Il testo, che la quindicesima domenica del tempo ordinario propone alla nostra riflessione, è quello del “Buon Samaritano”, parabola molte volte spunto di meditazione e condivisione per tutti noi. È un testo di importanza fondamentale, perché “testamento spirituale” di Gesù.

Questa parabola ci indica il modo con cui vivere concretamente il comandamento dell’amore: amando in modo totale, come si ama se stessi, consapevoli che l’amore di Dio è per tutti. Il rischio talvolta è quello di confondere la conoscenza della legge, con la sua applicazione. Oggi il Signore, ancora una volta, ci indica in quale modo farsi “prossimi”, essere testimoni veri di carità, ministri dell’amore.

La risposta che Gesù offre al dottore della legge, che sente di essere così coerente con i testi sacri, lascia intravedere l’importanza di non fermarsi alle belle parole, ma di trovare la forza di divenire operatori di carità, espressione concreta di amore verso coloro che sono nel bisogno. Non c’è titolo, qualifica che definisce colui che si fa “prossimo”.

 Il samaritano, considerato un miscredente, è disprezzato dagli ebrei. Gesù, nel suo racconto, non sceglie, come figura che si ferma a soccorrere il povero ferito, un fariseo osservante, un sacerdote o un levita, ma un samaritano, nella cultura comune non degno di considerazione. E’ un messaggio importante, perché la prossimità è di chi è capace di gesti concreti d’amore; non appartiene a categorie particolari.

Il Signore chiede allo scriba di convertire il suo cuore e di trasformare la sua teoria in pratica. È la stessa domanda che oggi il Signore rivolge a ciascuno di noi.

Il samaritano non si è chiesto chi fosse il ferito, il suo aiuto è disinteressato, generoso e concreto. Il prossimo da aiutare non si può definire, è colui che incontri nella tua giornata e che ha bisogno di sostegno. La domanda da porsi è se nel nostro cuore vi sia realmente spazio per la prossimità verso i fratelli nel bisogno, chiunque essi siano, qualunque sia la loro provenienza e il bisogno espresso.
          Il samaritano è in viaggio, sta compiendo un cammino; passa accanto, non distante dalla persona ferita, e la guarda con gli occhi del cuore, si accorge di lei e condivide la sua sofferenza, non resta impassibile di fronte al bisogno, si lascia coinvolgere: “Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita”.

 Il farsi vicino non è per nulla facile, perché richiede un cuore che desidera educarsi alla povertà, che si apre e accetta la propria e altrui sofferenza. Fasciare le ferite diventa il primo atto di misericordia che risponde al bisogno immediato, alla richiesta di aiuto e che esclude qualsiasi domanda razionale: il fratello è nel bisogno ed io rispondo con un gesto di carità. L’atto successivo è quello di farsi carico del proprio fratello, di essere strumento concreto perché egli possa rimettersi in piedi e camminare spedito.

“Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo” (Misericoridiae vultus, n. 15).

                                                                                                                                                                                  sr Annafranca Romano

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