Forse Il tempo che stiamo vivendo ci avvicina molto all’esperienza dei primi discepoli di Gesù: la scomparsa del Suo Corpo e i primi ricordi delle sue parole riguardo alla risurrezione. Come loro ci sentiamo anche noi smarriti, sconvolti, con un misto di sentimenti difficili da classificare... Vediamo tanti nostri fratelli che ci lasciano così, in un modo mai pensato; vediamo tanta lotta e tanti sacrifici e ci sembra quasi  invano: ancora tante paure, tante incertezze...Eppure é per noi la notizia della risurrezione!

Il Signore è vivo  «e ci ha ordinato di annunziare al popolo che egli è il giudice dei vivi e dei morti» (At 10,42) dice Pietro,  e con lui anche noi siamo testimoni. Celebrare la Risurrezione non è solo un atto di culto attraverso il quale rendiamo gloria a Dio e faciamo memoria delle sue azioni. Celebrare la risurrezione è proclamare che la vita del cristiano è essa stessa un processo continuo di morte e di risurrezione: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria”.

Con gli apostoli siamo testimoni e portatori di una gioia che sorpassa il sepolcro e che allo stesso tempo lo rende omaggio perché è il luogo del passaggio di Cristo da questo mondo al Padre. Infatti, Giovanni nel suo vangelo racconta i dettagli trasformandoli essi stessi in testimoni autentici dell’evento della risurrezione: «Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario  che era stato sul suo capo non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» (Gv 20,1-9).

La fede che professiamo e testimoniamo non è una fede solitaria, isolata, particolare: noi professiamo la fede della chiesa. Esiste un “noi” che rende testimonianza della presenza viva del Signore risorto e in Lui tutto acquista senso e significato. Questa domenica per noi è ancora una volta l’occasione per dire al mondo, in mezzo a questa pandemia, che solo guardando in alto e cercando le cose di lassù (cfr. Col 3,1-4) l’umanità sarà capace di rileggere la propria storia come storia di salvezza (cf. At 10,37-43).

                                                                                                                                         suor Aparecida

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