Se il vangelo di domenica scorsa testimoniava quanto il regno di Dio sia accessibile a tutti, quello odierno ci rivela come non sia scontato entrarvi, pur incontrando il volto e l’amore di Cristo. Eppure, quel tale che corre incontro a Gesù e in ginocchio lo interroga, sembra essere proprio sulla buona strada. Dopo aver verificato la sincerità delle sue intenzioni, il Signore Gesù prova a giocarsi fino in fondo con quest’uomo appena incontrato. Qui però finisce il dialogo e si conclude l’incontro.

 Quel tale, rabbuiato nel volto e triste nel cuore, decide di andarsene, senza proferire parola. Come per quel tale, così per ciascun discepolo la sfida è quella di chiedersi se si è felici alla sequela del Vangelo, se l’intimità con il Signore è una felicità capace di riempire la sua vita e dilatarla.

Per questo il Signore non omette di evocare le «persecuzioni», perché ogni felicità esige la disponibilità a essere incompresi e persino maltrattati, senza essere interiormente destabilizzati. Questa consapevolezza può essere l’inizio della felicità o della tristezza e dipende molto da noi e dalla nostra capacità di lasciarci guardare e scomodare.

Non accade diversamente a noi, quando cerchiamo e interroghiamo il Signore, mossi dal desiderio di una vita piena e autentica, ma ancora inconsapevoli di essere pieni di attaccamenti e idolatrie. Del resto, sono proprio questi vani possessi a cui siamo tanto affezionati a farci percepire le parole e i silenzi di Dio come riflessi di un volto esigente, insensibile al nostro passo sempre un po’ debole e incerto.

Non ci accorgiamo che la sua voce vuole solo strapparci da ogni forma di schiavitù per farci abbracciare la vera sapienza, quella che vale «più della salute e della bellezza» e il primo passo da compiere è provare ad ammettere che molte delle tristezze in cui scivoliamo, non hanno origine da quello che ci manca, ma dall’ostinazione con cui stringiamo tra le mani i beni o i traguardi conseguiti come fossero «una ricchezza incalcolabile».

Le parole dell’apostolo Pietro, dopo l’insegnamento di Gesù sul pericolo della ricchezza, tradiscono il sospetto di ogni discepolo che, pur provando a percorrere sinceramente il cammino di Gesù, si accorge di possedere ancora molte cose. Infatti, più che avanzare un’affermazione, sembrano manifestare una timida domanda bisognosa di conferma: “Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Pur non oscurando il pericolo a cui conducono bramosia e possesso, il Signore Gesù guarda in faccia i discepoli e ribadisce la ragionevolezza della sequela: ”Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio!

Accedere al Regno di Dio non è l’ultima, insuperabile sfida che Egli lancia all’uomo, ma l’incondizionato dono offerto alla sua libertà. Per entrare nel Regno occorre imparare a preferire la logica del dono a quella del possesso, il vangelo della croce a qualsiasi altra buona notizia, fino a poter condividere la beatitudine dell’antico re di Gerusalemme, quando decide di sposare la divina sapienza.

 Essere sapienti non significa avere o conoscere quello che ci evita il contatto con la nostra povertà esistenziale. Al contrario, avere sapienza significa non avere paura di riconoscere qual è la condizione in cui la nostra umanità si trova.

Solo l’accettazione di questa nudità esistenziale ci consente di poter ricevere già ora, in questo tempo, cento volte tanto rispetto a quello che le nostre forze potrebbero procurarci o assicurarci.                                             

                                                                                                                      sr Annafranca Romano

Aggiungi commento

Inviando un commento accetti le politiche di privacy di piccolemissionarie.org
Informativa sulla privacy


Codice di sicurezza
Aggiorna