È l’ultima Pasqua vissuta da Gesù a Gerusalemme. Gesù è entrato nella città santa acclamato dalla folla e ormai i sommi sacerdoti hanno deciso di condannarlo a morte. In occasione di ogni grande festa, erano saliti a Gerusalemme anche dei greci, dei pagani, i quali avevano sentito parlare di Gesù. Avvicinano Filippo e gli chiedono: “Vogliamo vedere Gesù”. Giovanni utilizza un termine che non indica un semplice "vedere", ma un andare al di là delle apparenze, un vedere per conoscere e per capire. Non basta desiderare di "vedere" Gesù, ma essere pronti ad accogliere le modalità sorprendenti con le quali Dio - ieri come oggi - si fa presente nella storia.

I greci come anche gli ebrei, si aspettavano una rivelazione trionfale, invece Gesù si presenta come il seme che deve marcire/morire e portare frutto. Come la potenza di vita nascosta nel seme è sottratta agli occhi, così la fecondità della Croce è scambiata per follia da chi non entra nella logica dell'amore. Lui sapeva che la decisione di andare a Gerusalemme sarebbe stata una scelta senza ritorno. La metafora utilizzata da Gesù descrive sia una legge universale che la propria vita. Morire vuol dire cadere a terra, scontrarsi con la realtà della vita e rialzarsi. Tutto questo naturalmente ci fa paura ma nulla di fruttuoso può nascere, se non cadiamo a terra!

Nella seconda parte del brano, Giovanni lascia intuire l'angoscia di Gesù. Giovanni non racconterà il dramma del Getsemani, lo fa qui. Qui c'è tutto il turbamento di Gesù. Egli non ha paura della morte, ha paura del rischio di finire nel nulla e di sentirsi tradito. Gesù avverte tutta l'angoscia di essere dimenticato insieme ai tanti crocifissi anonimi della storia.

Un chicco di grano è il “quasi niente”, come l'uomo. Nessuno di noi ha cose importanti da dare, ma Dio riesce a prendere questo “quasi niente” e ne ricava molto frutto. Ognuno di noi è un “quasi niente” che però contiene invisibili e impensate energie, un cuore pronto a spargere i suoi frutti.

                                                                                         don Franco Bartolino

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