Dopo il lungo silenzio per lo stupore e la meraviglia accaduti nel pieno della settimana detta “santa”, esplode il grido di gioia del nostro cuore che proclama: “Cristo è veramente risorto!” (Lc 24,34). Una notizia strabiliante, travolgente che ridona senso alla nostra esistenza e alla nostra vicenda terrena. Oggi è la domenica per eccellenza, il giorno dell’incontro, il giorno della festa.

Protagonista del Vangelo odierno è Maria Maddalena; ella aveva sperimentato già tante volte la bellezza della presenza di Gesù nella sua vita ed il suo era stato un incontro così intenso, tanto da cambiarle totalmente l’esistenza. Questo incontro lei non lo aveva dimenticato mai più! Ella ha accompagnato il Maestro lungo la via che conduceva al Calvario: è stata sempre presente, non ha voluto lasciarlo mai tanto che nemmeno la morte del suo Signore aveva potuto mettere fine all’ammirazione e all’affetto che aveva per Lui. Così, di buon mattino, (v. 1) quando ancora era buio fuori e dentro di lei, si reca al sepolcro con oli aromatici per profumare il corpo del Signore. Finalmente era finito il giorno di sabato in cui era proibita qualsiasi attività e la possibilità di compiere lunghi tragitti e, appena spuntato il giorno nuovo, il pensiero del Maestro spinge la Maddalena a superare qualsiasi pericolo della notte…ma, arrivata al sepolcro, scopre che la grossa pietra è stata rotolata via… Un dubbio le sorge subito in cuore: il maestro, dove sarà? D’improvviso si accorge di aver perso proprio tutto, pure il corpo del suo Signore su cui piangere e ne dà l’allarme a Pietro (già capo degli apostoli) e a Giovanni, il discepolo prediletto (v. 2).

Tutti corrono di nuovo al sepolcro, ognuno cede il passo all’altro, ma tutti, nell’entrare, vivono lo stesso sgomento: il Signore non c’è più… Ed è proprio qui che allora entra in gioco la Parola del Maestro che riaffiora nel loro cuore: e credettero (v. 8)!

A volte, il sepolcro è nascosto dentro di noi e una grossa pietra tiene chiuso il nostro cuore in una stretta morsa e spesso, in questo sepolcro interiore il Signore non ha più dimora in noi perché la nostra fede vacilla e stenta a credere che la presenza di Dio in noi è sempre viva e reale… magari non fisicamente, come vorremmo noi, ma in un’altra dimensione, quella sacramentale, quella dell’Eucaristia: Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20).

Ritorniamo con la nostra mente e soprattutto con il nostro cuore al luogo del nostro incontro con il Signore, come Maria Maddalena, corriamo di buon mattino nel silenzio, nel buio del dubbio anche, ricordiamo le Parole del Maestro che ci parlano di risurrezione, di vita nuova, di esistenza ricca di significato. Volgiamo a lui il nostro cuore, smettiamo di rincorrere gli innumerevoli idoli che il mondo ci propone come possesso della vera felicità, riconosciamo negli umili segni del pane e del vino la presenza di Cristo in mezzo a noi e apriamo il nostro cuore alla vera gioia, quella eterna, quella che non tramonta, quella che ci fa gridare con certezza: CRISTO E’ RISORTO, ALLELUIA!

suor Simona Farace

Con oggi, Domenica delle Palme, entriamo nella settimana più importante dell’anno, tanto importante da essere definita santa e con essa il cammino della Quaresima raggiunge il suo vertice, questa è la settimana che celebra la storia della nostra salvezza attraverso la Passione del Signore; ripercorreremo il dramma della sua passione, della sua morte e della sua resurrezione per la nostra salvezza.

In questa settimana che inizia siamo invitati a sincronizzare il nostro cuore e le nostre vite con questi eventi. In queste settimane abbiamo cercato di accompagnare Gesù nel deserto, di innalzare lo sguardo verso il Tabor, verso lo splendore di Dio, lo abbiamo seguito inquieti nella cacciata dei mercanti dal tempio e con Nicodemo abbiamo scoperto la necessità di rinascere dall’alto. Oggi, insieme alla folla esultante, accompagniamo la sua entrata trionfale a Gerusalemme.

