Guai a noi, ogni volta che pensiamo di essere peccatori solo perché ci sentiamo fortemente tentati da qualcosa. Consoliamoci, perché il brano del Vangelo con cui si apre la Quaresima, ci dice che anche il santo per eccellenza, è stato tentato, e non solo per quaranta giorni nel deserto, ma durante tutto l'arco della sua vita terrena. Per cui, se lo è stato lui, stiamo tranquilli: non è certo il fatto di essere tentati che ci rende peccatori. La stessa preghiera del Padre Nostro, dice “non abbandonarci alla tentazione”, quasi a sottolineare la richiesta di non essere lasciati in balìa di qualcosa a cui inevitabilmente siamo sottoposti perché tentati lo siamo e lo saremo sempre come il nostro Maestro che si lascia condurre nel deserto dallo Spirito per ricercare un rapporto sempre più intenso con Dio e proprio su questo suo rapporto intenso con Dio sperimenta forte ed esplicita la tentazione. Tra l'altro, il tentatore sa bene che Gesù può anche scegliere di poter fare a meno di Dio suo Padre e quindi, la mette sul piano della figliolanza divina: quel “se sei Figlio di Dio”, in realtà suona come un “visto che tu sei Figlio di Dio”, e proprio per questo lo invita a fare a meno di lui e a crearsi una sua propria religione. E chi, meglio di satana, lo può aiutare in questo? Lui è sempre pronto a farsi amico dell'umanità dove c'è puzza di potere, di denaro, di fama, di religiosità falsa e ottusa. Sappiamo bene come va a finire, quel giorno nel deserto: Gesù tira dritto, perché sa che il culto della propria personalità non porta mai a nulla, mentre il culto reso a Dio è l'unica strada che ci dona la salvezza. Essere tentati, allora, non è peccato: per cui, se ci sentiamo attratti verso qualcosa che noi confondiamo con il bene, non siamo peccatori incalliti. Certamente, lo possiamo diventare nel momento in cui la tentazione ha il sopravvento su di noi, ovvero quando l'illusione di sentirci come Dio viene da noi interpretata come una reale possibilità e allora attuiamo di conseguenza. Poi, però, la limitatezza della natura umana ci fa aprire gli occhi e ci fa accorgere - come i nostri progenitori nell'Eden - di essere nudi di fronte a un Dio a cui non possiamo certo nascondere nulla; di fronte a Dio per cui sei obbligato a prenderti le tue responsabilità. E allora, al di là di tanti bei propositi che con molta buona volontà facciamo in questi giorni per prepararci alla Pasqua, credo che il senso più profondo di questo tempo che è la Quaresima, sia proprio quello di metterci di fronte a Dio così come siamo, con le nostre debolezze e le nostre tentazioni, per lasciare che lui ci trasformi con la sana e genuina consapevolezza che, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca e ci siamo insieme con Gesù, tentato - esattamente come noi. Il peccato e la morte - ce lo ricorda molto bene Paolo nella seconda lettura - sono le uniche cose inevitabili per ogni persona. Quello che invece possiamo e dobbiamo evitare, è di lasciarci trascinare dall'illusione che oramai siamo così, e che non c'è più nulla da fare, così, almeno, se non pensiamo più a Dio possiamo avere l'illusione che né lui, né il peccato né la morte possano più farci paura. Ma il Vangelo di oggi ci dice che di Dio non dobbiamo avere paura: né di lui, né tantomeno della tentazione e del tentatore di turno. Quest'ultimo è forte, certo: ma non riuscirà mai a vincere Dio, l'unica realtà di cui vale veramente la pena di fidarci. Non abbandoniamoci, allora, alla tentazione delle soluzioni comode di chi è convinto di vivere perennemente sconfitto sotto i colpi del peccato, per cui decide che non vale più la pena di lottare per nulla: diciamo invece “sì” a Dio, e pur con tutta la fatica del caso, viviamo le opportunità di cambiamento - quale è il tempo di Quaresima - come segno e primizia delle nostre piccole, quotidiane resurrezioni.

                                                                                                                                                                                                       don Franco Bartolino 

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