Dopo i primi dieci giorni del cammino quaresimale, la liturgia ci invita a mettere a fuoco il motivo per rimanere coraggiosamente nel deserto della vita, dove si può affrontare il buon combattimento della fede, per rimanere «saldi nel Signore».  

  Il vangelo lo rivela ricordandoci quando il Signore Gesù decide di salire su un «monte», per dedicarsi a una preghiera più raccolta e intensa. Prende con sé solo alcuni dei discepoli, «Pietro, Giovanni e Giacomo».

In questo spostamento geografico, possiamo cogliere un richiamo indispensabile per portare avanti la nostra conversione. La preghiera ha bisogno di compiersi nel silenzio e in un luogo appartato.
         Restare in solitudine non è tuttavia esperienza facile. La nostra società, che pone tutto sulla bilancia dell’efficacia e del tornaconto, non offre molti aiuti a coltivare spazi di silenzio e di riflessione. Eppure, il vangelo racconta che, solo nella solitudine della preghiera, si può manifestare qualcosa di veramente unico e speciale.  E’ notte e i discepoli, seppur «oppressi dal sonno», si svegliano e vedono «la sua gloria», al punto da esclamare, per bocca di Pietro: «Maestro, è bello per noi essere qui».
      La «gloria», nel linguaggio biblico, è il peso specifico di una certa realtà, il suo spessore di verità. Noi tutti, a causa del «peccato», siamo «privi della gloria di Dio», afferma san Paolo. Ci manca la percezione della rilevanza di Dio, l’intuizione della sua verità e della sua bellezza.

       I discepoli, sul monte, si trovano di fronte alla manifestazione improvvisa di questa gloria, che cambia il volto di Gesù e fa diventare i suoi abiti luminosi come il sole. Se la Quaresima non può cominciare senza la nostra disponibilità a metterci in discussione, è altrettanto vero che non può continuare senza l’intuizione di quanto la bellezza di Dio sia tutto ciò che il nostro cuore assetato sta disperatamente cercando.

        Il cammino attraverso cui Abram giunge a credere alla bellezza delle promesse di Dio ci ricorda come l’accesso all’intimità con Dio non possa che avvenire quando è calato il sole sulle nostre aspettative umane, con cui siamo soliti misurare e gustare la realtà.

 Dopo aver annunciato al suo servo una discendenza numerosa come le stelle del cielo, il Signore Dio sembra quasi mettere alla prova la sua fiducia, sfidandolo sul bisogno di dominare l’orizzonte futuro.  Il santo patriarca non esita a domandare: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?».

Per incontrare la bellezza dell’amore di Dio, anche noi dobbiamo lasciare che la nostra offerta rimanga a sua disposizione fino al completo tramonto del sole.

Solo così possiamo abituarci a credere che, dentro quello che sembra ormai votato alla morte, si nasconda il germe di una possibile risurrezione: nel cuore delle tenebre l’amore di Dio si rivela in tutta la sua bellezza e luminosità.

 

                                                                                      sr Annafranca Romano

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