La liturgia di questa domenica apre le celebrazioni pasquali e in essa siamo invitati ad ascoltare il racconto doloroso della passione che con l’evangelista Marco dà risposta definitiva alla domanda che ha guidato tutto il suo vangelo: Chi è Gesù? Anche noi ancora una volta oggi dobbiamo porci questa domanda, con verità, per non ritrovarci ad essere contraddittori come la folla che mentre lo ha acclamato esultante all’ingresso della città poi lo ha condannato alla crocifissione. Nella lettura del testo odierno sarebbe bello e fruttuoso poterci mettere nei panni e contemplare le caratteristiche di tutti i personaggi del racconto. Potremmo così essere i timorosi discepoli che fuggono, o le donne che seguono Gesù fino alla fine… Potremmo partecipare a conficcare i chiodi nel corpo del Maestro oppure donargli sollievo per qualche istante prendendogli la croce come il Cireneo.

Chiediamo al Signore di concederci la grazia di vivere questo tempo in un profondo raccoglimento interiore, di disporre Lui stesso il nostro cuore ad accogliere ogni esperienza di sofferenza come un’occasione privilegiata per poterci unire sempre di più Lui, di donarci quell’abbandono fiducioso di chi si affida nelle mani del padre, sicuri che l’ultima parola non sarà quella della morte, ma la gioia e il trionfo dell’amore.

sr Maria Assunta Cammarota

All’inizio di questa pericope evangelica di Giovanni c’è una richiesta esplicita mossa da alcuni greci che si trovavano alla festa, di voler vedere Gesù. A questa richiesta segue un veloce passa parola fino a Gesù.

Sono cauti i discepoli con questi stranieri che cercano di vedere Gesù e lo stesso Gesù riporta i discepoli su un’altra dimensione. Non è interessato a chi lo vuole vederlo, lui è già proiettato oltre la morte che lo attende, questa morte è l’epifania suprema dell’amore di Dio. Per comprendere Gesù, lo sguardo deve partire dal basso, dalle cose della terra, della vita, del quotidiano, dal procedere della natura. Guardare il chicco di grano e la sua storia, scegliere cioè tra il coraggio di andare sotto terra e il rimanere solo, senza sofferenza magari, ma anche senza frutti. La glorificazione del figlio dell’uomo consiste in questa scelta di passare sotto terra morendo per produrre molto frutto, perché la vita ha senso finchè si dona, finchè si spende, finchè si moltiplica.

Siamo tutti coinvolti in questo gioco d’amore, tutti quelli che vogliono seguire Gesù, non c’è spazio per l’auto conservazione ma solo per una donazione totale. Questo comporta l’amare la vita più della propria vita e fare in modo che essa vada oltre noi per diventare eterna. Morire per portare frutto significa accettare quel doloroso passaggio di annientamento, nascondimento per fare spazio ad una essenzialità trasformante. Il miracolo della vita nuova inizia proprio sotto terra in quel piccolo seme che diventando germoglio annuncia una vita che sembrava perduta. “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

Vivere i tempi di silenzi e deserto, di lotta, incomprensione e morte come tempi fecondi. E a questo sguardo che forse Gesù vuole preparare i discepoli, quando la sua morte sconvolgerà la loro vita, porterà via ogni certezza, ucciderà sogni e speranze, allora dovranno ricordarsi del chicco di grano e comprendere che solo l’amore è il senso del tutto e dà senso a tutto. Già da qui inizia l’innalzamento: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Neanche per Gesù questo è un passaggio indolore: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora”!  Gesù vive fino in fondo la propria scelta e la propria adesione ad una volontà di bene. Guardando a Lui e con Lui potremmo anche noi essere servitori della vita e portatori di resurrezione.

suor Giuliana Imeraj

Il vangelo di questa quarta domenica di Quaresima ci propone il colloquio di Gesù con Nicodemo, incentrato sulla necessità dell’esaltazione del Figlio dell’uomo e della nuova nascita per l’uomo che vuole entrare nel regno di Dio. Gesù parla di nascita dall’alto, da acqua e da Spirito, alludendo al mistero del Battesimo e del dono dello Spirito, che ci fa nuove creature.

Se Dio conosce le nostre sofferenze non è solo perché le vede in noi, ma perché le sente sue e la salvezza che ci dona è proprio quella di farci vivere quella sofferenza nell’abisso dell’amore, che costituisce la rivelazione suprema della realtà di Dio. Come il serpente di bronzo innalzato nel deserto recava guarigione a coloro che lo guardavano, così sarà di Gesù quando sarà innalzato sulla croce. Egli vuole introdurre Nicodemo, e con lui ciascuno di noi, al mistero di Dio e del suo immenso amore per l’uomo, che proprio in Lui riceve il suo sigillo definitivo. E’ la gloria di un amore che rimane libero nel suo dono proprio quando è rifiutato.

