Il Vangelo di questa domenica ci riporta nella sinagoga di Cafarnao, ove Gesù sta tenendo un lungo discorso sul pane della vita e, riferendosi al passo biblico relativo alla manna inviata dal cielo al popolo d'Israele nel deserto, applica a se stesso il contenuto del messaggio biblico dicendo: "Io sono il pane disceso dal cielo".

I presenti al sentire quest’ affermazione si domandano: come può costui affermare di discendere dal cielo? Non viene da Nazareth? Molti conoscono i suoi genitori; ricordano persino i loro nomi. Non è quindi possibile che egli venga dall'alto. Qui appare palese la difficoltà di una mentalità di ordine della natura, che non riesce a cogliere l’ordine dello Spirito, che è la comunione, la Figliolanza  e la relazione con il Padre e non la semplice natura umana.

Il problema è la divina umanità di Cristo. La legge è un dominio, è intoccabile, è di Dio, quindi qualcosa di sacro identificato con l’autorità. Cristo parte dalla relazione come l’unico ‘luogo’ in cui lo si può conoscere. E lo si conosce perché si è “attirati dal Padre” (Gv 6,44). Il termine attirare appartiene al mondo dell’amore.       

 È questo amore che attirerà questo dono. Il Padre che attira viene contrapposto all’autorità della legge. Cristo fa emergere un Dio che è Padre, che dona e che si dona ed è disceso dal cielo perché il Padre lo ha mandato. Perciò non si conosce Cristo senza il Padre e non si conosce il Padre senza il Figlio. La conoscenza è relazione d’amore. Fuori da questa relazione tutto diventa problematico, perciò criticano   e non accettano.

Non si colma l’abisso compiendo la legge. È il Padre che colma la distanza donando suo Figlio che nell’incarnazione ha assunto tutta l’umanità e ha superato l’abisso aprendo all’uomo la partecipazione alla vita divina. È la persona di Cristo che fa con noi ciò che il Padre fa con Lui.

 Non si tratta di fare qualcosa per tornare a Dio ma di accogliere Colui che il Padre ha mandato a   noi ed aderire a Lui che è il pane della vita. Non pane per la vita, ma pane della vita e  che vivifica.

Si mangia il pane vivificante e colui che lo mangia assimila la vita del Vivente, la vita come Amore.  E’ chiaro che se intendiamo l’Eucaristia solo una ‘cosa’ sacra, una presenza di Dio localizzata davanti alla quale ci troviamo e ci mettiamo in un atteggiamento religioso, si impoverisce il Sacramento e tutta la nostra vita spirituale ed ecclesiale, che crescono e si realizzano proprio nell’Eucaristia.
Noi siamo abituati che il cibo nutre il corpo, ma la vita divina che è l’amore, si nutre con l’amore.Cristo nutre, diventa questo pane che è dono. Il corpo assume, la vita divina si dona. Il corpo per vivere deve assumere, ma la vita divina si nutre  diventando dono.

 È un passaggio notevole, questa è l’Eucarestia. Non si può mangiare l’Eucarestia se non diventando ciò che si mangia.Si diventa parte dell’ umanità riconciliata nel Figlio con il Padre, si entra nella comunione del suo corpo. Si conosce il Padre da figli tessuti nel Corpo del Figlio insieme ai fratelli e alle sorelle. Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia e ci nutriamo del Corpo e Sangue di Cristo, non facciamo  altro che vivere la stessa esperienza del profeta Elia: ci lasciamo nutrire da Dio per imparare a nutrire i nostri fratelli e sorelle in umanità, di noi stessi… della nostra vita… del nostro sangue!

  Dovremmo più spesso fare memoria di quanto la sfida ci riguardi personalmente, fino a poter dire a nostra volta come discepoli e come Chiesa: «la mia carne per la vita del mondo»!

                                                                                                                           sr Annafranca Romano

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