È tipico di chi insegna, volere “mettere alla prova”. Del resto, fa parte del compito dell'insegnante “mettere alla prova” gli alunni, assegnare loro dei compiti, per verificare la loro preparazione. Dall'esito della prova si può ovviamente valutare il grado di comprensione rispetto all'argomento trattato. È quindi plausibile che un dottore della Legge come quello che appare nel Vangelo di oggi si presenti con l'intenzione di “mettere alla prova” Gesù riguardo alla Legge e ai Comandamenti: se questo è davvero un maestro come dice di essere, io che sono custode della Legge data da Dio a Israele ho tutto il diritto di valutare il suo grado di preparazione. Senza mai pensare che quella domanda, “Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”, potesse rivelarsi una spada a doppio taglio perché alla fine chi viene messo alla prova è lui stesso: “Che cosa sta scritto nella Legge?”. Insomma cosa dice la Legge di cui tu sei dottore? Nessuno meglio di lui sa la risposta: per avere in eredità la vita eterna, occorre seguire i comandamenti di Dio, i quali si concentrano nello Shemà, Israel, la preghiera del pio ebreo, che invita ad amare Dio con tutto se stessi e il proprio prossimo come se stessi e Gesù concorda con lui: “Hai risposto bene; fa' questo e vivrai”.
E qui, il dottore della Legge mette a nudo i propri limiti: non sa chi sia il suo prossimo, ma non vuole fare la figura di non sapere cosa dice la Legge riguardo al prossimo e allora, rivolge la domanda al Maestro per giustificarsi della domanda precedente. Della serie: io ti ho fatto questa domanda perché voglio sapere da te, Maestro, chi è la persona a me prossima, che devo amare come me stesso, di modo che, amandolo, possa ottenere la vita eterna. Questo, la Legge non me lo dice in maniera chiara: a volte è il più vicino a te e Gesù prende in contropiede il dottore della Legge e gli dice che prossimo può essere anche un malcapitato che, percorrendo la pericolosa strada da Gerusalemme a Gerico, incappa nei briganti che lo lasciano mezzo morto. Salvo poi accorgersi che su quella strada che da Gerusalemme scende a Gerico ci passiamo tutti, salvo poi comprendere che i malcapitati siamo noi; salvo poi vedere che chi ci è prossimo non è chi ha bisogno di noi, ma - al contrario - colui di cui noi abbiamo bisogno, “colui che ha compassione di noi”. Lui sì, ci vede e ci soccorre, e ci fa capire che avere fede non significa solamente amare Dio e gli altri, come se Dio e gli altri avessero bisogno di noi; avere fede significa lasciarsi amare da Dio e da chi si fa prossimo a noi, del quale abbiamo bisogno anche quando il nostro orgoglio e le nostre sicurezze faticano ad ammetterlo. Su quella strada che dalla Gerusalemme Santa ci porta alla Gerico adultera e peccatrice siamo tutti incamminati, senza distinzioni: peccatori e santi, dottori e ignoranti, giudei purosangue e samaritani stranieri a cui non daremmo un soldo e dei quali mai potremmo fidarci, mentre invece sono proprio loro a prendersi cura di noi. È sconvolgente pensare come il nostro prossimo non sia innanzitutto il malcapitato da assistere, perché i malcapitati siamo noi! E chi ci è prossimo è “un samaritano”, uno che non è dei nostri, uno straniero. Del resto, chi pensa mai di avere bisogno di uno straniero?
Anche qualora fossimo noi i malcapitati, sicuramente troveremmo chi ci è prossimo, ovvero gente nostra: qualche sacerdote, qualcuno che ha fede come noi e che crede le stesse nostre verità! E invece proprio loro passano dall'altra parte, tirano dritto perché non hanno tempo da perdere con noi! Hanno molte cose da fare, molte preghiere da dire, e poi si sono appena purificati al tempio, mica possono farsi prossimi a noi e contaminarsi con le nostre ferite! “Invece un samaritano”, che di sicuro non veniva dal tempio, vedendoci ha compassione e si fa prossimo a noi. Lui, l'escluso dalla salvezza, il lontano da Dio, si fa vicino agli uomini: proprio come quell' “uomo dei dolori che ben conosce il patire” ed è Lui che sulle nostre ferite ha versato - anticipo dei Sacramenti - l'olio della consolazione e il vino della speranza; è Lui che ci pone sulla sua cavalcatura e ci fa entrare sicuri in una Gerusalemme di pace; è Lui che ci affida alla Chiesa perché abbia cura di noi fino al suo ritorno. E allora, “chi è mio prossimo?”: è Colui che ha compassione di me. È Cristo Buon Samaritano, che ancor prima di essere da noi amato vuole che ci lasciamo amare da lui; egli, lungo l'insidiosa strada che scende da Gerusalemme a Gerico, non ha il volto del benpensante ma quello dell'emarginato; lui non ha bisogno di noi, vuole anzi aiutarci a comprendere che siamo noi ad avere bisogno di lui, perché il prossimo è lui. Alla fine, non saremo noi a farci prossimi per salvare gli emarginati e gli oppressi; saranno loro, i più bisognosi, a salvarci dalla nostra autosufficienza e dal nostro presuntuoso perbenismo.
don Franco Bartolino
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