Nella quarta domenica di Pasqua, detta anche “domenica del buon Pastore”, le letture, che la Chiesa ci propone, ci invitano a riflettere sulla resurrezione di Cristo e sul mistero pasquale.  L’immagine del pastore è ben conosciuta nel mondo biblico, fa parte dell’esperienza quotidiana di Israele, che in larga parte vive di pastorizia ed è l’esperienza di un allevamento del gregge non di tipo industriale; di solito il pastore ha un piccolo gregge, poche pecore, e anche quando sono tante è lui, in prima persona, che se ne prende cura, che instaura con loro un rapporto privilegiato. Il pastore è attento alle sue pecore, si prende cura della debole, fascia la ferita, sta attento a che quella troppo forte non prenda il sopravvento su quelle più deboli. La relazione del pastore con le pecore finisce per diventare affettiva, al punto che il pastore le chiama tutte per nome e le pecore riconoscono la sua voce.

Il pastore non è quello che fa la sua strada, ma costruisce la propria strada su ciò di cui le pecore hanno bisogno; è al servizio delle pecore e non viceversa, così che nella conduzione del gregge  sceglie il cammino, non più comodo per lui, ma più adatto alle pecore. L’immagine del pastore evoca anche l’immagine del camminare, dell’essere condotti da lui  verso l’ignoto, spesso verso il buio che spaventa.

 La presenza del Pastore mette in fuga le tenebre e la paura. Ma accanto ad essa, il Vangelo ci presenta le figure dei lupi e del mercenario. Il lupo è immagine del peccato e del male, sempre in agguato alla porta del nostro cuore, per entrare e distruggere la nostra esistenza. La seconda figura è quella del mercenario, che non è pastore, ma utilizza le pecore per un suo guadagno personale: non le ama, non sono la sua vita, e di fronte al pericolo e alla morte fugge, lasciando in balia del male il suo gregge; invece il pastore dona la vita per il bene delle proprie pecore.

Tante volte, nella nostra vita, siamo circondati da tante voci, siamo confusi, ma anche spaventati e incerti su come vivere. Ci capita di non riuscire ad ascoltare, o peggio di non voler ascoltare la voce del Pastore, perché pensiamo che quello che Gesù ci chiede non sia il meglio per il nostro bene e la nostra felicità. Allora ci ritroviamo a prestare ascolto alla voce del mercenario, scegliamo di seguire colui che non ci ama, ma ci illude. Quando seguiamo queste voci, cadiamo nel peccato, spesso anche nella disperazione di credere che per noi non ci sia più speranza.

Oggi il Signore viene a gridare con forza al nostro cuore il suo amore per noi, il perdono dei peccati e il dono della vita per tutti coloro che ascoltano la sua voce e gli permettono di prendersi cura di loro, lasciandosi prendere sulle sue spalle, quando sono sul punto di perdersi.

Il mistero pasquale è un dono che colloca la nostra vita nel palmo di una mano sicura e stabile, quella del Padre, il cui volto è lo specchio nel quale possiamo imparare a scrutare tutti i nostri lineamenti, per essere capaci di accogliere anche quelli dei nostri fratelli.

                                                                                                                                                    sr Annafranca Romano

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