L’innalzamento della croce mostra la reale discesa di Dio fino all’uomo, che lo tradisce e lo calpesta. Proprio perché Gesù custodisce la sua divinità nell’essere calpestato, rivela tutta la potenza di un’umanità che è irraggiamento dello splendore di Dio. Così anche per noi, non esiste altro modo di salire a Dio se non quello di discendere, perché risplenda il suo stesso amore.

Quando dalle labbra di Gesù ascoltiamo risuonare quel “bisogna”, dobbiamo intendere che si tratta di un evento che non è alla nostra portata, che non risponde alle nostre attese, che non avremmo mai immaginato perché comporta la rivelazione di un segreto di Dio, nel senso che caratterizza l’intima vita di Dio e quindi quella dei suoi figli. Se Gesù deve essere innalzato e deve morire in croce, non è solo in ragione del peccato dell’uomo, ma della manifestazione del segreto della vita divina, che a tutti verrà comunicata in modo da vivere di quella pienezza che appartiene solo a Dio.

L’esperienza della fede conduce al dono di sé, come conseguenza della vita nuova. Gesù vuole introdurre Nicodemo al mistero di Dio e del suo immenso amore per l’uomo, che proprio in Lui riceve il suo sigillo definitivo. Per dare salvezza deve essere innalzato. Questo particolare nasconde la modalità della rivelazione di Dio e costituisce per l’uomo l’accesso alla sua rivelazione.

E’ da quell’altezza che ci viene la vita eterna, perché si rivela in tutto il suo splendore l’amore del Padre per l’uomo. La rivelazione dell’umanità, come luogo dello splendore di Dio in questo mondo, non può che venire dall’alto. In Gesù, Dio ha fatto dono di sé all’uomo e in quel dono l’uomo può ritrovare la bellezza della sua umanità.

Il nostro cuore, tempio o mercato? Potrebbe essere questa la domanda che sorge nel nostro cuore in questa terza domenica di quaresima. L’evangelista Giovanni, infatti, ci mostra fin da subito l’alternativa: noi o Dio? In che senso? Già al v. 13 leggiamo il termine “la Pasqua dei Giudei”, ma nella Scrittura si parla della “Pasqua del Signore”, è Lui che passa nella nostra vita, mentre i giudei ne avevano fatto un affare proprio, la loro pasqua…. Forse non vivono più la salvezza come dono, ma come evento che loro stessi possono governare. Allora si perde il significato religioso di incontro con il Signore e si inizia a mercificare il culto ecco perché troviamo venditori vari e cambiavalute (v. 14).

Dinanzi a tale situazione Gesù, per il forte zelo che lo divora (v. 17), con una cordicella scaccia tutti dal tempio: immagine tipica del ritorno del messia ricordando che l’amore non è qualcosa che si può comprare, barattare, vendere ma che l’essenza stessa dell’amore è la gratuità del dono.

Allora c’è bisogno di comprendere che non è il tempio di mattoni il centro per incontrare il Signore, ma il nuovo santuario che è Cristo stesso (v. 19) e in Lui tutti noi che con il battesimo siamo diventati figli nel Figlio (Gal 4,4). Questo è il messaggio sconcertante di questa domenica: ognuno di noi è tempio vivo della presenza del Signore, in ognuno di noi abita il Signore che vive sempre con noi.

Questo, però, richiede da noi una risposta di fede, di affidamento che nasce dal rapporto che Dio in Gesù Cristo instaura con ciascuno di noi venendo ad abitare in noi. La fede, una risposta di affidamento alle mani di Dio e non solo adesione a precetti e dogmi. Una fede non basata quindi sul miracolistico come coloro che subito dopo seguono Gesù (v. 23) perché vedono segni: di questi il Signore non si fida (v. 24), ma una fede di risposta al dono che il Signore ci fa della sua presenza.

Allora non facciamo del nostro rapporto con Lui un luogo di mercato in cui tanti parlano ma non si riesce a distinguere il messaggio, ma curiamo il nostro santuario interiore per ascoltare la sua Parola, per accoglierla e per metterla in pratica perché suoi discepoli.

suor Simona Farace