La Liturgia di questo fine settimana ci riunisce intorno alla realtà della nostra condizione umana in quanto pellegrini di speranza: da una parte coloro che hanno raggiunto  la beatitudine del regno dei cielo già qui in questo mondo attraverso una vita eroica di fede, speranza e carità, sia quelli riconosciuti negli onori dell’altare come quelli della porta accanto, silenziosi e sconosciuti agli occhi del mondo ma non agli occhi di Dio. Poi, quelli che pur percorrendo cammini diversi, non possono fare a meno dell’affrontare la morte, comune a tutti, che ci apre alle realtà ultime della nostra esistenza, sia da credenti o no.

Ecco perché noi, cristiani celebriamo con una speranza che non delude (cfr, Rm 5,5-11) non solo la memoria di chi ci ha preceduto, ma anche la nostra intera esistenza, come figli amati  in direzione alla casa del Padre (cfr. Rm 8,14-23), come testimone della Gerusalemme del cielo (cfr. Ap 21,1-5.6-7) di cui ogni Eucaristia rende vivo ed efficace  il sacrificio di Cristo Gesù.

E’ così che la Chiesa continua, ogni giorno attraverso il ministero della carità (cfr. Mt 25,31-46), l’edificazione del nuovo cielo e la nuova terra, offrendo e testimoniando la sapienza di Dio che governa il mondo e le nazioni (cfr. Sap 3,1-9).

 In mezzo a una parte del mondo che si crede aliena a Dio e alla giustizia, la Chiesa non teme di ripetere ed annunziare la Parola di Verità: “Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nel ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede che in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nel ultimo giorno” (Gv 6,37-40).

 Ecco perché chi spera in Lui non resta deluso (Sl 24); ecco perché il fratello Giobbe afferma con precisione, anche non conoscendo il Cristo ma vedendolo già con gli occhi della fede: “Io so che il mio Redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero” (Gb 19,25-27).

Bella descrizione di uno che, mosso dallo Spirito di Dio, ha la coscienza del suo essere “figlio”, il quale,  le sofferenze della vita  emanano già una risonanza escatologica. E non è questa la realtà di quei “beati voi” di cui parla Gesù guardando i suoi discepoli? (cfr. Mt 5,1-12).

Beati noi, ogni volta che ci ritroviamo tra loro nelle varie circostanze del nostro continuo pellegrinare.

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