Celebriamo in questa domenica venticinquesima del Tempo Ordinario, la solennità di san Gennaro patrono della nostra città e della Regione Campania.

Chiedo a me e a voi: ha ancora un senso festeggiare il nostro patrono oggi, all’inizio del Terzo Millennio, in una civiltà telematica, così avanzata? Non ha il sapore di una cosa antica, ormai sorpassata? E se ha un significato, quale è per noi oggi? E tutto questo avrà un futuro dopo di noi, oppure è destinato a finire, come purtroppo farebbe intendere, e mi auguro sinceramente il contrario, il fatto che ormai sono sempre meno i napoletani che danno ai loro figli il nome di Gennaro?

Si, ha ancora un significato celebrare la festa del nostro patrono in questo inizio di Terzo Millennio, perché san Gennaro è legato strettamente alla nostra città: da sempre i napoletani chiedono grazie non solo legate alla loro persona ma chiedono pure l’intervento del santo per delle situazioni collettive, per i drammi della città, del territorio. Perciò, la festa del patrono è un momento privilegiato, bello, per guardare alla città e riflettere sul suo presente e soprattutto sul suo futuro.

Una città non è un cumulo di pietre! Una città ha, o almeno dovrebbe avere, un’anima, un volto. Una città ha un suo essere misterioso e profondo, un suo destino: «Le città sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora misteriose abitazioni di Dio», diceva il grande Giorgio La Pira, sindaco di Firenze negli anni 50 del secolo scorso.

La nostra città ha ancora un’anima, un volto? Siamo noi un popolo o un semplice aggregato di individui che sono raccolti in un determinato territorio senza alcun legame tra loro? Se per disegnare una città, ci si limita ad approcci settoriali, come quello economico, urbanistico, dell’edilizia, non si va molto lontano, perché essi sono necessari ma insufficienti: ci vuole qualcos’altro per disegnare una città, per darle un volto, appunto ci vuole un’anima.

Per passare dall’essere un semplice aggregato di individui a diventare un popolo, ci vuole un collante, qualcosa che unisca quegli individui che vivono in un particolare territorio: Papa Francesco nell’ultima enciclica Fratelli tutti lo chiama «amicizia sociale», senza la quale la città si trasforma in un «inferno collettivo», un «nido di vipere» avrebbe detto il grande scrittore cattolico francese del secolo scorso Francois Mauriac, di tutti contro tutti, del “si salvi chi può”.

Eppure proprio l’esperienza della pandemia che abbiamo vissuto, e che in parte stiamo ancora vivendo, ci ha insegnato, o almeno avrebbe dovuto insegnarci, che nessuno si salva da solo, che siamo tutti nella stessa barca, almeno se non nella stessa barca, siamo tutti in mezzo alla stessa tempesta. Se il noi non prevale sull’io, se non si affronta insieme un altro virus, più pericoloso del Covid: l’indifferenza verso il bene comune, non si va da nessuna parte.

Perciò, mentre all’orizzonte, grazie a Dio e speriamo, intravediamo il tanto sospirato traguardo dell’uscita da questo tempo difficile, diventa evidente che non c’è più tempo da perdere: solo in questo modo renderemo giustizia al patrocinio del nostro san Gennaro; solo in questo modo noi potremo affermare che questo patrocinio è attuale e non è una cosa sorpassata.

Amiamo la nostra città, amiamola come parte di noi stessi, amiamola come un patrimonio prezioso che abbiamo ricevuto dai nostri padri e che siamo tenuti a tramandare alle nuove generazioni; amiamo questa nostra città custodendone le piazze, le strade, le scuole, i giardini, le chiese; amiamola e facciamo che la sua convivenza sia serena e sentiamoci, attraverso di essa, membri di una stessa famiglia, un popolo.

Invoco su di voi e sui tanti cittadini onesti la protezione di san Gennaro che nel silenzio di ogni giorno costruiscono questa città: allora shalom Napoli, sia pace su di te, sia pace sulle tue mura, sia pace su quelli che abitano in te!

                                                                                                                   don Franco Bartolino

 

 

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