Non so a voi, ma a me il discorso di Gesù nel Vangelo di oggi qualche difficoltà la crea: si tenta di risolvere una situazione di difficoltà causata da un comportamento sbagliato da parte di un membro della comunità inizialmente con il dialogo personale, poi attraverso un confronto con altre persone, poi parlandone in forma comunitaria e alla fine, di fronte a un'eventuale fallita riconciliazione, si giunge all'esclusione del soggetto dalla comunità.

Allora ho provato a rileggere il brano partendo dal fondo, cioè dalla fiduciosa presa di coscienza che dove  una comunità si riunisce nella ricerca del bene comune e nel faticoso ma esaltante lavoro di intessere relazioni vere tra le persone, il Signore è in mezzo a loro, e che quindi ogni sforzo per ricreare la pace laddove essa è venuta meno non può che andare a buon fine. La prospettiva cambia radicalmente.

Un conto è dire “Eliminiamo il male dalla comunità, facendo lo sforzo di far ravvedere le persone che si comportano male perché certamente il Signore è con noi”, ed è un conto dire “Il Signore è in mezzo a noi, per cui sforziamoci, anche pregando insieme, di ricreare relazioni, di aiutare chi fatica a riavvicinarsi alla comunità, coscienti anche del fatto che qualcuno non accetterà di essere accompagnato in questo sforzo”. Nel primo caso, c'è quasi un intento giustizialista, da parte di chi, mosso dall'amore per la legalità, fa di tutto per rimuovere il male che c'è dentro una comunità; nel secondo caso c'è una sola legge, quella dell'amore, che - per dirla con Paolo - dà compimento a tutte le altre leggi, e che si avvicina a ogni uomo con il solo intento di farlo sentire, nonostante tutto, figlio di Dio.

Del resto Gesù non è venuto a condannare, ma a perdonare e salvare. Se quindi nemmeno lui si è permesso di giudicare e di condannare i peccatori, ma solo di aiutarli a ritrovare se stessi e il loro rapporto con Dio, come possiamo noi, peccatori arrogarci questo diritto? Pensiamo a quante sentenze emettiamo sui comportamenti delle persone senza neppure aver parlato con loro! Quante volte eliminiamo da una comunità persone che la pensano diversamente da noi! E quanto poco, invece, ci preoccupiamo di ritrovarci insieme a pregare su un problema o su un atteggiamento scorretto; quante poche opportunità creiamo per trovarci a riflettere e meditare tra persone di diversa impostazione ecclesiale, o che hanno anche solo modi diversi di pensare all'interno della stessa comunità; quanto poco pensiamo alle nostre azioni qui sulla terra come anticipo di ciò che avverrà nella Chiesa celeste.

E quanto poco dialogo tra di noi, soprattutto quando ce n'è più bisogno, ovvero quando non ci si comprende, e di conseguenza si entra in conflitto, ci si litiga, e poi si commettono errori e ingiustizie! Non è quando si va d'accordo che c'è bisogno di dialogo, ma quando si fa difficoltà a stare bene insieme.

Cercare di ricreare relazioni giuste tra di noi non è un'opzione tra le tante: è un imperativo categorico! Se non lo facciamo, Dio ce ne chiederà conto, come ci dice Ezechiele nella prima lettura: “...il malvagio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te”. Perché mai dovrei sentirmi dire da Dio, un giorno, che sono stato responsabile della rovina della vita di fede di un fratello, solo perché non ho cercato in tutti i modi di dialogare con lui, prima ancora di giudicarlo e condannarlo?

Se poi riteniamo Parola di Dio le meravigliose parole dell'apostolo Paolo nella seconda lettura di oggi: “La carità non fa alcun male al prossimo”, perché mai non dovremmo dare al nostro prossimo tutto l'amore di cui siamo capaci? Criticare, giudicare e condannare crea solo divisione; ascoltare, comprendere e amare non può che farci del bene.

 

                                                                                                                                                                              don Franco Bartolino

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