La Liturgia odierna mette in luce un aspetto fondamentale della carità cristiana: il perdono. Gesù, conoscendo quanto sia difficile alla natura umana metterlo in pratica, propone l'esempio di Dio Padre, che perdona sempre e con generosità il peccatore che si pente.

Gli ebrei dell'Antico Testamento già conoscevano il dovere del perdono. Nella prima lettura è riportato uno dei testi più significativi in cui viene indicata al popolo la necessità di perdonare i propri fratelli come condizione per poter ricevere il perdono di Dio: «Perdona l'offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Se qualcuno conserva la collera verso un altro uomo, come oserà chiedere la guarigione al Signore?» (Sir 28,2-3).

Ciò che non era chiaro ai Giudei era la misura del perdono: quante volte bisognava perdonare al prossimo? Su questa base possiamo comprendere la domanda di Pietro a Gesù. L'Apostolo propone di perdonare un numero di volte che gli sembra enorme: fino a sette volte. La risposta di Gesù, invece, va oltre ogni limite e misura: bisogna perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22), ossia sempre.

Per rendere più comprensibile il suo insegnamento, Gesù lo illustra con la parabola dei due debitori. Un servo era debitore verso il suo padrone di una somma ingente. Non avendo come pagare il debito, supplica il padrone di aver pazienza, di dargli tempo, pur sapendo che la vita intera non sarebbe bastata per risarcirlo. Il padrone, mosso a compassione, non si limita a concedere una proroga al pagamento, ma glielo condona totalmente. La lezione è chiara: se Dio non interviene a perdonarci, da soli non riusciremo mai a pagare i nostri debiti e a conquistare la salvezza eterna.

 La parabola racconta, inoltre, che all'uscita il servo trova un collega che gli doveva dare solo una piccola somma. Dimenticando la grazia ricevuta dal padrone, lo afferra per la gola e gli dice: «Paga quel che devi!».            

 E, nonostante questi lo supplicasse di avere pazienza, «non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito» (ivi, 30). L'incredibile durezza di cuore del servo che, per un’esigua somma di denaro, fa gettare in prigione un suo collega, fa intuire una verità profonda: l'uomo non sa perdonare i piccoli torti ricevuti dal suo simile e dimentica facilmente i grandi debiti che Dio gli ha condonato.

La lezione fondamentale della parabola la troviamo nelle parole proferite dal padrone al servo malvagio: «Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?».

La motivazione profonda per cui dobbiamo perdonare il prossimo è che Dio ha perdonato a noi, tenendo presente che il suo perdono non conosce condizioni, non si ferma davanti a nessun peccato e non esclude nessun peccatore.  Anche il nostro perdono deve estendersi a tutti, perfino ai nemici e a coloro che ci odiano. Dobbiamo perdonare, imitando Gesù che, mentre sulla croce soffre il martirio dell'umana ingratitudine, si rivolge al Padre e lo supplica di concedere il perdono ai suoi crocifissori, perché non sanno quello che fanno.

Il senso della parabola è che Dio perdona gratuitamente il peccato a chi glielo chiede, dimostrando una benevolenza assolutamente disinteressata. L’uomo deve imparare a perdonare i propri fratelli perché per primo ha fruito del perdono di Dio.

Non c’è relazione umana, per piccola che sia, che non possa trovare un miglioramento attraverso la riconciliazione e il perdono. La spirale della violenza invoca l’amore cristiano.

Il sottofondo di comprensione della parabola è la fede, la coscienza dell’alleanza con Dio e ci viene rivelata proprio nel perdono del peccato, nella capacità di vivere in comunione con Lui.

Trasformaci, Signore, in canali sempre aperti, che ricevono e donano; rendici come fontane, capaci di lasciar prendere a coloro che chiedono. Che l’amore ricevuto ci renda capaci di amare.  Che la misericordia ricevuta ci renda capaci di misericordia. Che la salvezza ricevuta ci renda uomini e donne capaci di far gustare il perdono. Amen.                                                                                                                                                 

  sr Annafranca Romano

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