È bello saper riconoscere la bellezza della fede che abbiamo ricevuto, e ringraziare il Signore per il dono di questa virtù. La preghiera di ringraziamento non solo è una cosa bella nei confronti di Dio, ma addirittura è doverosa perché vuole dire riconoscere che tutto ciò che abbiamo è dono della sua bontà e della sua grazia. E allora, se le cose stanno così, perché Gesù, nel vangelo di oggi, se la prende con un uomo dalla fede incrollabile, ovvero un fariseo, che ringrazia Dio per tutto il bene che ha operato nella sua vita? La sua è una vita di fede talmente intensa da giungere a digiunare due volte la settimana e addirittura ringrazia Dio perché riesce a pagare le tasse. Un uomo retto, sia dal punto di vista della sua spiritualità, sia dal punto di vista del proprio impegno di onesto cittadino. Uno che ringrazia pubblicamente Dio per tutto questo, uno di quelli da prendere come esempio e modello.
Sicuramente meglio di quell'altro che si trovava al tempio insieme con lui: un pubblicano, ovvero una persona che con la santità c'entrava poco o nulla, dal momento che aveva scelto una professione - quella di esattore delle tasse doppiamente vergognosa, perché collaborazionista con il dominatore romano e perché basata su un sistema di corruzione a dir poco mafioso. Uno, insomma, che non poteva certo essere preso come modello di vita, ancor meno se paragonato a quel sant'uomo di fariseo che al tempio ci andava tutti i giorni. E che non ci sia paragone, lo sa bene anche il fariseo: talmente bene che lo dice a Dio nella preghiera. Non c'è paragone tra la sua vita e la vita degli altri uomini, a suo dire “ladri, ingiusti, adulteri”: men che meno è paragonabile a quel pubblicano che osa profanare un luogo santo come il tempio. Lui sapeva bene, dentro di sé, di essere diverso dagli altri, distinto, “separato”, questo significa la parola “fariseo”.
Ma proprio questo è ciò che fa problema a Dio: il paragone tra lui e gli altri. Non per niente, Gesù racconta questa parabola “per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. Della serie: vuoi essere perfetto? Fai pure, e ringrazia Dio se riesci a essere così. Ma non permetterti di paragonarti agli altri, disprezzandoli perché non sono come te. Non credere di essere migliore di tutti gli altri uomini solo perché osservi irreprensibilmente le leggi di Dio e le leggi dello stato, facendo addirittura di più del dovuto. Non permetterti di catalogare gli altri come peccatori senza Dio, solo perché non sono così santi come te e soprattutto, non permetterti più di rivolgerti a Dio in quel modo, abusando della preghiera per lodare te stesso e non Lui. Sì, perché questo è ciò che sa fare, quell'uomo giusto e santo: stare in piedi, eretto di fronte a Dio, quasi a dirgli “Io sono alla tua altezza”, pregando addirittura “sé stesso” perché lui non ha bisogno di rivolgersi a Dio per lodarlo, ma solo per ringraziarlo di essere diverso dagli altri e simile in tutto a Dio. Con il quale ci si deve rapportare come fa il pubblicano stando a debita distanza da Dio segno evidente che Dio è il “totalmente altro”, abbassando lo sguardo e battendosi il petto.
Io non so quale rapporto ognuno di noi abbia con Dio e con la vita di fede: ma speriamo almeno di non avere la sfrontatezza di presumere di essere giusti di fronte a lui, di disprezzare chi sbaglia. E stiamo bene attenti, perché di cristiani santi e irreprensibili come il fariseo, pronti solo a mettersi in mostra in tutto ciò che fanno, capaci solo di giudicare e disprezzare chi sbaglia ne è piena la Chiesa. E facciamo davvero molta attenzione, perché oggi il Vangelo ci dice che l'intima presunzione di essere giusti e santi è un peccato che anche Dio fatica a perdonare!
Don Franco Bartolino
Informativa sulla privacy