarico. Davanti a un problema, ha trovato una soluzione creativa: rinuncia, al proprio guadagno pur di salvare il posto. «Il padrone lodò quell'amministratore disonesto». Questa frase, a ben pensarci, è evangelicamente senza senso. 

Nel momento in cui ha sbagliato, si accorge degli altri e li aiuta. Ecco la soluzione creativa: farsi degli amici che lo possano aiutare quando ne avrà bisogno. Quando qualcosa non funziona, è inutile insistere, illudersi, bisogna semplicemente cambiare e davanti ad una situazione difficile, troviamo una soluzione creativa, invece di perdere tempo a piangerci addosso. 

Gesù non sta proponendo quest'amministratore come modello di disonestà, ma come esempio di astuzia. Sul finale, però, un'amara constatazione: «I figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce». Il discepolo dovrebbe avere la stessa energia, passione e ingegnosità dell'amministratore per annunciare la bella notizia. 

Gesù stesso commenta la parabola: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne». E saranno proprio questi amici che ci accoglieranno nella casa del cielo. In questo sta la grandezza dell'amministratore: rinunciare ora a qualcosa per investire nel suo futuro. 

L'amministratore fa verso i debitori ciò che Dio fa verso l'uomo: rimette i debiti. Certo, l'amministratore è misericordioso per necessità, per furbizia, Dio invece no, Egli pone sempre al primo posto la felicità dell'uomo, non guarda alla mia fedeltà ma alla mia felicità. 

La liturgia di questa domenica ci propone una bellissima e lunga meditazione sulla misericordia di Dio, con tre letture che sviluppano questo tema. Il Vangelo, in particolare, nel capitolo di Luca, che parla della misericordia con tre parabole: quella della pecorella smarrita, della dramma perduta e del figliol prodigo. Esse ci dimostrano che il nostro non è un Dio inflessibile, rigido, non è un giudice spietato, ma un Padre misericordioso, ricco di bontà, d’indulgenza, desideroso di salvare tutti i suoi figli. È il cuore di Dio che si china sulla miseria umana, quella di ciascuno di noi. Nel perdono accolto da Dio acquistiamo dignità e valore, lo sguardo misericordioso del Padre può cambiare la nostra vita.

Essa è un cammino di liberazione verso questa ricchezza, perché la libertà non sia fonte di peccato. Il perdono non è riparazione di un guasto, è fare un passo in avanti nell’accoglienza totale di Dio e dei fratelli, è requisito fondamentale di una relazione sana, condizione del nostro crescere in umanità nella fedeltà all’Amore.

È convertirsi allo stile di Dio! I testi biblici ci dicono: non abbiate paura del Dio che perdona, egli non ci cancella dal suo cuore, ci cerca senza chiedere nulla in cambio. Siamo figli perdonati!

Questa accorata parabola di Gesù descrive ai suoi ascoltatori il cuore dell’uomo davanti a Dio, suo Padre. Da Adamo ed Eva, che nel giardino si nascosero dopo il peccato, sino alla nostra vita presente, ogni uomo vuole affermare se stesso a prescindere da Dio. Il figlio minore si appropria di beni che, di diritto, gli spettano dopo la morte del padre; anticipa con la sua volontà l’ultimo distacco, e va lontano da lui, presumendo che la vita sia bella solo quando viene vissuta con le proprie forze, la propria volontà, le proprie scelte.

Ma una vita così genera solo fame: di pane, d’amore vero, della propria figliolanza. Il figlio, rendendosi conto di aver perso la sua dignità e la sua identità, si propone di tornare da suo padre con il desiderio di essere un servo fra i servi. Ma il padre, che ha sofferto la sua distanza e atteso il suo ritorno, corre ad accoglierlo, lo abbraccia, lo bacia, gli dona i suoi beni e lo riconosce figlio! Un figlio che era morto ma è tornato in vita. Il figlio maggiore, obbediente come un servo nei confronti del padre, alla notizia del ritorno di suo fratello si indigna, non vuole partecipare alla festa. Anch’egli si ritira dalla dignità e dalla identità della sua figliolanza…

Questi figli vivono dentro di noi e la parabola interpella la nostra libertà: vogliamo partecipare alla festa dei perdonati dal Padre, di coloro che realmente sono amati da Lui, resi figli soltanto per suo dono e per la sua misericordia senza limiti?

Gesù vuole aprire il nostro cuore alla misericordia, non soltanto in modo passivo, ma anche attivo, invitandoci a praticarla nel nostro quotidiano cammino.

Chiediamogli la grazia di corrispondere al suo desiderio e di accogliere in noi questa gioia della misericordia divina, non solo per noi stessi, ma anche per quelle persone che riteniamo indegne, certamente amate dal Padre celeste, che vuole la salvezza di tutti.

                                                                                                                                    sr Annafranca Romano

Se nella Liturgia di Domenica scorsa il Signore ci ha proposto di eseguirlo nel cammino dell'umiltà (cfr. Lc 14,1.7-14) oggi ci chiede di essere uomini e donne liberi, incluso negli affetti più legittimi: "Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo" ( Lc 14, 25-33). Disumano il Signore? No! Lui sa che ogni affetto trova la sua radici vera in Lui stesso. Anche Lui ha scelto di vivere gli affetti in un contesto familiare a Nazaret e per 30 anni!
 Ma oltretutto, Lui stesso lo sa che l'opera del Regno di Dio è cosa seria, e non ammette fallimenti, nonostante il suo carattere di piccolezza, debolezza, nascondimento e morte, come il seme. Ecco perché seguirlo, necessariamente ci rendi consapevoli di abbracciare decisamente la croce e portarla con amore e fedeltà.
È solo nella consapevolezza di essere discepoli che camminano dietro al Maestro, a renderci uomini e donne liberi, capaci di umana fraternità. 

Ecco allora il senso dell' atteggiamento di Paolo, che dopo avere conquistato a Cristo Onesimo, lo schiavo, lo invia come uomo libero,  desiderando di liberare dalla schiavitù del potere e della cultura discriminante del suo tempo anche il cuore di Filemone, suo padrone. Anzi, Paolo ci dà ancora una volta, la dimostrazione concreta dell'essenza dell'essere cristiano: essere una cosa sola in Cristo. "Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso" (Fm 9b-10.12-17).
Quanta umanità troviamo in queste parole accompagnate dalla concretezza della fede!
Quindi, seguire Gesù, non solo ci rendi liberi ma ci rende umani, dotati di  saggezza, prudenza e senso della vita e della storia. 
Aveva già ragione l'autore del libro della sapienza, quando, constatando la bellezza del Creato e  la vita dei giusti, ha capito che tutto ha la sua fonte e sostegno nella Sapienza Divina che regge ogni cosa in ogni tempo.
"Chi avrebbe conosciuto il tuo volere,
se tu non gli avessi dato la sapienza
e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?
Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza"(Sap 9,13-18b).
E non è Lui, Il Figlio di Dio, fattosi figlio dell'uomo, nostro Signore e Mestre, la Sapienza Eterna, che vogliamo amare e seguire?

suor Maria Aparecida

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