La terza domenica di Avvento è caratterizzata dal tema della gioia, che dovrebbe trasparire nel vissuto del cristiano: non perché non senta più la sofferenza, ma perché sa che il Padre lo ama, fino a dare    il suo Figlio.

La nostra gioia nasce dall’esperienza che facciamo di Dio nella nostra vita quotidiana, nelle nostre relazioni, nel contesto concreto in cui viviamo, nel dare ragione della speranza che è in noi. Questa speranza che fonda la nostra libertà è data dalla consapevolezza di essere amati.

Il colore rosaceo dei paramenti cl ricorda che il tempo dell’attesa sta per trasformarsi nella luminosità della venuta del Signore, che prende dimora in mezzo a noi. Gesù risponde al Battista e a noi  rimandando alle sue opere. La salvezza è accoglierlo così come si rivela, senza pretendere di conformarlo   ai nostri desideri. Il Signore ci invita a uscire dall’ambiguità e a verificare la nostra posizione nei suoi confronti.

Il Regno di Dio si scontrerà sempre con il mondo e sempre apparirà fragile, sebbene tracci nel deserto interiore dell’uomo una strada verso la salvezza. La pazienza, pertanto, si apre alla beatitudine per chi non si scandalizza della debolezza con cui il Regno di Dio si presenta. La domanda del Battista in carcere è salutare, perché manifesta l’inconsistenza delle sue attese e lo apre all’ascolto di ciò che l’altro dice.

La vera gioia, a cui oggi siamo chiamati, è quella di non scandalizzarci di Gesù, che viene in modo diverso da come lo attendiamo.

Giovanni non è un maestro di certezze, ma un ricercatore della verità, che si pone in questione e    si mette in ascolto. E’ la grandezza elogiata da Gesù: il suo essere uomo autentico, che vive ciò che professa, interroga il Signore e attende una risposta.

Il Signore risponderà sulla croce, dove appare come mite, ma allo stesso tempo tanto forte da portare su di sé ogni violenza del mondo, senza restituirla, che ci rende grandi nel Regno  dei  cieli,        benché piccoli e poveri davanti agli uomini.

Contemplando il crocifisso-risorto il nostro cuore si apre profondamente alla gioia, la nostra pazienza trova il suo frutto, la nostra attesa ottiene la risposta, perché contempliamo la nostra cecità guarita, la nostra sordità sanata, il nostro essere muti, aprirsi al rendimento di grazie.

Quando S. Paolo esorta i credenti:” Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie”, presenta la fede nel Signore Gesù come esperienza di letizia. Chi ha percepito l’amore di benevolenza di Dio sul mondo, diventa capace di accoglierlo nella preghiera.

Chi prega in sincerità ritroverà la libertà interiore che gli permette di essere lieto e vivere in rendimento di grazie. Ma la letizia che fa vivere è quella che germoglia, come dice il profeta Isaia, dall’incontro con colui che scopro essere il mio Salvatore, col quale attraversare dolori e fatiche.

Il Battista, rispondendo a coloro che gli chiedono conto della sua identità, non si dà un nome suo, ma si definisce in rapporto a Cristo” voce che grida” o “amico dello sposo”.

Le persone più vicine a Cristo sono quelle che lasciano che il Cristo traspaia in loro e proprio   questo costituisce la loro identità, nella quale leggono e comprendono la loro storia.

                                                                                                                                                                     suor Annafranca Romano

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