Domenica scorsa la folla aveva sete di parole, oggi ha fame di cibo. Gesù è un maestro attento e concreto: vede la fame degli uomini e decide di intervenire. La gente ha fame, tutti abbiamo fame, fame di senso, di felicità, di attenzioni, di affetto. In fondo tutta la nostra vita altro non è che una continua ricerca di felicità, che colmi quella fame di senso presente nei nostri cuori.

Gesù insegna ai suoi a gestire l'emergenza: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Lo chiede Lui a Filippo perché sta per fargli capire che non c'è da temere. Ma ecco che entra in scena un ragazzo con cinque pani d'orzo - il pane dei poveri - e due pesci. Cinque pani per cinquemila persone: impossibile per chi non ragiona con il cuore.

Gesù non moltiplica, non compie un gesto magico. Il vero miracolo è la condivisione, è il pane spezzato che sazia la fame di chi ascolta la Parola. Sono pochi, cinque pani e due pesci per cinquemila uomini. Ecco il senso della moltiplicazione dei pani: più si condivide e più le cose si moltiplicano. È quello che deve essere successo: Gesù deve aver iniziato a condividere con i suoi discepoli quello che avevano, stimolando così la folla a fare altrettanto. Se ognuno fa la sua parte, l'impossibile diventa possibile. Se la società tende a isolare, il Vangelo spinge a condividere.

Gesù deciderà di rimanere in mezzo a noi, nel segno fragile e quotidiano del pane. Sarebbe potuto rimanere in mezzo a noi in mille modi, magari lasciandoci un segno potente della sua presenza in modo da convincere tutti anche i più dubbiosi. Invece no: non sarebbe stato nel suo stile. Tutto il Suo corpo, la Sua storia, la Sua vita appassionata d'amore sono lì, in quel fragile pezzo di pane da mangiare, da contemplare, da custodire e da condividere.

Il racconto di questo segno termina però con un finale amaro: «volevano impadronirsi di Gesù per farlo re» dice Giovanni, cioè volevano ridurlo ad un idolo plasmato dai loro desideri. La gente crede di aver trovato finalmente un Dio che sfama gratis, che risolve i problemi, che ci evita la sofferenza. E invece «Lui da solo» si ritirò di nuovo sul monte. Perché da solo? Perché anche i discepoli condividono la stessa mentalità della folla. Se accettiamo ciò che siamo e lo condividiamo tutto si trasforma. Amare ciò che siamo, può essere l'inizio di un nuovo miracolo.

                                                                                                       don Franco Bartolino

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