Il termine “Galilea delle genti” utilizzato per descrivere una porzione di territorio della Palestina dal profeta Isaia - e ripreso poi dal Vangelo di Matteo, che da oggi ci accompagnerà per tutto questo Anno liturgico - ha un significato molto particolare che va al di là della pura indicazione geografica. Si tratta di un'espressione per indicare come quel territorio, collocato nella parte settentrionale dell'attuale stato d'Israele fosse un luogo di forte immigrazione, d'incontro tra i popoli, di scambio tra culture e fedi differenti, non sempre in armonia tra di loro. E la storia che si è districata lungo i secoli fino ad arrivare ai nostri giorni ce lo ha dimostrato molto chiaramente e anche molto drammaticamente. Ma se pensassimo che la “Galilea delle genti” riguardi solo quella parte di territorio in un determinato periodo storico, il Vangelo perderebbe la sua attualità. Stiamo parlando di una terra di frontiera, di una zona di transito dove si incontrano persone diverse per razza, cultura e religione: quella “Galilea delle genti” assomiglia in modo inequivocabile al mondo di oggi, soprattutto a quel mondo che vive nelle “periferie esistenziali dell'umanità”, come le definiva il grande papa Francesco, ovvero quei luoghi dove l’incontro tra i popoli non sempre gestito in maniera adeguata mettono a dura prova la convivenza quotidiana. Anche noi, immersi ogni giorno in questa “Galilea delle genti”, possiamo cedere alla tentazione di costruire recinti, muri, barriere per sentirci più sicuri e più protetti. Vivere immersi in questa “Galilea delle genti” non è affatto semplice; eppure, se crediamo alla forza profetica del Vangelo, le molte “Galilee delle genti” presenti in ogni parte del mondo, sono luoghi dove la luce rifulge e dove la gioia si moltiplica. Sarebbe addirittura banale fare una semplice equazione: dove c'è la presenza di Cristo, lì rifulge la luce in mezzo alle tenebre. Sarebbe una visione troppo semplicistica, perché, anche qualora in tutte le nostre periferie esistenziali riuscissimo a portare l'annuncio della Parola di Dio - di cui oggi celebriamo l'annuale domenica - tutt'intorno rimane miseria, disumanità, disgregazione che tutto sembra meno che una luce. Dov'è, allora, questa luce che illumina il popolo che cammina nelle tenebre? In quale modo Gesù è stato “luce” per la “Galilea delle genti” nella quale aveva deciso di abitare? Stando al Vangelo di oggi, Gesù entra nella “Galilea delle genti” compiendo tre gesti pieni di luce: innanzitutto, cammina tra le strade della sua Galilea facendosi prossimo all'uomo nelle sue infermità fisiche, morali e sociali. Al tempo stesso, a questi uomini e donne lascia un messaggio semplice: che il Regno di Dio è vicino a ognuno di loro, ai quali chiede di avere uno sguardo diverso sulla vita e propone un nuovo cammino per alcuni, senza stravolgere la loro vita. Dico questo perché mi pare che spesso l'approccio che noi cristiani abbiamo con le molte periferie esistenziali, avvenga ancora in maniera molto “apologetica” e prendendo le distanze da un mondo che riteniamo pericoloso, privo di valori, lontano dal messaggio evangelico che è ancora l'unico capace di entrare nella “Galilea delle genti”, riempiendola di luce e di gioia. In parte, questo è vero: ma evangelicamente parlando, non può essere così. Gesù, venendo a vivere a Cafarnao “Galilea delle genti” ha iniziato a camminare lungo le sue strade, a prendersi cura delle sofferenze e delle povertà degli uomini; ha invitato tutti a guardare la realtà da una prospettiva diversa soprattutto da quelle ricchezze che le vengono proprio dal suo essere “Galilea delle genti”, ovvero incontro e dialogo tra culture; e a nessuno di noi  ha chiesto di tirarsi fuori dalla propria “Galilea delle genti”, né tantomeno di costruirsi recinti e barricate per vivere protetti perché saranno proprio le periferie esistenziali il luogo dell'incontro tra l'uomo e il messaggio di salvezza del Vangelo; sarà la nostra faticosa permanenza nella “Galilea delle genti” la chiave di volta per l'efficacia del messaggio di Gesù rivolto all'umanità intera.

 

                                                                                                                                                                                                                       don Franco Bartolino

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