Fratelli, siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari.
Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio.
Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti. (1Ts 2,7b-9.13)

Questa premura, questo affetto umano e spirituale di cui parla Paolo ai Tessalonicesi è solo uno specchio lontano della premura con cui Dio da sempre ha avuto con l’opera uscita dalle sue mani, specialmente con ogni essere umano, di cui Israele è esempio di grazie e di elezione. Ma cosa accade dentro l’essere umano, e addirittura, dentro il cuore degli eletti, da non riuscire a corrispondere con gratitudine e amore alla scelta di Dio?

E poi, non possiamo più nascondere a noi stessi che l’ingratitudine e la mancanza di riconoscimento di un Dio che si comporta sempre da Padre, si riversa nell’odio e nell’indifferenza verso gli altri, da non riconoscerli come fratelli e sorelle. « Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro, profanando l’alleanza dei nostri padri?» (cfr. Ml 1,14b – 2,2b.8-10).

Il monito della Liturgia di oggi intanto, è soprattutto rivolta verso coloro che hanno la responsabilità di essere i messaggeri, i sostenitori e difensori dell’amore di Dio per il popolo, quelli di ieri come quelli di oggi.

Allora, più che moltiplicare le parole, mettiamoci davanti al Dio del cielo  e della terra e con cuore contrito e umiliato, chiediamo perdono e grazia, chiediamo quell’umiltà che è l’unica verità di cui ogni razza, popolo e nazione ha bisogno per reincontrare la pace che è frutto di giustizia, ovvero: il riconoscimento della dignità di ogni essere umano come figlio e figlia del Dio Vivo.

 «Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato»(cfr. Mt 23,1-12).

                                                                                                              suor Maria Aparecida Da Silva

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