Il vangelo di questa sesta domenica del Tempo Ordinario ci porta ai piedi di Gesù dove si trova la condizione umana più disperata per un ebreo. E’ un lebbroso ad avvicinarlo, a supplicarlo in ginocchio di liberarlo, di purificarlo.

Gesù ha appena lasciato la città di Cafarnao per recarsi in Galilea quando incontra la più temuta delle malattie, la lebbra, il male che per gravità superava gli spiriti immondi. Per comprendere questa richiesta così singolare che non è di guarigione, bensì di purificazione, occorre considerare prima la questione dell’impurità. La lebbra era ritenuta un castigo, il frutto di una maledizione. Il malato era costretto ad andare in giro gridando: “impuro, impuro!” e doveva portare abiti strappati e capelli disciolti.

Il lebbroso, impuro, doveva vivere emarginato dalla società civile, allontanato dalla famiglia e dalla sua comunità, escluso dal lavoro e dal culto, non solo per paura del contagio, ma anche perché giudicato peccatore e colpevole del suo male. Non solo il suo corpo veniva tremendamente sfigurato, ma la sua stessa identità era annientata dalla malattia. Si trattava di una sofferenza che colpiva l’uomo sia a livello fisico che sociale.

Quest’uomo, malato e peccatore, si getta ai piedi di Gesù, pieno di speranza in lui che sicuramente potrà aiutarlo. Questo primo movimento verso il Signore è un vero e proprio atto di fede perché implica il riconoscimento di un Dio che salva. Il lebbroso, nella sua disperazione, prova ad oltrepassare la soglia che lo separa dagli altri e che forzatamente lo tiene lontano da Dio.

La risposta di Gesù è immediata e parte dalle sue stesse viscere: ‘profondamente commosso’ si fa vicino alla sofferenza dell’uomo ‘soffrendo con’ lui, stende la mano fino a toccarlo il lebbroso, superando lo sbarramento che la società e la religione avevano imposto. Toccando lo scomunicato, improvvisamente si ristabilisce una relazione con Dio, che annulla le distanze tra il puro e l’impuro e svela agli occhi del mondo il volto del Signore che, ben lungi dall’essere lontano dal peccato e dalla morte, è invece accanto a noi, anzi così vicino, da toccarci.

 Gesù agisce “sporcandosi le mani”, prendendo su di sé il male di quest’uomo, divenendo lui stesso lebbroso e impuro perché chi tocca un impuro resta impuro fino a sera e si carica, così, di ogni “impurità” dell’uomo. Gesù di Nazareth è l’agnello di Dio, colui che porta su di sé il peccato del mondo.

 Una volta liberato dal suo male, il lebbroso verrà reintegrato nella sua comunità, mentre Gesù, al contrario, sarà il reietto, l’espulso che morirà come un maledetto fuori le mura di Gerusalemme. Infine, accade che, pur essendo stato ammonito da Gesù a non rivelare quanto era avvenuto, l’uomo liberato dal suo male non può tacere l’esperienza di grazia che ha vissuto e diventa testimone ed annunciatore di ciò che il Signore ha compiuto, proclamando la “buona novella” della propria salvezza.

Il lebbroso, l’immondo, l’impuro diventa discepolo. Accadrà qualcosa di simile anche il giorno di Pasqua, quando la prima ad annunciare la risurrezione sarà proprio Maria di Magdala, perdonata e accolta da Gesù dopo l’esperienza di peccato ed emarginazione.

Come il lebbroso, anche noi siamo chiamati a risollevarci dalla miseria del male che ci separa da Dio e dagli altri, certi della Sua misericordia: “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti ma i peccatori”.

E’ questa la parola che ci rimette in piedi e ci spinge ad andare avanti, forti della misericordia e dell’amore infinito di Dio, che superando tutte le umane barriere, ci accoglie come suoi figli e ci rigenera interiormente.                                                                 

                                                                                                                         sr Annafranca Romano

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