Con il brano evangelico odierno siamo al centro della narrazione di Marco, che presenta Gesù nel suo viaggio verso Gerusalemme. I «villaggi intorno a Cesarèa di Filippo» erano una regione disseminata di numerosi templi pagani. Proprio in quest’area, Gesù decide di interrogare i suoi discepoli circa la sua identità: «La gente, chi dice che io sia?».  L’improvviso sondaggio non esprime la necessità di raccogliere le opinioni prevalenti attorno alla sua persona, ma intende offrire ai discepoli l’occasione di esplicitare il pensiero presente nei loro cuori: “Ma voi, chi dite che io sia?”.

È bello che Gesù non dia per scontato che camminare insieme voglia necessariamente dire essere già arrivati anche ad una condivisione del modo di sentire e assumere le cose. Avendo scelto di condividere con noi il cammino della vita, il Verbo di Dio ci rivela che le relazioni non devono e non possono procedere in modo scontato.

Nel gruppo dei Dodici, Pietro manifesta la sua grande capacità intuitiva, che fin dall’inizio della sequela gli aveva consentito di riconoscere nel volto di Gesù la presenza del Regno di Dio: «Tu sei il Cristo». Eppure, di fronte a questa ispirata professione di fede, potremmo subito chiederci insieme all’apostolo: «Quella fede può forse salvarlo?».

 Per Gesù la risposta a questa domanda non è superflua, visto che la sua reazione non è  caratterizzata da un facile entusiasmo: “E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno”. Nonostante il discorso di Gesù circa il suo imminente mistero di passione, morte e risurrezione venga fatto apertamente, Pietro prova a compiere un passo molto azzardato: “prese in disparte il Maestro e si mise a rimproverarlo”.                       

 L’esperienza vissuta dal pescatore di Galilea, ci rivela che dentro di noi convivono due diversi modi di pensare. Uno viene dal Maligno, ed è così subdolo e diffuso da essere definito da Gesù un modo di ragionare «secondo gli uomini». L’altro viene dallo Spirito, anche se contiene qualche elemento che può suscitare il nostro rifiuto. Ogni volta che il Signore ci pone una domanda non si aspetta soltanto una risposta esatta, ma desidera suscitare una consapevolezza che ci aiuti a compiere un passo ulteriore nella sequela. Non è possibile ascoltare la parola del Vangelo senza lasciarsi radicalmente e concretamente determinare da tutte le sue esigenze. La croce è un passaggio obbligato per chiunque voglia affrontare l’avventura dell’essere uomini e donne degni di questo nome. Il nostro traguardo ultimo non è morire, ma risorgere. Infatti, la croce non viene a toglierci la vita, ma a scolpire i contorni dell’occasione che ci viene data per offrire gratuitamente quello che siamo. Per questo non va mai cercata, ma sempre e solo accolta, ogni volta che si presenta un’occasione. La croce che possiamo abbracciare non è una parentesi dolorosa e fastidiosa che prima o poi passerà, ma è una delle preziose opere che Dio ci chiede di compiere, unendo la nostra vita alla sua.

In questa sequela sofferta e offerta, si compie il nostro ascolto della Parola di Dio, secondo l’esperienza del profeta che annuncia il cammino del Cristo.Nella misura in cui scopriamo di poter seguire le orme di Cristo, anche sulla via della croce, possiamo essere fiduciosi che il Signore resta vicino a noi e ci assiste, per condurre i nostri passi nella terra dei viventi.

La parola con cui Gesù rimprovera Pietro, lo invita a stare dietro. Certamente questo rimanda al posto del discepolo, ma forse ancora più profondamente al posto che è proprio di chiunque accetti di prendersi cura degli altri fino a dimenticarsi. Questa capacità di stare “dietro” non solo a livello mentale, ma soprattutto concreto e pratico, fino ad accettare di perdere la propria vita, donandola.

E’ il grande passaggio che il Signore Gesù ha vissuto in se stesso, che chiede ai suoi discepoli ed a noi, oggi.

                                                                                                   sr Annafranca Romano

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