È minuscolo e insignificante agli occhi, calpestabile e quasi banale, eppure se non ci fosse, la nostra vita perderebbe gusto e sapore. Nell'antichità era chiamato “oro bianco”, da tanto valore che aveva: era una merce di scambio talmente importante che da lui deriva il nome con cui venivano pagati gli operai, il “salario”. Gesù non poteva trovare similitudine migliore di questa, per definire i cristiani inseriti nel mondo: essere “sale”, essere cioè coloro che sanno di poter dare “sapore” alla realtà nella quale quotidianamente si trovano inseriti e che buona parte della società vorrebbe che fossero “sale senza sapore” per poter essere “calpestati” e quindi non contaminare con il sapore della loro testimonianza la realtà che li circonda soprattutto da parte dei potenti di turno, quando chiedono di “benedire” tutta una serie di atteggiamenti che essi mettono in atto a loro piacere e in maniera assolutamente arbitraria. Questo avviene perché è noto che i cristiani hanno nel loro “DNA” l'obbligo morale di denunciare qualsiasi ingiustizia, qualsiasi comportamento etico pessimo e quindi giocoforza cercare di “calpestarli”, facendo perdere il loro sapore con scelte in cui spesso cadono ingenuamente, perché “fatti passare” insieme a piccoli privilegi che hanno, le sembianze di segni di stima nei loro confronti. Insomma, ci capita spesso di cadere nel subdolo tranello di lasciarci condurre per il naso dai potenti, a cambio di qualche favore che spesso confondiamo come opportunità di promozione del bene comune, ma che in realtà sono le briciole di ciò che per diritto spetta a ogni uomo. Ecco allora perché non è sufficiente essere sale della terra attraverso il saporito nascondimento nella quotidianità: essere solo sale della terra ci fa correre il rischio di essere insignificanti perché schiacciati dai giochi dei potenti. Occorre qualcosa di più; occorre anche un elemento di forza di fronte al quale l'ingiustizia dei potenti venga smascherata. Occorre essere una luce che aiuti a illuminare le tenebre, nelle quali coloro che ritengono di essere i padroni della terra sguazzano a loro agio. Ma cosa ci vuole dire oggi, Gesù, affermando che siamo “la luce del mondo”? La luce del mondo che i cristiani sono chiamati ad essere, non può coincidere con un “faro” che guida le sorti dell'umanità, anche perché noi siamo “luce” solo in virtù del fatto che rimaniamo vicini a lui, che è la vera fonte della Luce, come Giovanni ci ha ricordato più volte nel prologo del suo Vangelo parlando del Battista: “Non era lui la luce, ma doveva testimoniare la Luce”. Il testo di Isaia che abbiamo letto nella prima lettura ci aiuta davvero a capire cosa vuol dire per noi essere “luce”. Saremo luce che sorgerà come l'aurora quando divideremo il pane con l'affamato, quando introdurremo in casa i miseri e i senza tetto e quando vestiremo chi è nudo. Sapremo far brillare fra le tenebre la luce che è in noi quando toglieremo di mezzo a noi l'oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, quando apriremo il nostro cuore all'affamato e sazieremo l'afflitto di cuore. Essere luce del mondo significa praticare la giustizia e fare in modo che a ogni uomo venga fatta giustizia nel rispetto della propria dignità. Ascoltando la Liturgia della Parola di oggi non ci sono dubbi: non siamo chiamati ad annunciare certezze in maniera categorica, rischiando di rendere “immangiabile” il messaggio del Vangelo perché privo di sapore o perché, ancora peggio, eccessivamente salato; né siamo chiamati a diffondere un annuncio del Vangelo che invece di illuminare acceca. Esiste un solo annuncio: la Croce di Cristo, che, come dice Paolo, è un annuncio apparentemente debole ma nel quale si manifesta la grandezza di Dio.

                                                                                                                                                                                           Don Franco Bartolino

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