Cosa offro a te, in questo giorno santo, Signore Gesù, che ti sei mostrato a noi come uomo? Ogni creatura ti porta il proprio ringraziamento: gli angeli, il loro canto; i cieli, le stelle; i magi, i loro doni; i pastori, il loro stupore; la terra, la grotta, il deserto, la mangiatoia. E io che cosa ti offro? Forse il vuoto del cuore, l’aridità della mia fede, l’ipocrisia della mia vita. Ti porto la vanità, il piacere, il divertimento, la mondanità di queste giornate. 

Come i pastori, devo andare a Betlemme a vedere cosa succede; iniziare un viaggio e intraprendere un cambiamento di vita, compiere un passaggio nella mia esperienza di credente, lasciando ciò che è sicuro per questo mondo e abbandonarmi a un coraggioso orizzonte di vita spirituale. 

Mi piace allontanare le immagini dell’evangelista che racchiudono il riferimento alla grande luce, al cantico di pace, alla contemplazione del Bambino, per soffermarmi sulla fatica del viaggio di Maria e Giuseppe, da Nazaret a Gerusalemme, sul rifiuto ricevuto da Giuseppe che cerca un posto dove far nascere il Primogenito, sul freddo della notte e sul disinteresse con cui il mondo accoglie il Figlio di Dio. 

Non è quello di allora lo stesso grigiore, lo scetticismo, la superficialità evidenziata dalle gravissime ingiustizie presenti ieri come oggi nel mondo? Il contesto del primo Natale, come quello di quest’anno, è di oscurità, dolore, solitudine, nonostante i bagliori luccicanti, i regali e le cene. Basti pensare all’urlo delle donne ammazzate dai loro compagni di vita, ai bambini ammalati e denutriti, di giovani disorientati e spenti a motivo di droghe e alcol, di famiglie senza casa e senza lavoro, di anziani abbandonati, di fratelli fuggiti dalla propria terra che respirano paura e rifiuto. Tutto questo è il nostro peccato. 

Abbiamo mondanizzato il Natale escludendo Gesù, il festeggiato, che “venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto” ci ha ricordato Giovanni nel suo Prologo (1,11). 

Non posso incolpare il mondo, ma ricordare che Gesù chiede di non farci trascinare e di vegliare pregando. Il Natale cristiano è buono se interiore, celebrato nel silenzio, dentro la coscienza fatta attenta e preziosa. 

Posso chiedere a Gesù: chi sei e cosa vuoi? Ascoltando la coscienza, avverto però che Egli è il mio sogno, il mio desiderio, il mio amore, il senso della mia vita, il futuro positivo di storia violenta e insanguinata dalla guerra. Natale diventa, così, impegno a crescere nell’amicizia di Gesù. È possibile se facciamo tesoro di una massima dell’Imitazione di Cristo: “Di tanto progredirai nella conoscenza di Dio, di quanto sarai capace di fare violenza a te stesso” (I, 25.52). 

Rinunciare all’amore dell’io e lasciarsi andare all’amore di Dio è la chiave dello sforzo spirituale che mette ordine nel passato, interpreta il presente e lascia che Gesù infiammi di bene la vita. Il Signore, infatti, insegna a guardare le cose non per quelle che sono, ma per ciò che rappresentano: sono creature che richiamano il Creatore; sono belle e riflettono la bellezza divina; sono vere e dicono la verità tutta intera. 

In questo Natale, Gesù mormora nel nostro animo: io sono la Parola, l’Amico, la Luce, la Vita, il Pastore buono, il Bambino che giace nella mangiatoia e ti accompagna nell’intimità divina. Dio ha voluto avvicinarsi a noi, vulnerabile come un fanciullo e noi possiamo presentarci a Lui con il viso e il cuore di bambini. 

La santità è tutt’altro che chiusura in sé stessi. Essa è apertura e disponibilità del Bambino che sorprende e tutto rende possibile, come quel grazie che non ti aspetti e che arriva diritto o come il profumo di una speranza che si accende nel buio del dolore. 

Sorelle e fratelli carissimi, ora è il tempo del mio Natale: Cristo nasce perché io rinasca. La nascita di Gesù vuole la mia rinascita dallo Spirito di Dio, perché sia sempre piccolo, libero e così umile da ragionare con il cuore. 

Buon Natale a tutti voi perché Dio è con noi, non siamo soli e non lo saremo mai!

                                                                                                                     don Franco Bartolino

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