Quando ascoltiamo questo simpatico brano di Vangelo della casa di Betania, troppo spesso facciamo delle letture semplicistiche: Maria è la più brava nel riconoscere il Signore, mentre Marta ha il pensiero distolto da altre cose meno importanti; la contemplazione è più importante dell'azione; la preghiera e l'ascolto della Parola valgono di più delle opere di carità; è meglio affannarsi per essere discepoli di Gesù che affannarsi per le preoccupazioni quotidiane. Insomma: Maria è la vera discepola di Gesù. Poi, però, leggendo il Vangelo di Giovanni, ci accorgiamo che in un momento di prova come quello della morte del fratello Lazzaro è Marta che per prima va incontro al Signore e pronuncia su di lui una delle più belle professioni di fede del Vangelo; e fino a quattro anni fa, quando papa Francesco ha esteso la memoria liturgica anche ai suoi due fratelli, il calendario liturgico al 29 luglio venerava solo santa Marta e non Maria e Lazzaro. Chi sarà, delle due, la vera discepola del Signore? La Marta indaffarata o la Maria contemplativa? Forse non è questo il termine della questione. Non conta chi, tra i discepoli del Signore, sia il migliore: ciò che conta è l'incontro con il Signore, e la nostra capacità di riconoscerlo e accoglierlo nella nostra vita. E questo avviene per ognuno di noi in maniera differente. A volte avviene “agitandoci” come Marta, perché il nostro cuore sia ben disposto ad accoglierlo; in altri momenti, invece, avviene nel modo “migliore” possibile, facendo silenzio, come Maria, “seduti ai piedi” del Maestro, lasciando che sia lui a parlare e a farla da protagonista. Sono molti i modi dell'ospitalità, e il Signore si compiace di ognuno di essi, perché vede che tutti hanno capito la lezione dell'uomo che si fa prossimo a chi è nel bisogno, in questo caso al pellegrino, che nella tradizione biblica, è simbolo dell'uomo bisognoso di cure e di accoglienza il quale, se accolto in maniera disinteressata, è capace di ricompensare chi gli apre la porta della sua tenda.
Ne sanno qualcosa Abramo e Sara, che di fronte ai tre pellegrini non si curano né del caldo afoso né della precarietà di un accampamento di nomadi, e in fretta offrono tutto ciò di cui un pellegrino ha bisogno: acqua, cibo e riposo. A loro, in cambio, viene donato parecchio: ciò che avevano sperato lungo tutto una vita, il compimento di una promessa fatta a più riprese e mai realizzata, ovvero la nascita di un figlio. Ne sanno qualcosa Maria di Betania, appunto, alla quale il Maestro accolto come pellegrino regala il privilegio di essere considerata, lungo i secoli, l'immagine della discepola prediletta, che ad ogni cosa della vita antepone l'ascolto della sua Parola, e suo fratello Lazzaro, il quale diverrà protagonista, a sua insaputa, del più grande segno compiuto da Gesù nel Vangelo di Giovanni. E alla brontolona Marta, talmente diretta nel suo parlare che al Signore dice, senza mezzi termini, “non t'importa nulla di me”? A lei, quel giorno, in apparenza è arrivato solo un affettuoso rimprovero di Gesù: più tardi, però, poco prima della resurrezione di Lazzaro, di fronte alla sua professione di fede nella resurrezione finale: “so che mio fratello risusciterà nell'ultimo giorno”, Gesù le farà dono di una rivelazione di altissimo livello, qualcosa che forse a nessun discepolo e a nessun teologo è mai stato rivelato circa il Figlio di Dio: “Io sono la Risurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà”. Questo è ciò che succede a chi accoglie il Maestro Pellegrino, bisognoso di cura e di attenzione: avrà vita, vita in abbondanza, vita da trasmettere, e sarà capace di generare vita anche da apparenze di fallimento e di morte. Dio passa nella nostra vita, sotto forme spesso a noi incomprensibili e in modi che a noi risultano essere poco evidenti: riconoscerlo in quei momenti è senz'altro anche questione di fede, ma è soprattutto una questione di generosità.
La stessa generosità di Abramo, che non sta a chiedersi cosa vuole Dio da lui, perché sa che Dio è Grazia, e che sarà Dio stesso a fargli dono di ciò che egli più desidera; la generosità di Marta, che non solo non fa silenzio di fronte al Maestro, ma addirittura lo rimprovera di non accorgersi di lei, donna ansiosa, premurosa e - come milioni di donne in ogni tempo e in ogni luogo - lasciata sola nel portare il peso di una casa e di una famiglia. E neppure il Maestro sta zitto, di fronte alle sue provocazioni, e le dice senza mezzi termini che non ha ancora capito ciò che conta veramente nella vita: poi però si mostrerà a lei con tutta la potenza del Signore della Vita. Ma Marta non molla: l'ultima mossa vuole averla lei, sei giorni prima della Pasqua, quando, sempre a Betania, sua sorella Maria, mistica e contemplativa più che mai, ungerà per la sepoltura il corpo del Maestro, e lei, questa volta senza dire nulla - avrà forse imparato la lezione? - offrirà a lui, per l'ultima volta, una cena tra amici perché non sia mai che Dio “passi oltre senza fermarsi dalla sua serva”.
don Franco Bartolino
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