La liturgia di questa 6^ domenica di Pasqua ci apre all’amore del Padre, che passa attraverso il cuore di Gesù e giunge sino a noi.

Un amore narrato e, nel contempo incarnato, fino all’annullamento sulla croce, dove la morte si fa dono di vita per tutti. Questo amore ci unisce ancora oggi gli uni agli altri e ci lega a Cristo, proprio come i tralci che devono restare attaccati alla vite perché al di fuori di questo legame non avrebbero alcuna  possibilità di vita. Esso diviene oggi, più che mai, comando da custodire per restare in Cristo. Si tratta di un comandamento antico, perché pronunciato da Gesù fin dall’inizio, ma anche nuovo, perché ultimo e definitivo, in quanto in esso trova sintesi e compimento tutta la Legge. Non si tratta di dottrine, ma di atteggiamenti esistenziali, che prendono spunto dall’amore di Cristo,  che procede dal Padre e grazie all’azione dello Spirito Santo raggiunge noi e, tramite noi gli altri per ritornare nuovamente al Padre come frutto di fede e testimonianza dell’uomo che ama e quotidianamente incarna la Parola nella sua vita.

Gesù ci fa capire che il nostro amore dev’essere effettivo e deve manifestarsi nell’osservanza dei  comandamenti, ma soprattutto nella vita concreta, attraverso le opere. Gesù ci rivela che il suo amore è pieno di delicatezza e di generosità, dicendoci: “Voi siete miei amici…Non vi chiamo più servi…”.In questa straordinaria sinergia di amore e conoscenza, l’uomo non è chiamato ad essere servo, ma amico: viene ribaltata la logica antica della distanza e sottomissione che definiva il rapporto tra la divinità e l’uomo.

 Gesù non può pensare ad un rapporto che non sia quello proprio dell’amicizia. Essere amici di Gesù vuol dire essere chiamati a divenire responsabilmente partecipi del progetto di vita che Dio ha per il mondo, conoscerne la missione e il significato.

 Per essere in comunione con Dio occorre assumere i suoi stessi atteggiamenti. Il primo passo non è amare, ma lasciarsi amare. Per poter amare bisogna fare prima l’esperienza dell’essere amati, è l’esperienza propria del discepolo. Non è un amore che ci lascia uguali, ma ci riscatta da una sorta di condizione servile rispetto alla vita e ci eleva ad una qualità più alta. Si è amici quando ci si accorge che qualcuno ci ama fino a dare la vita per noi, ma lo si diventa quando si matura un amore disposto a dare la propria vita per gli altri. Finché l’amore in noi non diventa dono, rimane solo pretesa e chi vive nella pretesa, molto spesso è insoddisfatto.

Chi, invece, ha scoperto questo amore nuovo sente crescere dentro di sé un’intima gioia. È la gioia piena di cui parla Gesù nel Vangelo: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

                Ringraziamo il Signore che ci rende partecipi del suo progetto di amore e prendiamo coscienza di dover progredire continuamente per corrispondere alla nostra vocazione cristiana e sviluppare in noi un amore universale.

                                                                                                                                             sr Annafranca Romano

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